Il poeta Pier Luigi Bacchini

Pier Luigi Bacchini a Parma

“Poesie 1954-2013” di Pier Luigi Bacchini, a cura di Alberto Bertoni e con la bibliografia curata da Camillo Bacchini, Oscar Mondadori 2013.

 

Rimandi

Ecco un pangea di nubi,
nel convesso
che si svolge in continenti; aree
naviganti; siamo sinonimi,
fenotipi
sinopie abbarbicate a ciò che vaga.

*

Scoperta

Non è nascosto.
Ci lascia fare,
decifriamo le petraie, e gli strati sottomarini,
come giochi enigmistici, nei laboratori-
le confuse mareggiate, l’incalcolabile
dinamica delle nuvole.
E le coordinazioni e il fine,
e l’indole genetica
in un compatto io.

*

Acqualuce

Quando il muto fantasma della medusa
con lingue pendule
mòtili barbe
simile a una cometa
rendeva colorazioni traslucide, i tentacoli
delineavano soltanto un urticante
pulsante ideogramma.

*

Labirintite

Nelle notti
il sole precipita al di sotto,
sotto il polo,
e m’aggrappo al legno del mio letto
nel mondo che vola
e fa di se stesso una trottola
fra volatili coltri. Continua a leggere

Alfonso Guida, poesie

Alfonso Guida/credits photo Andrea Semplici

Pubblichiamo sei poesie inedite di Alfonso Guida tratte dalla sua raccolta inedita dal titolo “Carcere e ascesi”.

 

I muri. I muri tengono
tutto di me. E del battito.

Scompare a poco a poco
l’ indovinello, non importa, il mistero,
se può sbiadire. Il nero.

Poi mi sento cadere.
Ma resto, resto qui, su questa sedia,
questa storia. L’ infelicità, un colpo
d’ accetta. Ora la logica.

Frammenti, recinti, ettari.
Non oltre la misura.
S’inguscia il tempo. Arsura.

**

Volevo andare in alto.
Nel deserto, il colore,
metafora dei saggi.
Piangere e ridere, ora-

non riesco a prevedere.
Cose che sono ovunque,
disgiunte, inosservate.

Sensibilmente- scrivere,
parola per parola,
passo dopo passo, anche
questa morte. E finirla
con la madre. Qui, solo,
tentare, morire, essere.
Come uno può, inanellato, cortese.

 

LETTERA

Stamattina una mitraglia di piume.
Cieli abitati, piste
da corsa, andirivieni, fughe. Fretta
di cieli azzurri. Cornacchie a soggolo
grigio, taccole, in lutto completo. Qui
morire eterno, morire ordinario.
Finire. Punto e a capo. Ancora. Annuncio
di ogni slancio contrariato, un cantare
basso metà inno solenne metà
triviale. Nascondo al male il corpo,
la mente. Il vento snida il suo pretesto
di ocra dal grigio tortora, dal verde
petrolio. Immerge a compieta il crepaccio
tra le ombre e il fumo del fieno maggengo.

 

PASTORI DEL MATTINO ALL’ AMERICAN BAR

Parlano di mungitura meccanica,
del nutritore di metallo, nuovo
sostituto del vecchio poppatoio
di gomma. Valutando carne e latte,
parlano con labbra gonfie di sangue
come se il cuore gli pompasse in bocca.
Nero di mora e ginepro colora
le guance, il mento, la barba biondastra.
Corpi magri, scattanti, culi sodi,
stretti, un piglio dolce e violento, gli omeri
schiariti dal sole bronzeo dei campi.

Ogni maschio sfrigola nel profumo
primaverile della biada, assorbe
la forza lunare dell’ acqua e i palmi
colano scremature di latte, orde
bianche e fresche di pasture e ontanete
dal fogliame opalino nei capelli
che ingrassano, ricci, i colletti, macchie
di erbe aguzze, tarassaco, soffioni.

Vestono imbottiti, impataccati, k-way
spiumato, cinghia el charro, rubata
dal catalogo di moda di un vecchio
guardaroba appartenuto ai nipoti.
La voce buona, semplice, sottile.
Si toccano con lo sguardo incantato.
Con puntigliosa ostinazione, il polso
ruota a picco tra le gambe robuste,
le cosce muscolose, il membro enorme.
Sono coraggiosi. Affrontano il buio
mischiando il proprio sangue al sangue lucido
delle bestie nei muti sacrifici
dei templi, nei rituali antelucani.
Col manto irto di spine,
col peso del sogno di un gregge intero,
volano in groppa ai bucrani, cavalcano
le travi, lottano come profeti.


DIMENTICARE

Ma vedere si estingue, ogni vedere.

Ci sono poeti per cui il tempo è assente.
Lapidi, pietre incise, appena un nome.
Sofferenza commossa dal tacere.
Eco morta nella voce da cui esce.
Persone non riconosciute, astratte,
come astratte dal commercio terrestre.
Lampare tra le pergole, lampyridae
nell’ erba.
Il sole muore di se stesso.

 

LA FONTE SA DI DOVER MORIRE

Veglia, fare fatica.
L’uomo ha una sola terra.
E la terra ha un solo uomo.
Francesco, Marco, Stefano,
Domenico, se esisto
su una punta di penna.
Ma io cado, non ho peso
che per morirmi dentro,
nel peccato di perdere
lo sguardo. E nel dipendere
stramazzo, preda o lupo.
Nel tanfo di sudore
notturno c’è di tutto:
treni, orinatoi, portici,
c’ è la polvere e il dedalo
delle formiche di Aldo
Braibanti. E qui digrado
come le croci nere
dei pescatori ai muri
di Procida, tra le ancore
svelte a scarnirmi, a trarmi
fuori dal mare folle,
quando, inverno su inverno,
mi addormento a strapiombo.

Sto fermo, più che fermo,
fermato, più che vuoto,
svuotato, ma le vecchie
la chiamano “ vivenza”
la vita che si passa
dentro una casa, intera.
I libri mi allontanano.
L’ inchiostro dei quaderni
macchia i campi di grano Continua a leggere

La poesia di Elio Pagliarani

Elio Pagliarani Credits photo Dino Ignani

E sono grato del mondo e dell’amore
perché ne ho avuto tanto, in primis
dai miei genitori: mia madre scatenata
andata avanti a urla fino alla fine, in ospedale
e io non c’ero, né ha c’ero quando se ne andò
mio padre fiacaresta con cavallo e carrozza
d’estate a mezzogiorno gli portavo io il mangiare
in piazza dove stava più spesso assestato
e chi altri lo poteva fare? Mia madre no
per via di mia sorella piccolina, che le dava
tanto da fare. Altro amore grande
da Rosalia o Liarosa che mo’ si sposa.

Ma se quando l’inverno ibernasse, scrivevo
indeclinabile resterà l’amore:
Cetta, aspetta che non ho finito.

*

Acrostico

Cara, cerco un acrostico
e m’adopro per questo,
tolgo dal canestro
tre genziane
assetate

aspetta che non ho finito
mi resta il più ora
ora è il più che mi resta da fare
restituita stagione propizia
estate di San Martino indeclinabile

ma se quando l’inverno ibernasse
indeclinabile resterà l’amore
o l’errore l’errore del vivere

(gennaio 1976)

*

Alcuni ancora alle volte sono ingannati
e credono di fare del bene comune: e fanno per la proprietà.
Li ladri sono stati insino a qui in noi:
sono stati gli amori che sono stati nei nostri cuori:
& chi ha avuto lo amo ore di colei & chi della roba:
& sono stati tutti ladri questi amori perché ti furano l’anima:

*

Altre notizie

Questa della scaturigine improvvisa
polla di sangue insorta nel mio tronco
gelida, dove possa confluire o frangersi
non so, né a che tossine
sul trapezio dell’intrico capillare
sia lustrale, ma conosco e aspetto
il suo riflesso condizionato d’ansia
successiva, il muscolo del cuore
trepidante.
Qui dentro
non è il primo movimento che è segnalo
e si capisce dalla faccia.

Ma un’altra, spero diversa traccia sia
l’espansa irrefragabile sussultoria ombelicale
simpaticissima e innaturale
risata mia.

Da: “Tutte le poesie – 1946-2011” di Elio Pagliarani, a cura di Andrea Cortellessa, Il Saggiatore 2019. Continua a leggere

Jaufre Rudèl, “un amore lontano”

Gisant d’Aliénor d’Aquitaine à l’abbaye de Fontevraud

Jaufre Rudèl
Lanquan li jorn son lonc en mai
Traduzione di Alberto Fraccacreta

Lanquan li jorn son lonc en mai
m’es belhs dous chans d’auzelhs de lonh,
e quan me sui partitz de lai,
remembra·m d’un’amor de lonh:
vau de talan embroncx e clis,
si que chans ni flors d’albespis
no·m platz plus que l’iverns gelatz.

Ja mais d’amor no·m jauzirai
si no·m jau d’est’amor de lonh:
que gensor ni mielher no·n sai
ves nulha part, ni pres ni lonh.
Tant es sos pretz verais e fis
que lai el reng dels sarrazis
fos ieu per lieis chaitius clamatz!

Iratz e jauzens m’en partrai,
s’ieu ja la vei l’amor de lonh;
mas no sai quoras la veirai,
car trop son nostras terras lonh:
assatz i a pas e camis,
e per aisso no·n sui devis…
Mas tot sia cum a Dieu platz!

Be·m parra jois quan li querrai,
per amor Dieu, l’alberc de lonh:
e, s’a lieis platz, alberguarai
pres de lieis, si be·m sui de lonh.
Adoncs parra·l parlamens fis
quan drutz lonhdas et tan vezis
qu’ab cortes ginh jauzis solatz.

Be tenc lo Senhor per verai
per qu’ieu veirai l’amor de lonh;
mas per un ben que m’en eschai
n’ai dos mals, quar tant m’es de lonh.
Ai, car me fos lai pelegris,
si que mos fustz e mos tapis
fos pels sieus belhs huelhs remiratz!

Dieus, que fetz tot quant ve ni vai
e formet sest’amor de lonh,
mi don poder, que cor ieu n’ai,
qu’ieu veia sest’amor de lonh,
veraiamen, en tals aizis,
si que la cambra e·l jardis
mi resembles totz temps palatz!

Ver ditz qui m’apella lechai
ni deziron d’amor de lonh,
car nulhs autres jois tan no·m plai
cum jauzimens d’amor de lonh.
Mas so qu’ieu vuelh m’es atahis,
qu’enaissi·m fadet mos pairis
qu’ieu ames e nos fos amatz.

*

Quando i giorni sono lunghi a maggio
trovo solenni i miti canti di uccelli lontani,
e quando di là me ne sono partito,
torna il ricordo di un amore lontano:
proseguo per il desiderio abbattuto e a capo chino
sì che canti o fiori di biancospino
non mi giovano più dell’inverno gelido.

Io non gioirò mai d’amore
se non gioisco di questo amore lontano:
perché nobile e migliore non ne conosco
in nessun luogo, vicino o lontano.
Così vero e puro è il suo pregio
che laggiù nel regno saraceno
potessi io per lei essere schiavo!

Cupo e gioioso me ne partirò,
se l’avrò visto l’amore di lontano;
ma non so quando la vedrò,
perché le nostre terre sono troppo lontane:
vi sono valichi e sentieri
e io non posso indovinare…
Ma tutto sia secondo la volontà di Dio!

Davvero mi parrà gioia quando le chiederò,
per amore di Dio, l’albergo lontano:
e, se a lei piace, abiterò
presso di lei, anche se di lontano.
Allora sarà perfetto il parlare
quando l’amante lontano sarà tanto vicino
che con cortese astuzia gioirà dell’amicizia.

So bene che il Signore è veritiero
per il quale io vedrò l’amore di lontano;
ma per un bene che ricevo
ho due mali, poiché tanto mi è lontano.
Ah, perché non andai là da pellegrino
sì che il mio bordone e la mia cappa
fossero dai suoi begli occhi rimirati!

Dio, che fece tutto quanto viene e va
e plasmò questo amore di lontano,
mi dia possibilità, perché volontà ne ho,
che io veda questo amore di lontano,
veramente, in tale ricchezza
che la camera e il giardino
mi ricordino per sempre un palazzo!

Dice il vero chi mi chiama avido
e desideroso dell’amore lontano,
ché nessun’altra gioia tanto mi piace
quanto dell’amore lontano gioire.
Ma ciò che voglio mi è negato,
così mi diede in sorte il mio padrino,
che io amassi e non fossi amato.

Il testo originale segue l’edizione critica di Giorgio Chiarini in Jaufre Rudèl, L’amore di lontano, Carocci, Roma 2003. Continua a leggere

Antonio Fiori, da “Nel verso ancora da scrivere”

Antonio Fiori / Credits Photo Dino Ignani

(Poesie 1999 – 2017)

Neanche

Neanche il millisecondo attraversi indenne
neanche il sonno provvidenziale,
seppur ridisegnato uguale, così a vederti solenne
come atteso sempre ad una festa
quasi lo stesso ogni momento eppure
meno vivo ogni volta, in questa luminosa
fossa, più labile, più invisibilmente
spento.

*

Vorrei

Vorrei potervi dare un verso
che come un proverbio
non consumi il tempo,
che ripetuto non vi stanchi
che mi condensi
che subito vi manchi.

*

Mi trafiggono

Mi trafiggono invisibili
dai quattro angoli del foglio
tutte le infinite rette
delle soluzioni possibili.

*

Nuovi paesaggi

Quando m’affaccio il cielo è nero
non c’è più linea dell’orizzonte
né forma alcuna nel buio vedo

Così è ogni volta che arrivo tardi
in nuovi alberghi, nuove città
– serbo l’ebrezza dei naviganti

*

Ritorni

Ritorni, attesa nei giorni più lunghi
dell’ultimo giugno.
Ricordi, era via Emilio Lussu
una corta salita, e poi l’ombra del viale
dal sole scandita per noi
così allegri e diversi, Beatrice
com’era diversa l’Italia e la vita
– com’era letizia.

*

E’ silenzio dirompente sulle grida
è voce che scardina il silenzio.
Portamento regale nell’assedio
luce notturna, buio che c’illumina.
Come aquila incombe
invece è agnello
vita inerme che dura. Continua a leggere

Vittorino Curci, Poesie

Vittorino Curci

si può attraversare la stanza mettendo i piedi nelle bacinelle smaltate piene di acqua. le cassette di legno lungo le pareti sono vuote solo per chi non dà valore alla parola intuizione. gli altri possono girare la testa dall’altra parte dove, in un fascio di luce meridiana, c’è un bambino che fa il bagno in una tinozza di zinco. intorno a lui, disseminati sul pavimento, fogli di giornali appallottolati, bulloni, sassi, torce elettriche e mollette da bucato.
«non è stato un carnevale e non è finito» dice l’artista. «mi duole un braccio… sentite anche voi un ronzio?»
la gallerista è una statua di sale. ha il viso pieno di lipomi.
fa caldo. caldissimo. l’uomo basso e corpulento che è accanto a lei tira fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto sgualcito

*

il commiato che sfugge alla pagina
come di ogni cosa il senso che frana
nel nulla di questa notte di pioggia.
dalle finestre ancora accese
l’eloquenza di uno sguardo fa gelare
il sangue ogni volta che una goccia
di luce si squaglia sull’asfalto

«di me mi duole il dolore che non provo
per tutto quello che non sono stato»

1.

cumuli di spazzatura per le strade, gente sconosciuta e altri fatti inspiegabili hanno eccitato gli animi nelle ultime settimane.
prima di cominciare a bere ha messo al sicuro l’esplosivo

l’enormità della scelta in un paese dove è sempre maggio
«ehi, freccia scoccata, che ne sai tu del fango… domani vedremo se continuerai a parlare…»

in un moto di stizza porta al massimo il fragore dei macchinari.
una casa in disordine rende meglio l’idea

2.

il sospetto è fondato – il non pensare, dopo aver pensato.
non si può negare: il ragazzo rivive le stesse scene. ora corre con una girandola in mano. invece di guidarci oltre il confine svolta all’angolo del primo isolato

per quanto sia, facciamo anche noi delle sciocchezze.
ora siamo soli nella strada, è notte e non sappiamo dove andare

3.

dopo il secondo smottamento non ha più pretesti, non vuole accampare pretese. cerca solo di guadagnare tempo approfittando degli operai che portano le ultime carabattole per completare la scena

restano tre domande: perché restare, a cosa pensano i giocatori di birra davanti a queste porte chiuse con catene e lucchetti, che senso ha parlare di questo in una poesia

il crepitio del fuoco è un’alzata di spalle o un salto del pensiero. verità e menzogna insieme

in queste albe imperturbabili arriva il momento in cui restiamo soli con i nostri genitori, ma loro non ci sono

*

erano spezzature e falsi contrappunti
che gli tempravano le forze
lasciando i battimenti al suo utile idiota.
i balordi in quegli anni
facevano il diavolo a quattro
ma non riuscivano
a mandare in subisso la sua ricchezza.
il presagio chiedeva silenzi di approvazione.
i resistenti avevano il volto paonazzo
degli ubriachi e suonavano a orecchio
davanti a un pannello di lamiera ondulata.
in quell’imbroglio di immagini
i bambini tracciavano con le braccia
ampi cerchi nell’aria. era l’estasi
della loro momentanea immortalità Continua a leggere

Dal “Laudario di Cortona”, rivisitazione di Alberto Fraccareta

Nota
di Luigia Sorrentino

Dalla chiesa di S. Francesco proviene il celebre Laudario di Cortona, un codice membranaceo, in cui sono trascritte 66 laudi, di cui 46 corredate da notazione musicale, che trattano temi di argomento mariano e liturgico come, ad esempio, la Natività o la Pasqua, o per la devozione di santi. Esso rappresenta il primo e il più antico testimone di un nuovo genere librario, musicale e letterario, che entrò ben presto in uso presso le confraternite di buona parte dell’Italia e dell’Europa medievale, costituendone al tempo stesso il principale modello di riferimento.

Secondo la tradizione il manoscritto fu rinvenuto nel 1876 in pessimo stato di conservazione da Girolamo Mancini, figura poliedrica dell’erudizione locale, che, riconosciutone il valore, lo depositò nel fondo manoscritti della Biblioteca del Comune e dell’Accademia Etrusca (Cod. 91).

Troppo perde il tempo chi ben non t’ama
dal “Laudario di Cortona”

  1. Troppo perde il tempo chi ben non t’ama,
    dolc’amor Jesù sovr’ogni amore.

Amor, chi t’ama non sta ozïoso,
tanto li par dolze de Te gustare;
ma tutto sor vive desideroso
come te possa stretto più amare;
chè tanto sta per te lo cor gioioso:
chi non sentisse nol saprie parlare
quant’è dolc’a gustare lo tuo savore.

 

  1. Savor cui non si trova simillianza;
    o lasso! Lo mio cor poco t’asaggia.
    Null’altra cosa non m’è consolanza
    Se tutto ‘l mondo avesse, e te non agio.
    O dulz’amor, Jesù, in cui ò speranza,
    tu regi ‘l mio cor, ke da te non caggia
    ma sempre più ristringa ‘l tuo dolzore.

 

  1. Dolzor ke tolli forza ad ogni amaro
    et ogni cosa muti in tua dolceza,
    questo sanno lisancti ke ‘l provaro,
    ke féciaro dolze morte in amarizza;
    ma confortolli el dolze latovare
    di te, Jesù, ké vénsar’ogn’asprezza,
    tanto fosti süave in li lor cori.

 

  1. Cor che te non sente, ben po’ star tristo,
    Iesù, letitia et gaudio de la gente:
    solazo non pot’essar senza Cristo!
    Taupino ch’eu non t’amo ben fervente!
    Ki far potesse totto ogni altro aquisto,
    et te non agia, di tutt’è perdente,
    et senza te sirebbe in amarore.

 

  1. Amaro in nullo core puote stare,
    cui tua dolceza dona condimento:
    ma tuo savor, Jesù, non po’ gustare
    ki lassa te per altro intendemento.
    Non sa né può lo cor terreno amare
    sì gran celestial delectamento:
    non vede lume, Cristo, in tuo splendore.

 

  1. Splendor ke doni a tutto ‘l mondo luce,
    Amor Jesù, de li angeli belleza,
    cielo et terra per te se conduce
    et splende in tutte cose tuo forteza:
    ognunque creatura a te s’aduce,
    ma solo ‘l peccatore ‘l tuo amor spreza
    et partise da te, suo creatore.

 

  1. Creatura humana, scognoscente
    sovr’ogn’altra terrena creatura,
    comme ti puoi partir sì per niente
    dal to factor, cui tu se’ creatura?
    Ei ke ti chiama cusì amorosamente
    che torni a lui, ma tu pur listai dura
    et non ài cura del tuo salvatore!

 

  1. Salvatore ke de la vergene nascesti,
    del tuo amor darne non ti sia desdegno,
    ké gran segno d’amor alor ci desti,
    quando per noi pendesti en sullo legno.
    Nelle tue sancte magne ci descrivisti,
    per noi salvare et darci lo tuo regno:
    lege la tua scriptura, buon scriptore.

 

  1. Scripti sul sancto libro de la vita
    Per tua pietà, Jesù, ne representa:
    la tua scriptura ià non sia fallita
    e ‘l nome ke portamde te non menta.
    La nostra mente fa di te condita,
    dulcissimo Jesù, sì ke te senta
    et strictamente t’ami con ardore.

 

  1. Ardore ke consumi ogni freddura
    e purghi et illumini la mente,
    ogn’altra cosa fai parer obscura
    la qual non vede te presentemente:
    et già mai altro teco amar non cura,
    per non cessar l’amor da te niente
    et non ratemparal dal tuo calore.

 

  1. Calore ke fai l’anima languire
    et struggere lo cor de te inflammato,
    ke non è lingua ke ‘l potesse dire
    né cor pensare, se noll’à provato!
    Oimè lasso, fammete sentire;
    riscalda lo mio cor di te, gelato,
    ke non consumi in tanto freddore.

 

  1. Freddi peccatori, el grande fuoco
    nello inferno v’è aparechiato,
    se questo breve tempo, k’è sì poco,
    d’amor lo vostro cor non è scaldato:
    però ciascun si studi in onni luogo
    d’amor di Cristo essar abraciato
    e confortato del suave odore.

 

  1. Odor ke trapassi ogn’aulimento,
    Iesù, ki ben non t’ama fa gran torto!
    Chi non sente el tu’ odoramento
    od illi è puzulente od illi è morto!
    E’ fiume vivo del delectamento,
    ke lavi ogni fetore et dai conforto,
    et fai tornare lo morto in suo vigore!

 

  1. Vigorosamente li amorosi
    àno quella via en tanta dolceza,
    gustando quelli morselli savorosi
    ke dona Cristo a quelli k’àno sua conteza,
    ke tanto sono suave e delectosi;
    ki bene l’asagia tutto lo mondo despreza
    e quasi en terra perde suo sentore.

 

  1. Sentiàmoni, o pigri, o negligenti,
    bastane el tempo c’agiamo perduto!
    Oimè lasso, quanto siamo stati sconoscente,
    c’al più cortese non aviamo servito:
    cului ke ce enpromette celestiale presente
    a cui l’inpromette già no’l’à falluto
    e ki li ama listane buono servidore.

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I poeti, i re che amano troppo

[Nota a Margine ]

Alessandra Leone che scrive questo articolo, riprende  il  brano musicale “Il re di chi ama troppo” della cantante italiana Fiorella Mannoia, inciso in duetto con Tiziano Ferro e scritto da quest’ultimo.

La ballata racconta il punto di vista di chi si spende totalmente in amore, rischiando così di rimanere spesso bruciato. Per Alessandra Leone questa figura è quella del poeta.

Commento

di Alessandra Leone

C’è differenza tra i poeti e gli intellettuali del passato e quelli di oggi? Esistono ancora veri intellettuali, e se sì, perché si preferisce dar voce ai vari opinionisti, giornalisti e pseudo studiosi che si ergono a esperti di tutto? Cosa è cambiato, se effettivamente è cambiato qualcosa? Sono domande che possono apparire provocatorie, ma in realtà intendono stimolare una riflessione.

La poesia con i suoi messaggi e i suoi valori, quali libertà e uguaglianza, con quelle domande esistenziali e le sue riflessioni, non cambia né cambierà mai, essendo senza spazio né tempo. I tanti Ulisse del passato, del presente e del futuro non cercano forse quelle risposte già avute secoli fa? La voglia di capire qual è il proprio posto nel mondo e di realizzarsi, quel continuo anelito di esprimersi senza pregiudizi e paure riuscendo ad essere davvero se stessi, quella sete di serenità, pace e felicità sembrano essere sempre i medesimi.

I frammenti in dialetto eolico di Saffo, vissuta oltre 2.500 anni fa, le sue parole su sensazioni, sentimenti e tormenti amorosi verso gli uomini e verso le donne sono ancora attuali. Anche i protagonisti delle tragedie greche hanno la stessa modernità, se pensiamo che nella nostra vita capita di incontrare tanti Edipo accecati da tracotanza e superbia, dal proprio ego e dalle proprie convinzioni. Rimanendo nella famiglia del re di Tebe, l’eterno conflitto tra autorità e potere di Antigone, anticonformista contro i totalitarismi e le convenzioni sociali che consideravano la donna in secondo piano, sembrano scritte da un contemporaneo e non da Sofocle, vissuto nel V secolo a.C., se è vero che ne hanno tratto ispirazione autori come Vittorio Alfieri e Adolfo Lauro De Bosis.

Esiste ancora oggi quell’impegno civile di cui Antigone si è fatta portavoce, così come hanno fatto intellettuali, scrittori, poeti, artisti e giornalisti che hanno rischiato e rischiano anche la vita per difendere gli ideali in cui credono? Penso a personalità capaci di scuotere le coscienze attraverso la propria voce e le proprie idee, come Ungaretti e Pasolini, Yves Bonnefoy e Derek Walcott, Seamus Haeaney e Anna Politkovskaja, solo per citarne alcune. Continua a leggere

Robert Sullivan, “Cantico Pāua”

XXXIII

Through the waters spilled
By that spring, I was remade. Forth I fared,
A new plant with new leaves in a new time.
The stars were there, and I was set to climb.
I muscled through tides
between rocks and air, sand turning
like a child’s water wheel before me,
star and moon glitter in the turns
waves make storming
the Ōamaru beach.
I haven’t gathered mahika kai
here yet. I don’t like
swarms of kina, but
the ocean plants
feed me and my rainbow
and dried kelp carries the tītī too.
I’m fond of colours and kai.
They have things celestial
and oceanic in them. Who would
know my black foot
could create a star turn?
I sit within my colours,
my scraper inching along
biting rocks and seaweed.
If I had hands and a ukulele
I’d play ‘Rainbow Connection’
for lovers and dreamers. La di da.
I look up past the salt ceiling
and ask how am I here?
A starfish plugs my breathing holes.
I push off a rock wishing for
fresh water. I have to feel
with my foot the sun.

by Robert Sullivan

XXXIII

Attraverso le acque rovesciate
da quella primavera, rinacqui. Me la sono cavata,
una nuova pianta con nuove foglie in un nuovo tempo.
Le stelle erano lì, e io ero pronto alla risalita.
Mi sono fatto largo attraverso le maree
tra rocce e aria, sabbia rotante
come la ruota idraulica di un bambino dinanzi a me,
stella e luna brillano a turno
le onde fanno tempesta
sulla spiaggia di Ōamaru.
Non ho ancora raccolto il mahika kai
qui. Non mi piacciono
i nugoli di kina, ma
le piante oceaniche
mi nutrono e il mio arcobaleno
e l’alga essiccata attira persino il tītī.
Adoro i colori e il kai.
Hanno sfumature celestiali
e oceaniche in loro. Chi può
sapere che il mio piede nero
farà il numero principale?
Mi siedo tra i miei colori,
il mio raschietto avanzando
irrita rocce e alghe.
Se avessi le mani libere e un ukulele
suonerei Rainbow Connection
per amanti e sognatori. La di da.
Alzo lo sguardo oltre il soffitto di sale
e mi chiedo: come sono qui?
Una stella marina mi tappa le vie respiratorie.
Spingo via una roccia desiderando
acqua dolce. Devo sentire
col mio piede il sole.

Traduzione di Alberto Fraccacreta

da Miglior acque. 33 poeti neozelandesi e italiani rispondono al Purgatorio di Dante, a cura di Marco Sonzogni e Matteo Bianchi, Samuele Editore 2022 Continua a leggere

Gerardo Masuccio “La poesia mi ha salvato la vita”

Gerardo Masuccio

Gerardo Masuccio ha vinto il premio Struga Poetry Evenings 2022

Struga Poetry Evenings (SPE) (Macedonian: Струшки вечери на поезијата, СВП; tr. Struški večeri na poezijata, SVP) is an international poetry festival held annually in Struga, Republic of Macedonia.


La poesia e il disertore

Gerardo Masuccio

Discorso di accettazione del premio
Bridges of Struga
Agosto 2022

La letteratura mi ha salvato la vita. Tra una lettura e l’altra, tra una poesia e l’altra, tra un lavoro editoriale e l’altro, io fingo di vivere. Grandi autori del passato – più abili, più illustri di me – hanno affermato di essere nati per scrivere. Piacerebbe anche a me sostenere questa posizione, ma mentirei. Non sono nato per la letteratura. Io leggo, scrivo e curo i libri degli altri perché la vita, senza, mi si rivela in tutta la sua mediocrità. Eppure, per citare Leopardi, «non ho fin qui cagion di pianto».

Dal momento che il non-essere mi inquieta e, se mai si può prediligere ciò che non si conosce né si ricorda, non posso sceglierlo, e la vita – per così come la avverto in me e la percepisco negli altri – mi appare assurda e insignificante, fin da bambino ho scorto nella letteratura una via di fuga. Quell’istante della giornata in cui il sole non è ancora sorto, ma la notte è già un ricordo. Un’intersezione in cui nulla è ancora quel che è. Un limbo, un istante di tregua.

In altre parole, la letteratura è per me una scialuppa nel naufragio. Eppure, se quella via di fuga è salvezza per il naufrago cui sprofonda la nave sotto i piedi, se anche è sopravvivenza e quel naufrago le deve una riconoscenza infinita, non si può affatto pensare che un uomo parta per mare con l’obiettivo di imbarcarsi su una scialuppa. No, non posso dire di essere nato per la letteratura, ma posso affermare con certezza che la letteratura ha reso la mia vita possibile.

Pronunciate in questo tempio della poesia mondiale, qui a Struga, forse le mie parole fanno di me un disertore. I poeti che più stimo vivono per la propria poesia, la nutrono come fosse il nucleo pulsante di tutto ciò che sono. Quanto a me, devo confessare che non scriverei più e mi disfarei di tutto ciò che ho scritto se solo potessi abbandonarmi alla felicità senza più pormi le domande che il pensiero poetico alimenta in me, e che sento necessarie. Credo, insomma, che la mia poesia non nasca per descrive il viaggio esistenziale, ma per denunciarne l’inconsistenza. Un viaggio felice non contempla alcun ricorso alla letteratura.

C’è però una domanda cardinale che può forse riabilitarmi dalla diserzione. Mi è possibile coniugare consapevolezza esistenziale e felicità? Mi è possibile disfarmi della letteratura e, nel contempo, proseguire un’indagine sulla vita che non si fermi all’ovvio, alla pura superficie?

Per rispondere a questa domanda ho bisogno di osservarmi con gli occhi di un altro.

Mia nonna, nata nel corso della guerra, a pochi mesi dal tracollo del fascismo, mi avrebbe voluto religioso e devoto. Ha provato a crescermi così, in buona fede e con amore. Oggi, però, non sono affatto un uomo religioso. Coltivo la mia spiritualità e non rinvio ad altre dimensioni e ad altri tempi quelle domande esistenziali a cui non trovo risposta. Una fede solida mi avrebbe reso un uomo felice, ma i dogmi avrebbero stemperato una ricerca esistenziale tenace.

Mio padre, nato negli anni ruggenti del boom economico italiano, avrebbe desiderato che mi impegnassi attivamente nella società, che investissi la mia intelligenza qui e ora. Oggi, però, non sono affatto un animale politico. Mi tengo informato, seguo il dibattito pubblico, rifletto sui temi sociali ed economici all’ordine del giorno.

Credo, tuttavia, nell’impotenza umana, nei corsi e nei ricorsi storici. Solidarizzo con la vittima, ma scorgo nei suoi occhi il mancato carnefice; condanno il carnefice di oggi, ma non mi sfugge la vittima che è stato o che sarà, chissà dove, chissà quando.

Mi sento responsabile di ogni efferatezza umana, in ogni piccolo gesto, anche quando pranzo o accendo la luce: il mio pasto è la fame di un altro; la mia vista è il buio di un altro. Non posso perseguire la giustizia se avverto che la mia prima colpa è esser nato e che ai torti che il nascere innesca non c’è equa soluzione.

La lotta politica avrebbe assorbito tutte le mie energie, mi avrebbe reso un uomo più sereno, ma i filtri sulla realtà che ogni credo impone avrebbero appannato una ricerca esistenziale nitida.

Mia madre, nata nei primi anni settanta, in un’epoca in cui tutto ha assunto il valore del proprio corrispettivo economico, avrebbe voluto che io diventassi un avvocato.

Per un periodo si è illusa che l’avessi assecondata, ma io ho studiato giurisprudenza senza ambizioni di quel tipo. Con dedizione, sì, ma spinto da valori alti che non sono precipui per la giustizia umana.

Non mi animavano i codici e le procedure, ma le parole di Euripide e di Dante, di Dostoevskij e di Deledda: il delitto e il castigo, la causa e l’effetto, il peccato e la grazia. Non i processi, non i contratti. Una brillante carriera forense mi avrebbe assicurato prestigio sociale e immediata solidità economica. Ma, calato nel mondo come ogni burocrate deve e sazio della pienezza di chi non vede oltre il secolo umano, avrei trascurato ogni spinta esistenziale più profonda.

In quel che mia madre, mio padre e mia nonna hanno considerato il tutto, fin da subito ho avvertito la carezza del nulla. Dio, la patria, i valori civili, la ricchezza e il prestigio sociale. Ho scoperto il vuoto in ciò che riempie la vita di altri. Continua a leggere

Silvia Bre, “Le campane”

Silvia Bre Photo Dino Ignani

La luce di qualche verità
qui è eclissi
gli sguardi le cantano il buio.
Anche la grammatica fa
il suo salto mortale
e non lo sbaglia e muore.

*

C’è una forza che tiene e ha una forza
che tira avanti come un animale
non chiede niente e si prolunga buia
nel suo buio venire in mezzo al mondo
travolge tutto dalle sue radici
via dalla memoria di qualcuno
puntando oltre, verso più nessuno
averla dentro leva da se stessi
come va via da te quello che dici.

*

In questo sonno raccolgo la mia polvere
se la mano distesa ancora manca
di franare nell’unica quiete
e la parola innata non significa
ma scendo sempre ancora
nel quieto darsi a lei del mio pensare,
mentre dormo la vita ancora sogno
la quiete che mi accerchia e sta sospesa.

*

Questo diventi, mia acuta differenza
spartita dalle correnti d’aria, squilibrio
rincorsa, tuoni di nostalgia in un suono perso
che si fa dilaniare a ogni rimbombo.
Ma io resisto, ti sto murando col gesto del vento
ti tengo ferma via da me
ti impongo all’universo.

(Silvia Bre, “Le campane”, Einaudi 2022)

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Il segno del tragico nella poesia di Luigia Sorrentino

Luigia Sorrentino Photo di Gianni Rollin

Luigia Sorrentino, da Olimpia (Interlinea, Novara 2013-2019) a Piazzale senza nome (Pordenonelegge-Samuele Editore, Fanna, PN, 2021), le tracce di una scrittura sovrana.

Note in margine

di Marco Marangoni

La scelta stilistica della Sorrentino, giunta a piena maturità già con Olimpia, ha la forza e la rarità di restituirci un tempo arcaico, circolare, di distruzione e rigenerazione del tempo, del ritorno.

E’ significativo che a proposito di Olimpia sia De Angelis (in Prefazione) che Benedetti (in Postfazione), al fine di sottolineare tale cifra poetica, abbiano citato lo stesso passo lirico del libro, che sembra davvero esplicitare una poetica del ritorno: “Ritorniamo arcaici, al servizio di ciò che siamo stati”.

La poesia, a cui quel verso appartiene, si intitola “Deformazione”: titolo, utile a sua volta, per comprendere uno stile che, pur accedendo alla forma, de-forma (diversamente dunque dal gesto avanguardista), la comunicazione: non in quanto la nega, ma in quanto piuttosto la de-situa, realizzando quel particolare “spasimo dell’intelletto che non fa parte di un individuo ancorato a se stesso e alla società in cui vive” (Benedetti, op. cit.).

Di qui la difficoltà specifica di questa poesia, inesplicabile senza una concezione arcaica o mitica del linguaggio.

Non è insomma quello della poetessa uno sguardo usuale, mimetico-critico, radicandosi invece in livelli cosmici che presuppongono per la loro intuizione che il tempo cronologico sia abolito o messo tra parentesi.

Ecco che in Olimpia si potevano leggere le seguenti sequenze liriche: “Fluttuando nella sostanza emotiva che pre-/ serva e cura, svanisce la memoria di ciò che siamo. La transizione nella/ morte da vivi, provoca spaesamento. In un grumo di forze distese,/ avviene lo smantellamento, lo spostamento, l’inversione. Ritorniamo arcaici […].”.

Abolito il tempo, vita e morte possono scambiarsi in una coincidenza di opposti: “tutta la nostra attesa era/ in una madre che ritorna/ nel regno dei vivi e dei morti”.

Avviene allora che il dramma della realtà-poema nel suo intero (“tutto si era placato”) ha il suo acme nel pathos della distanza-prossimità, nella misura attimica tra quiete perfetta e totale vicissitudine: “non chiamate la rosa […] quasi da vicino,/ lasciate ciò che è immobile attorno/ a lei […] chiaro brivido che all’indietro guarda/ e sorregge il lontano in quell’istante/ la rosa”.

Portarsi qui, in questa misura, è la vocazione della Sorrentino. Ma non è possibile alcun adunare senza volgere/ rivolgere, senza dissidio: “inaudito era il volto della fonte// e quando il dio le entrò dentro/ più forte adunò tutti i fiumi/ nel suo volgersi e rivolgersi”.

In questi versi che ricordano il Werden (Divenire dell’Uno-tutto) di Hölderlin, la poetessa ci avverte che per accedere al tragico si deve sacrificare l’orientamento pratico, l’atteggiamento reattivo, la metafisica della presenza.

Qui cade il confronto/incontro di questa poesia con il male in letteratura, con quel male che non si può non incontrare una volta che sia stata aperta la porta a quel “grumo di forze” che abbiamo già citato. G. Bataille, molto istruttivamente ha scritto: “L’umanità persegue due fini, di cui uno, negativo, è di conservare la vita (evitare la morte), l’altro, positivo, di accrescere l’intensità della vita. […] Ma l’intensità non si accresce mai senza pericolo […] può esserlo in modo disperato, al di là del desiderio di durare.” (La letteratura e il male, trad. it. di A. Zanzotto, SE, Milano, 1997, p.67).

L’intensità che si accresce in corrispondenza del “pericolo“ è una formula che richiama il tragico e il famoso verso di Hölderlin: “Lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva”.

Questo a dire che non c’è sviluppo possibile, per una poesia come quella della Sorrentino, che non sia quello che consiste nel penetrare, per atti concentrici e rituali, nel doppio di vita/morte: “nella ferita – leggiamo in Piazzale senza nome, op. cit.- che voi non avete mai visto”.

Di certo però è in questo nuovo lavoro (Piazzale senza nome) che Luigia Sorrentino, oltre a tessere fedelmente, (in un senso prossimo, se non identico, a quello di Bataille) della poesia dove il terreno dell’esperienza diventa più trasgressivo, maledetto: “luminosa potenza/ abbandonata e sola/ trascina giù, riempie/ tutta la forza“; “La fine era lì, dove qualcos’altro cominciava./ Un patto muto ci consacrò per sempre al cuore di quella terra scura/ e insanguinata.”

L’ispirazione è qui continuativamente rivolta a un senso radicale di rapimento, vorticità, discesa.

Placamento o catarsi sono al termine del rivolgimento catastrofico (katá stréphein: voltare in basso): “aveva oltrepassato/ il confine/ restituita la voce all’universo”; “perduta nell’oceano/ la frequenza cardiaca/ la voce dell’universo”; “ora la tua voce ha la struttura del suono.// La stanza è un’urna fiorita. Avvolge un ritorno senza confini./ Adunata sul petto risuona fra le braccia la corrispondenza armonica/ del cuore in esilio.”

E la morte diventa un luogo sacro, un luogo impossibile (Goethe) con cui la poesia è chiamata a confrontarsi abissalmente: ”il grembo della voce si spegne/ reclama il buio/ la cupa processione della negazione/ nomina un paese morto”.

Photo di Luigia Sorrentino 22 gennaio 2017

La direzione “a scendere” inverte, nel modo più crudo e violento, l’orientamento costruttivo, l’edificante, l’apollineo. Un Dionysus redivivus agisce qui – ancor più che in Olimpia– dove si svolta dalle distinzioni razionali del bene e del male, verso uno spazio inaudito eppure ancora ancorabile a un linguaggio: alla parola simbolica cioè, ambivalente, fluttuante, frammentaria, e poematica al tempo stesso: alla parola-che-canta come una salvezza-che-cade: “ abita la sordità della morte […] la sua luce è potente e tragica// ha la forza della musica/ il canto cardiaco/ l’impronta della tenerezza/ caduta dalla mano del padre”. Continua a leggere

Amanda Gorman e il “Libro di Michea”

Amanda Gorman è la ragazza afroamericana che a soli 22 anni è salita sul palco per leggere una sua poesia nel giorno dell’insediamento del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Photo © Kelia Anne


Nota di Alberto Fraccacreta

È il Libro di Michea il possibile intertesto di The Hill We Climb, l’opera che Amanda Gorman ha recitato durante la cerimonia di insediamento del presidente Biden (traduzione di Francesca Spinelli, Garzanti, 2021).

Be’, innanzitutto c’è una citazione esplicita: «Le Scritture questo ci dicono di immaginare: / “Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico / E più nessuno li spaventerà”». Siamo a metà del poemetto – che consta di centodieci versi – e la Gorman menziona Michea 4,4 (ma suggeriscono qualcosa di simile anche Zaccaria 3,10 e 1Re 5,5).

Sembra che la ventiquattrenne poetessa di Los Angeles abbia ricavato l’idea dal musical Hamilton di Lin-Manuel Miranda, vincitore del Premio Pulitzer e di un Grammy Award nel 2016.

All’interno della pièce l’espressione risuona nel discorso di addio di George Washington, il quale amava l’immagine della vite e del fico al punto da utilizzarla una cinquantina di volte nella corrispondenza privata.

Il riferimento scritturale indica pace e prosperità: il significato è concreto e allegorico, letterale ed escatologico. È lo stesso Michea che ci invita a questo duplice livello di lettura.

Il profeta, al pari di Amanda, intende combattere l’ingiustizia sociale entro una prospettiva messianica. La «collina che scaliamo», rimando mascherato a Michea 4,2 («Venite, saliamo sul monte del Signore»), è quella dei diritti e, allo stesso tempo, quella della vittoria decisiva del popolo di Dio: la «radura promessa», il monte di Sion, la Gerusalemme celeste.

Finiscono qui i legami tra The Hill We Climb e la Bibbia? Certo che no. Se strizziamo i versi, notiamo che gocciolano di sintagmi, parole-tenda, elementi morfologici i cui detergenti e additivi sono Vecchio e Nuovo Testamento. Ecco una rapida carrellata: «Nasce il giorno» (nell’originale «When day comes») corrisponde a Giovanni 14,20 «When that day comes», secondo la Bibbia di Re Giacomo fruibile in USA; nella formula idiomatica «il ventre della bestia» allignano Giona 2,1 «Giona restò nel ventre del pesce» e Apocalisse 13,1 «vidi salire dal mare una bestia»; l’«unione perfetta» richiama 1Corinzi 1,10 «siate in perfetta unione di pensiero e di intenti»; «alziamo i nostri sguardi non / su ciò che si frappone tra noi» è parallelo a 2Corinzi 4,18 «perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili»; in «un’ora di così grande terrore» riecheggia Luca 22,53 «ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre». Si va avanti a lungo smerigliando la Genesi, Geremia, la Lettera ai Romani. Ma facciamo soltanto due esempi che riguardano la chiusa. Continua a leggere

Alberto Bertoni e Enrico Trebbi

Poesia Festival 2017 Sabato a Vignola l’Alzheimer : la malattia, la cura, ……. photo© Serena Campanini

Da “Canzonette politiche e morali” di Alberto Bertoni.

Senza famiglia

Il mondo, oggi, è fuori posto
la cantina spostata di un metro
buono, la bicicletta
che quando la riprendo
è simile ma non uguale
giallina senza la sua
sfumatura avorio
e io mi sento il signore del Piuttosto
guardando negli occhi della belva
in cui si è trasformata la mia gatta
fuggitiva di solito e distratta
ma adesso cacciatrice d’astri
o di più commestibili formiche
sui pavimenti di tutta la casa
con agguati da tigre
a fauci spalancate,
ignara dell’impenetrabilità dei corpi solidi
proprio adesso che è notte
imprendibili gli sciami di zanzare
e di lei molto più mordaci
nell’infinito immobile di un letto
che alla fine, mi accorgo,
non è il mio

Comunione

Racconta una sera Matteo Zuppi,
cardinale legato di Bologna,
che quando era prete a Sant’Egidio
l’ex pugile e attore Tiberio Mitri
prima di prendere l’ostia
consacrata fra le labbra
accennava la mossa
del pugile in guardia
senza dire se poi scattava
di Tiberio anche il gancio sinistro
col quale stendeva ogni giorno se stesso
alla fine risucchiato da un treno
fra Civitavecchia e Roma
un’alba d’inverno al principio
del nuovo secolo

I ricordi nel racconto un puro impiccio
al suo esistere nudo
senza direzione verso casa
di Alzheimer la comunione
e la strada

Enrico Trebbi

Da “Storie delle case” di Enrico Trebbi


Terza casa

In una vita non è molto cambiata
la vecchia casa allungata
che ancora dimora i miei sogni.
Un microcosmo sentimentale
che nell’infanzia era il mio
unico mondo, il mondo
spaurito dei prematuri neri invernali
appeso a un vetro di finestra
gli occhi che scrutano il buio
come scandagli nel fondo
cercano segni di esistenza
a bordo dei relitti abitati
dalle fievoli luci sottomarine
nel crescere in fretta e furia,
come se mancasse il tempo
e la strada la si dovesse sempre
correre a perdifiato. Chissà
quali mostri affamati potrebbe
partorire la sera che non ha
i lampioni di Magritte a illuminare
quasi raggiungibili portoni.
Il davanzale basso, forse
mio padre si sporgeva troppo,
la minuscola finestra nell’antro
in cui mia madre cucinava
da cui solo vedere sole o luna
e quel minimo circolo d’aria
che consentisse di disperdere
profumi, odori, fumi e molecole
di cibo, la cena uno sparuto miracolo
eucaristico, le rare volte in cui
tutti eravamo a tavola, padre compreso
mai però abbastanza, che spesso disertava
per altre tavole e tavoli commensali.
Io rannicchiato nell’angolo buio
vicino alla seconda poltrona, la prima era
eccessivamente illuminata, speravo
non mi si vedesse e fosse quello
il varco per trovare l’ingresso al mondo
di miracolosa sfinitezza che solo
talune giornate grigie e sommessamente
piovose recano in dono, quando
il limite tra veglia e sonno si fa
progressivamente più incerto e sottile. (…) Continua a leggere

Paura e sgomento per Salman Rushdie

Il successo negli anni Settanta con “I figli della mezzanotte” e poi le minacce dagli integralisti islamici per “I versi satanici”

In this file photo taken on October 13, 2019, British author Salman Rushdie poses with his book ‘Quichotte’ during the photo call for the authors shortlisted for the 2019 Booker Prize for Fiction at Southbank Centre in London on October 13, 2019. – It has been reported that Rushdie was attacked on stage during an event in New York. (Photo by Tolga AKMEN / AFP)

Sono gravi le condizioni di Salman Rushdie vissuto per più di 30 anni sotto la minaccia di morte dell’estremismo islamico.

Lo scrittore aggredito e accoltellato ieri 12 agosto 2022 alla Conferenza alla Chautauqua Institution di New York alla quale stava partecipando, rischia di perdere un occhio e forse la vita stessa.

Rushdie, che presenta gravi danni al viso, al braccio e al fegato, è stato sottoposto a un lungo intervento chirurgico e adesso è attaccato a un respiratore artificiale.

La Fatwa emessa nel 1988 dall’ayatollah Khomeini è piombata su di lui a causa del suo romanzo “I versi satanici” pubblicato in Italia da Mondadori.

Per questo libro considerato da una parte dell’islam ‘blasfemo’, Khomeini offrì una taglia di 3 milioni di dollari come ricompensa a chi avesse ucciso Salman Rushdie in qualunque momento e in qualunque posto del mondo lo scrittore si trovasse.

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Video Intervista a Franco Loi

Franco Loi e Luigia Sorrentino, Milano 2006

Nota di Luigia Sorrentino

Vi propongo oggi una delle versioni più complete della mia video-intervista al poeta Franco Loi realizzata nel 2005.
L’aneddoto che mi lega a questa intervista è interessante. Ve lo racconto.
Avevo ricevuto dal mio direttore di Rainews24 l’incarico di andare da Roma a Milano per intervistare la poeta Alda Merini.
Conoscevo la Merini, il suo carattere particolare… quindi dissi al direttore che avrei “provato” a intervistarla, ma non era detto che l’intervista sarebbe andata a buon fine e allora, “contrattai” che se la Merini mi dava “buca”, avrei intervistato a Milano a Via Misurata, il poeta Franco Loi. Poiché la Merini mi diede appuntamento alle 14 nell sua casa sui Navigli, senza perdere tempo decisi di andare prima a intervistare Franco Loi alle 11:00. C’era la moglie, Silvana e Franco che mi ricevette in giacca da camera. Bene. Questo è il risultato di alcune ore che trascorremmo insieme, poi andai dalla Merini che ovviamente mi negò l’intervista sbattendomi la porta in faccia.
Però io andai dalla Nanda, da Fernanda Pivano, e feci con lei un’intervista molto esclusiva che vi proporrò fra qualche giorno. Quando tornai in redazione il mio direttore fu molto contento. Pacca sulla spalla! “Hai intervistato la grande Nanda”! Ma a dire il vero io ero felice soprattutto per Franco Loi.
Eccolo nella nostra indimenticabile (per me) intervista.

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Maddalena Lotter, “L’era degli uomini è finita”

Maddalena Lotter

Nota di Luigia Sorrentino

Leggiamo insieme cinque poesie tratte da Atlante di chi non parla dalla nuova raccolta di versi di Maddalena Lotter pubblicata con Nino Aragno Editore nel 2022.

L’Atlante del titolo rimanda al titano Atlas condannato a reggere il peso del mondo sulle spalle. Ma la figura oppressa da questa grande responsabilità, qui trova un’espressione artistica luminosa, che dà valore alla testimonianza, all’atto del testimoniare.

Maddalena Lotter con voce consapevole, a tratti sapienziale, iconica, conduce il lettore a un universo poetico che dà voce e ritmo a un teatro naturale che emerge dal silenzio.  Vi si incontrano così Storie di animali grandi estinti, ma anche le voci dei campi, i faggi, la cicala, le formiche, e il cosmo, con le sue galassie e le costellazioni.

Dare voce a chi non parla è qualcosa che riguarda molto da vicino i poeti e la poesia e fa piacere constatare che questa necessità ritorna con una nuova linfa vitale, rigeneratrice, nelle nuove generazioni di poeti.

 

dichiarazioni spontanee

I.

Prendo coscienza troppo presto
ancora imbrigliato nelle pareti molli.
sento di conoscere lo sbadiglio
e sbadigliando ho rotto tutto

ora
c’è un prima e c’è un dopo

si sono aperte le galassie
diluite in costellazioni
atmosfere
d’albe viola, rocce e gas

mi trovo in una solitudine immensa

 

II.

scrivo perché il primo valore
è la testimonianza

ma non so dire con esattezza quello che vedo,
se qualcuno leggerà
sappia che anche la mia è una traduzione
non è questo quello che ho visto.
quello che ho visto prima di parlare
non viene centrato da nessun linguaggio.

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Marco Esposito, Inediti

Marco Esposito

Nota di Gisella Blanco

La fisicità del movimento, che sia solitario o sincronico a un moto estraneo, emerge da questi tre inediti di Marco Esposito con una ferocia latente, insita nella carne umana e nella materia fibrosa dell’esperienza quotidiana. Affiorano riferimenti a ricordi personali forse mai accaduti, sempre più prossimi all’impossibilità e al desiderio irrealizzato.

Lo scorrere del tempo si registra sul corpo come annotazione a margine di un testo incompletabile e, nella confusione della storia già scritta, quella ancora scrivibile è sintomo – e non solo simbolo – di gioia per tutti.

Le immagini che scalpitano nelle strofe sembrano incrinarsi, talvolta, a una triste ammissione di impotenza ontologica, prossima alla noia più che alla disperazione, ma subito interviene il fervore della metafora a profilare la sagoma di memorie comuni che si risolvono nell’intimità di un dialogo privato, mai esclusivo e mai escludente.

Se la malinconia è una patina opacizzante sullo sguardo dell’individuo, in questi versi le voci verbali al passato si uniscono a quelle al presente per ricreare un tempo lirico in cui l’accoramento si scioglie nella tenerezza per manifestarsi nel coraggio dell’uomo che impara la fragilità della forza e la forza della delicatezza.

 

Di gambe lunghissime è questa fuga
e tendini da sbrogliare nei rettilinei
che mancano al sangue.

Ho cucinato per te senza conoscermi
il mio sguardo era docile al vino,
tagliandoci i capelli per sempre a vicenda
si rideva e ci si ravvedeva nel danno compiuto.

Il corpo mio cambiava il tuo sempre fresco
rimaneva nel fottuto scherzo del tempo,
dove il giorno finiva presto nella notte eterna
e nell’anarchia dei pasti e della carne.

Mia madre piangeva al telefono come temendo
di rivedermi tardi – riposati di tutto il tempo
mai dormito – diceva ma continuo a non dormire
e di giorno corriamo tutti in strada per la gioia.

Gli anni si contano ora in queste scarpe.

[2020] Continua a leggere

Luca Ariano, “La memoria dei senza nome”

Luca Ariano

Meno di una settimana a Natale
e tu Fiulin fuggi giù: chi cerchi?
Le tue origini? Avresti portato Giggino
un’ultima volta: scese per un funerale
con la sua 127 bianca.
Anche lui vide branchi di pecore?
Pascoli di bufale lì dove i Sanniti
sconfissero i Romani…
tu quando porterai un fiore sulle tombe?
Sarebbe piaciuto a Giggino camminare
per quei vicoli tra panni stesi…
odore di cucina e fritto
– come quello di mammà –
e il mare così vicino.
Anche tu sei ripartito in un treno di nebbia
da Averno: loro temono dicembre…
che qualcuno non veda le feste.
Solo Rosa lontano ti sorride nel fumo
che ti brucia i polmoni e quell’abbraccio
è l’unico regalo che valga una stagione.

«Saluto tutti i miei amici!
Che dopo questa lunga notte possano vedere l’alba!
Io che sono troppo impaziente, li precedo.»

Stefan Zweig

Terminata l’estate?
Forse mai iniziata per te
che pensi all’anno scorso…
tuo padre passeggiava sulla riva:
oggi si aggira come uno spettro…
vorresti leggesse libri di Elena Ferrante,
ti raccontasse altre storie del rione:
non le ricordi più?
Lei così lontana… sai poco della sua vita:
nuovi amori?
Non è passato tanto tempo e tu sfiori
boccoli biondi:
cosa rimarrà dello sguardo di ramarro?
Giornate accorciate
Come quella sera che Stefan Zweig
carezzò il suo cane, un biglietto
prima di coricarsi
riempiendosi di pastiglie per una lunga notte.

***

“È come se dalla morte improvisa di mio padre,
io fossi rimasto lo stesso. La morte, che si annida in me
da allora, mi ha improntato di sé, e io non posso sbarazzarmene.”

Elias Canetti

Hai scelto l’estate Giggino
per andare via…
A te che piaceva per il mare,
il suo compleanno…
quella crociera sull’isola greca:
case bianche ormai colme
di turisti ma il tramonto
è rimasto lo stesso che vedesti
sull’Egeo.
Alessandro bambino passò
bei giorni su quel ramo di lago:

nessuno cura più l’antica dimora,
il sole che cala celato dal cemento.

Troppo presto smise di giocare
il piccolo Elias arrampicato
su un albero quando la madre
dalla finestra gridò:
«È morto tuo padre!»

***

Chi iniziò prima il corteggiamento?
Fu forse un atto brutale
l’incontro tra Sapiens e Neardenthal?
Geni incrociati in quella grotta,
perduti in quella piana…
Cosa rimarrà del vostro corpo?
Carni intrecciate nella passione
scambiando umori, carezze
e sguardi intensi antichi come civiltà.
Lui non c’era, non ci sarà,
lei nemmeno vide internet…
Marco Ulpio mai più tornò a Roma
nel suo soffice letto;
oltre gli argini di quel fiume capì
che non avrebbe conquistato
più nulla… solo il nulla.

***

Non sei un avatar Nena,
non hai un’anima digitale:
albeggia presto e sentite
odore di campi calpestati,
di stagioni tardive.
Quell’automobile il vostro regno,
un albergo a quattro stelle
mentre stringete i vostri corpi.
Fuori genti verso lavori precari,
di ritorno da notti troppo lunghe
mentre carezzi i suoi seni timido.
L’impaccio di un passo improvviso
baciando turgidi sogni,
amplessi mancati, celati da vetri
appannati ai primi chiarori.
Non chattare, non scrivere messaggi
ma lasciami il tuo sapore, labbra
di occhi caldi mentre il treno parte
e i caffè si riempiono di colazioni,
tintinnio di cucchiaini.

Da La memoria dei senza nome di Luca Ariano. Il Leggio Editore, 2021.

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Alessandro Santese, “Carezzami ti prego”

Un’opera d’esordio folgorante: Santese con “Vento nelle mani degli uomini”, ci riporta a una poesia di ampio respiro, a uno spazio cosmico che tutto crea e distrugge.

Alessandro Santese

Dimenticate

Si sbracciano come in un sogno
o è l’abbraccio del fuoco e voi: dimenticate.
Dimenticate la gioia
che vi reclama e vi sfa
i gesti dentro un solo grande giorno di luce
che qualcuno disse la vita.
Dimenticate le mura che si aprono,
le macerie e il sale
d’ogni pianto che sbriciola
vetri e pensiero
e prepara il verde luminoso dei prati
mentre giorno dopo giorno
mette spore, dimenticate il bambino
scalzo che vola nell’aria e i bambini, tutti, il grande buio e
l’impossibile, il silenzio
che vi cresce intorno e prepara tutto,
e mai lo dite,
dimenticate le madri
che camminano nell’ombra e abbracciate in sogno fino all’ultimo
respiro, i vivi e
i morti che mai si ricongiungono. Questi sassi scagliati
contro un viso qualunque.
Dimenticate.
Tutto.

Ricomincerete: non il centro del buio
l’uscita dal buio era la sporgenza
alla fine, come in premio, la vita.

Oh ma questo no. Oh questo,
non lo dimenticate.

*

Carezzami ti prego

Carezzami ti prego in questa notte sterminata
di voci e vetri grano grano ricomposti
nella carne
che ci tiene
svegli, alla notte, lungo un filo. Sai, è stato un attimo, e poi
siamo stati cancellati
dal canto e del mondo per ritornare
nel sangue
che agghiaccia un giorno
dentro un volto, e prende
un corpo, un altro
ancora e
sfiora vite, vede vite, sente vita alle labbra, prende
contorni e chiaroscuri, luci
e risa. L’attimo, l’unico, e poi…
fu luce immensa ai vetri
chiamò improvvisi all’amore
d’ogni solco nella carne
mia e tua, nella mente, d’ogni vuoto
bacio e ti lascio e ti lasciano i giorni
per entrare ora, dentro, nelle
ossa
fino al bruciare
improvviso del cristallino dentro un battito: “ora”,
ti prego, lasciami
entrare, o sarà niente
e saremo niente
polvere lacrime
di gioia e mai più.

*

Da me a te

Ciò che cade tra le mani e squarcia le mani, a metà: le apre nel      [sangue
una poesia, un grumo di luce e sogno, una liberazione
per coloro che vengono e ci leggono dentro
ogni cosa, le ramificazioni screziate dell’essere, l’albero fulgido, chinandoci la testa sopra
per morirci
sdraiati od entrare,
nel fiato della nottola nel sibilo della caverna
del firmamento che
rotea
assottigliandosi
nella marea delle nuvole sopra la fronte
come il bastone sollevato
a due mani per fare paura l’uccello grandissimo della morte, chiamando tutti
i venti a raccolta
nella scatola del cartone, nell’erba,
nella buca del pozzo,
nel granulo iridato di polvere
che slaccia volando
i capelli lunghissimi
alla donna
dispiegandoli nell’aria,

leggono: dei giocattoli del ridere e della gioia piovuti
dal baratro del firmamento
e nascosti, ora dopo ora, dentro il verde della terra,
della punta della piroga che si frantuma
come le ossa contro l’onda del nulla
dalla quale, un giorno, a nuoto, si nasce,

leggono
delle unghie dell’orso sognate in sogno
è un giorno conficcate
lentamente
nel costato,

delle lingue inusitate e demolite
avverate nel libro di tutti i leggenti
di tutti i veggenti
di tutti i soldati
di tutti i salpati,
i giochi, gli ammanchi,

del battito miracolato dei cento talloni
sulla terra arrossata di polvere
per il troppo danzare, per il troppo gioire, per il troppo ardere,
perché la falena elettrica degli occhi
sbigottisse una mattina di fronte alla pagina bianca e sterminata
del libro della poesia aperto sulle cosce
dal quale andavano leggendo,
leggendo, dell’uomo e della
donna, accovacciati l’uno nell’altra, mentre disegnano
per terra, senza volerlo, in silenzio,
gridando, una storia diversa,
accovacciata in altre storie,
granello di sabbia in granello di sabbia, da te a tutti, saltando tutto, ogni cosa; da me a te.

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Roberta Dapunt, da “Sincope”

Roberta Dapunt


della carne della lingua

In questa carne ho radicato gli anni, li ho educati.
In questo corpo la materia dei miei pensieri
e le parole e le domande.
Su questa pelle l’ambiente delle loro risposte,
fino a contrarla, le vocali e le consonanti.
Ho consegnato a ogni osso della mia struttura
una lettera
e da lì le parole, una ad una le ho nutrite e ho appreso,
mentre crescevo la carne si faceva verbo.

Composte membra, ordinate si sono gonfiate,
dilatate le loro cavità e da lì ho ascoltato,
ed era voce del mio corpo. Che mi chiamava
e io sorda alle sue espressioni, finché
ho appoggiato le labbra alla loro imboccatura,
organica relazione, ho forgiato la lingua
ed essa ha compreso il gusto
e così finalmente io le ho parlato.

*

Il lento finire porta la gonna e le nere calze.
Sotto la gonna
lo sterile inverso di un verde prato.

*

la confessione

E mentre sembra che tu possieda ancora i tuoi segreti,
da questo verso in poi io ne sarò priva.
Qui dimentico me stessa, ho solo
il mio sguardo che ignora presunzione e richiesta.
Eppure sì. Il desiderio di nuovo diventa un’emozione
e il pensiero a chi ti è simile. Piove fuori, appena marzo
e dentro il tempo colmo di te è tempesta.
Che splendida prova.

*

il nero

E’ talmente nero qui sotto,
da poter sentire soltanto i tuoi passi
sopra il mio sguardo spento.

(Roberta Dapunt, Sincope, Einaudi 2018).

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Giulio Maffii, da “RadioGrafie”

Giulio Maffii

che guardare il sonno
prendere cura e il senso del respiro
dividere ancora il giorno
come se fosse una catena di montaggio

*

che sale un odore oltrepassa la finestra
si fa vestito radiografico dilaga

(tutti si ritrovano a indossare
la faccia dell’errore o del catasto d’amore)

si riaprono gli armadi
si nascondono le mani

*

che ogni morto porta al proprio dio
un nome un oggetto fatto d’ossa
e qualche scampolo di notizia

che arriva con tanta ansia accumulata
al momento della dispersione
al ricordo dell’occasione persa

*

che dare il cibo al gatto
è compito seriale

che il rovescio nudo delle scale
è punto di appoggio e di sutura

che le case emanano odore
di lampade votive

ti piovo ti spiovo e dopo di nuovo
muovo l’odore dentro lo specchio

(Giulio Maffii, “RadioGrafie”, il Convivio Editore 2022).

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Giorgia Meriggi, da “La logica dei sommersi”

Giorgia Meriggi

La luna è nata
per separare l’acqua
dalla terra
un morso strappato
alla cute ininterrotta di granito
che sigillava il mondo,
quindi:
l’orogenesi
il sale
la molteplicità delle forme
viventi
l’amore
l’assillo della fame
e la persecuzione
le abitudini carnivore
l’amore
la guerra:
nessun medicamento
per l’incongruo
in acqua come in terra.

*

Sott’acqua tutto cade
chiedendo scusa
luna e sole sono pesci
di secondo grado
la pioggia è solo il fremito
di un cosmo appena nato.

Per i pesci del Tamigi
Dio è una nave
la fortuna non c’entra:
l’acqua è una grande cellula
uovo
le molecole
non fanno rumore
l’amore non si nomina
il vento non ha senso.
Tutto qui.

Quindi, non preferiresti
essere un pesce?

*

Dove l’acqua è più buia
e fonda
Dio parla ancora
dell’origine del mondo,
la luna non esiste
ancora.
I pesci privi dei sensi
ricevono i pensieri
di tutto ciò che esiste
intorno.
L’acqua entra nell’aria
ed è un messaggero,
i pesci sono il chiasmo
dei pensieri.

Giorgia Meriggi, tre poesie da La logica dei sommersi (Marco Saya Edizioni, 2021)

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Innocenzo Odescalchi, “Il battesimo di Lucifero”

Nota introduttiva di Fabrizio Fantoni

 

Con la sua ultima mostra – intitolata “Oltre” – realizzata nei locali dell’antica fornace di Antonio Canova Innocenzo Odescalchi ci consegna un’opera di grande impatto visivo.

In uno spazio circolare – voltato da cupola come i templi dell’antica religiosa – ecco palesarsi allo sguardo del visitatore la  figura di Lucifero che si cala dall’alto legato ad una catena infissa alla volta. Sotto di lui – sul pavimento al centro della sala -uno specchio d’acqua a simboleggiare il rito del battesimo. La catena che lo serra impedisce al demone l’immersione purificatrice nell’acqua.

Con questa opera, spiazzante e totalizzante, Innocenzo Odescalchi condensa le contraddizioni insite nella nostra contemporaneità in cui l’essere umano appare teso tra perdizione  e desiderio di redenzione.

Intervista a Innocenzo Odescalchi
di Fabrizio Fantoni
Roma, 10 luglio 2022

 

L’opera esposta sembra affrontare l’idea del sacro. Puoi raccontare la genesi del lavoro?

 

L’origine del mio lavoro “il battesimo di Lucifero” è nato dall’esigenza di poter descrivere uno “spettacolo visionario” che ti trascina fuori da questo tempo e ti conduce in un “mondo altro”.

Canova22, luogo dell’esposizione, è la Fornace dove Antonio Canova ideava e modellava la prima forma in creta per poi forgiarla col fuoco, elemento primario. Ho cercato di dare forma a una rivelazione, un’esperienza estatica che scuote e trasforma il trauma spirituale dettato dall’Arte per ricostruire una pratica trascendente, Friedrich Nietzsche diceva: “l’Arte alza la testa dove le religioni scompaiono”. La statua che rappresenta un demone in cerca di salvezza. Lui, il mistificatore che viene ingannato esso stesso, impossibilitato a purificarsi, scambia una pozza di petrolio per una fonte d’acqua destinata al fuoco perenne. Continua a leggere

Sergio Bertolino, da “La sete”

Vieni,
avrai un sorriso stanco alla parete.

Dileguàti gli uccelli nelle forre,
non suonano più scarpe al Gradenigo
se dici «accoglimi», la loro lingua
è mistificazione del mondo, archibugio.

Così sei stato, per gli dèi dell’ozio,
un amante impossibile – lucerna
che la terra chiama a mentire,
farsi grande alla finestra.

Così falliscono anche i versi,
ed ogni cosa – per sempre ferma e distante
– come quest’aria non ha voce.

***

Non c’è alternativa.

Stanca la bocca nell’esercizio del fiato,
ciò che resta – la più piccola parte
di me – trema per un lascito d’amore,
abbarbicato come cosa morta.

Conosco la ferocità della commedia; non m’incanta
la fanfara dei màrtiri a sera, l’irrilevanza di una lingua
e del tempo. Tutte le frecce puntano un centro,
lo stesso di quando in due abitavamo un corpo:
ma trent’anni non sono bastati a risalire le acque verdi.
E oggi le bevo perché torni alla verità della vite,
al remoto, al diverso che dà luce.

***

Col vero mi tenta a non piegare il ginocchio
chi per sete ha scatenato i cancelli.

C’è nell’intimo un mondo mentre l’altro
ha fallito; e solo dubitando
finalmente cadiamo. – Ma su gocce d’acqua
si abita la foglia sempre viva.

Non dorme la pietra, il sangue stravolto
è un no che sa tacermi sull’altare.

Dov’è stato un sogno
è il grido impresso.
E brucia la fronte
il sole che ho negato,

l’aculeo dentro al cuore di mia madre.

***

Credi a me, qualunque strada s’imbocchi
basta un abbaglio: quel rito – sempre lo stesso –
che tolga la cera fredda da sotto gli occhi.
Un po’ come resistere, prepararsi
un letto piano tra le ortiche
perché frani l’inverno e trasfiguri,
e soffino i vetri dai colli accesi
per la tristezza musicale dei barconi.
Resto l’uomo che guarda fisso il vuoto
dai ponteggi, che pensa
nulla di questa febbre andrà risolto.
Resto chi non sputa fuoco a margine
di un foglio, scrive di giorno
e perciò non sa realtà al di fuori
del deserto. Ma stamane rido mortalmente
con le scimmie. Mi ripeto, mi abbaglio.
E tu non conosci il mio nome;
dormi ancora tredicenne – celata
ai guasti della luce – sulle panche
dove siedo a sistemarmi i capelli
e a domandarmi se sarà fieno il tempo, se
soffro per sollevarmi o farmi neve.

Sergio Bertolino, da “La sete” (Marco Saya Edizioni, 2020)

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Mario Famularo da “L’incoscienza del letargo”

Mario Famularo

una stella si è spenta
confermando
incomputabili
distanze da altre luci

ne resta appena un’ombra
nel cristallo
dei pensieri

ne nasceranno ancora
minuscole
nel nulla

un mutuo disgregarsi
su uno sfondo
senza corpo

eppure ancora oggi
sollevo gli occhi
al cielo

chissà se la sua grazia
nel vuoto senza nome
riserva qualche
gioia

la sento
sorrido

sugli sguardi degli amanti
incrociano l’asfalto
rigato da una pioggia
senza fine

li osservo da lontano
con un certo turbamento
violando quell’intesa

intorno le falene
stramazzano
di luce

dal suolo
si solleva
non so che tenerezza
e nostalgia

*

L’ombra della mano
definita nel contatto
tra il nero e la sorgente
si scompone l’individuo

è la mia percezione
del calore sulla pelle
l’impulso sempre identico
la sua corrispondenza

la sagoma familiare
confrontata ad altri corpi
la condizione assoluta
di un’esistenza disgiuntiva

la maestà indecifrabile
con cui si rivela
l’estraneità del mio corpo
ad ogni altra cosa
al mondo

*

il mosaico delle regole
consente la composizione
gli universi su larga scala
dal progetto di una vita
all’espansione accelerata

e poi quasi per caso
scontrarsi con l’eccezione
l’occasione sperimentale
che arresta la normazione

quel pulviscolo residuo
tra ricombinazioni
deve avere forme
non può restare magma

la nostra percezione
compulsiva verso l’ordine
e dove non può esserci
fantastico
lo crea

Da “L’incoscienza del letargo” Oèdipus, 2018

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Esce postuma l’ultima raccolta di versi di Alberto Toni

addio a Alberto Toni

Alberto Toni / Credits photo Dino Ignani

da “Tempo d’opera”, Il ramo e la foglia edizioni (2022)

L’estate della betulla, un buon inizio nella veglia,
quello che mi è passato per la testa, un istante,
lei si è decisa a stare ferma, immobile alla fotocamera,
lei che muove solo lento il braccino al vento.
Ma non c’è vento e sta ferma, solo un po’ per l’acqua
improvvisa venuta giù a diluvio l’altra sera,
o stamattina presto ancora dentro il sonno.
Tengo caro il verde del giardino da quel lato
e nessun torto a questo dal mio studio,
già troppo celebrato, e il leccio capirà
che c’è un tempo per tutti e il tempo è caro,
l’amore muove il tempo, muove me,
muove la pace già precaria dello stare
e se leggo il giornale già il mattino
scivola via tra un assedio e un tremore,
già il tempo che misuriamo a luce
frana e si sfalda in infinite ombre.

*

E come all’ultimo balzo del mattino sparisce
la morte del diluvio notturno. È tutto un rifiorire,
tremare in tua presenza.
E mi alzai, con la convinzione di me,
del tuo ramo al mio innamoramento.

Scendi, fai, e che la forza mai non manchi,
fai, poi rispondi al tuo calo di forze.
Mai noi potremo dire abbiamo solo
per poco, solo per poco rinunciato
a vivere. Mai che la vita non sia

o ci abbandoni.

*

È una pioggia lenta, l’acqua che cade, vedi
e non possiamo farci niente, andiamo verso casa
e ci sono le cose che accadono e non possiamo
farci niente, temere, per quella forza del pensiero
che ci tira avanti. Ragiona dunque sul fatto che non possiamo
farci niente, come il tiro quando vai troppo lontano,
decidi di riprovare nel cammino che va da casa alla
prima stazione di sosta, tremeresti ancora se non fosse
per amore, tutto l’amore che hai radunato in te, tutto,
e quell’odore di terra bagnata che ti rimanda al primo
ardore.

*

Quel vaso di felci, non lo guardo mai, ed è come se stesse
lì da un’eternità, riappare e a ragione riprendo il filo
del discorso, a volte il caso, è perfetto nel suo ordine.
Me lo dicevo tra un silenzio e l’altro. Vedi, non basta
mai la scoperta, è vita, ed è lì davvero da tempo,
ricordo, basta pensarci, stavolta è stato in una pagina
di Naipaul, leggere «vasi di felci». La vita degli oggetti
sta tutta nel pensiero che li fa vivere. E mettere nei versi
una dimenticanza, ora è viva, e per un po’ andrà bene così,
senza un sentimento particolare, ma solo una realtà

oggettuale.

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Juan Arabia, “Verso Carcassonne”

Juan Arabia

 

Carcassonne

El único castillo construido
hacia el horizonte es el de los pájaros.

El otro es el refugio de los pobres
que siempre exigieron autoridad

representando el teatro de la criadas
en las voces ocultas del atardecer.

El trovador mojaba su pan
en todas las fuentes, en tabernas ocultas,

bebía de ese otro campo,
sustancial como el excremento de un rey.

*

Carcassonne

L’unico castello costruito
verso l’orizzonte è quello degli uccelli.

L’altro è un rifugio per i poveri
che sempre esigono autorità

mettendo in scena il teatro delle cameriere
nelle voci nascoste della sera.

Il trovatore inzuppava il pane nelle fontane,
nelle taverne più nascoste,

beveva da quell’altro campo,
prelibato come la merda dei re.

 

*

AnteProvenza

Esa máscara ingobernada
silenciada por el bulto moderno
deformada en marrones pretéritos
mucho antes de llegar a Provenza
lejos del sueño
reptando entre todos
repitiendo el coro siniestro.

Hijos de todas las cosas
indefensas y aceptadas
riendo en la democracia del débil,
no quedan más que renacuajos
en la orilla
rincones y sapos lejos del fuego
perdido sol de la eternidad.

Hijos idiotas de un soberano
hurgando del envenenado pan
viviendo de sus limosnas,
sonrisas perpetuas, ancladas
en el viejo palomar
de las más suaves quemaduras
donde arranco los pétalos
de su existencia.

 

Prima della Provenza

Quella maschera indisciplinata
silenziata dalla bolgia moderna
deformata da trascorsi bruni
molto prima di arrivare in Provenza
lontano dal sogno
strisciando tra tutti

ripetendo il coro sinistro.

Figli di tutte le cose
indifese e accolte
ridendo nella democrazia dei deboli,
nient’altro che girini ormai
sulla spiaggia
angoli e rospi lontani dal fuoco
sole perduto dell’eternità.

Figli idioti di un sovrano
frugando nel pane avvelenato
vivendo della sua carità,
sorrisi perpetui, ancoràti
alla vecchia colombaia
delle bruciature più morbide
dove strappo i petali
della sua esistenza.

*

Retrato

La Mère Inconnue.”

Ahora me gustaría tejer su retrato por fuera de todo tenue
esplendor,
de Provenza y los lejanos pasillos de la memoria.
Mira, aquí llegan ecos, débil diversidad
de entremezcladas campanas en el fin de la tarde,
o como mares lejanos deberían enviarle
el homenaje de su temblor, sin descanso,
resonante. De todos los sueños que existen,
¿debo decir que los sueños más prufundos la contienen?

¡No! Porque he visto las sombras más puras de pie
mirándola siempre con reverente amor,
el silencio mismo ha hecho crecer su devoción
y nunca la esperes en aquella tierra
donde ella reina, donde sólo se funden
las voces más suaves, alabándola.

 

Ritratto


La Mère Inconnue

Ora vorrei tessere il suo ritratto di ogni vago splendore,
della Provenza e dei lontani scorci della memoria.
Guarda, qui arriva l’eco, esile varietà
di campane intrecciate nel tardo pomeriggio,

come mari lontani dovrebbero mandarle
l’omaggio del loro tremore, implacabile,
risonante. Di tutti i sogni che esistono,
devo dire che i più profondi la contengono?

No! Perché ho visto le ombre più pure sempre
in piedi a guardarla con amore riverente,
il silenzio stesso ha fatto crescere la sua devozione
e nulla la aspetta in quella terra
dove regna, dove si sciolgono
le voci più dolci lodandola.

Verso Carcassonne (Raffaelli Editore, 2022), traduzione in italiano di Mattia Tarantino Continua a leggere

Davide Cortese, “Zebù bambino”

Davide Cortese

Nota di Davide Cortese

L’idea di raccontare in versi l’infanzia del diavolo nasce in seguito a un titolo che un giorno mi è balenato in mente: Zebù bambino, per l’appunto.

Zebu’ è un nome che subito evoca Gesù e al contempo Belzebù, creando contraddizione e cortocircuito di senso.

Ho scritto tutti i versi che compongono la piccola raccolta (si potrebbe forse definirla un poemetto) di getto, in una sera dell’estate 2019 a Lipari: la mia isola, la mia terra-mare di origine.

L’ho scritto per il piacere di scrivere: per me. Non l’ho scritto pensando a un destinatario.

Ne è venuta fuori una tenera fiaba nera, dove, tra le righe, è la natura umana incline al male a  parlare. La nostra tenebra. Una tenebra che chiede di essere amata

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Luigi Auriemma, l’arte in versi

Luigi Auriemm


di Marco Amore

Arte e parola condividono lo stesso passato: non a caso, le prime forme di scrittura erano simboli – e non parlo dei geroglifici egiziani o del sistema di scrittura cuneiforme sumera – ma delle pitture rupestri nelle grotte di Lascaux, risalenti al Paleolitico superiore, o dei successivi petroglifi della Val Camonica.

Partendo da Leonardo da Vinci e da Michelangelo Buonarroti, il primo con la sua scrittura speculare e il secondo con la sua lirica amorosa e tormentata, fino ai giochi di parole e alle frasi omofone di Marcel Duchamp, questo legame non si è mai incrinato, anzi, è andato via via rafforzandosi, malgrado il processo di settorializzazione della cultura occidentale, esasperato da convinzioni ormai superate sulla nozione di divisione del lavoro (ricordate Adam Smith e la celebre “fabbrica di spilli”?) e da teorie che non incontrano le attuali esigenze del mercato del lavoro in una società liquida che si affaccia alla quarta rivoluzione industriale – digitalizzazione dei processi, smaterializzazione delle filiere produttive, rottura dei confini settoriali.

In questo frangente, non possiamo tacere del lavoro antioggettualista di artisti visivi come Lawrence Weiner (1842-2021), tra i precursori (è corretto usare questo termine, se teniamo conto del passato che accomuna arte e parola?) della smaterializzazione dell’oggetto artistico in favore del linguaggio.

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Ascanio Celestini, “Museo Pasolini”

Ascanio Celestini

Ascanio Celestini attore, regista, scrittore e drammaturgo italiano è uno dei rappresentanti più interessanti del teatro di narrazione in Italia.

Nell’anno delle celebrazioni per il centenario dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, Ascanio Celestini porta in scena “Museo Pasolini”. Un museo “immateriale” del quale lui è “il custode”.

“Museo Pasolini” è quindi, un museo immaginato attraverso le testimonianze di uno storico, uno psicoanalista, uno scrittore, un lettore, un criminologo, un testimone che l’hanno conosciuto.

Lo spettacolo prende vita da una dichiarazione di Vincenzo Cerami: “Se noi prendiamo tutta l’opera di Pasolini dalla prima poesia che scrisse quando aveva 7 anni fino al film Salò, l’ultima sua opera, noi avremo il ritratto della storia italiana dalla fine degli anni del fascismo fino alla metà degni anni ’70. Pasolini ci ha raccontato cosa è successo nel nostro paese in tutti questi anni”.

“Il pezzo forte di Museo Pasolini” è il corpo di Pasolini, racconta Ascanio Celestini nella mia intervista realizzata per la TGRCampania il 29 giugno 2022 nell’ambito delle Celebrazioni delle Giornate leopardiane a Torre del Greco, a Villa delle Ginestre, e rivela verità molto importanti sui veri responsabili di quella morte.

Pier Paolo Pasolini e sua madre

Alla fine dell’intervista ho notato che Ascanio porta un braccialetto giallo con una scritta: “Verità per Giulio Regeni”. Per poterlo leggere ho dovuto toccargli la mano,  e far girare il braccialetto sul suo polso. Un gesto intimo, di solidarietà e di vicinanza che mi ha fatto sentire la grande forza del suo impegno umano e civile.

Gli ho chiesto se ci fosse per lui una qualche relazione fra Pasolini e Giulio Regeni.

Lui ha risposto così: “Prima cosa sono tutti e due legati al Friuli. Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna però poi viene sepolto a Casarsa della delizia perché la mamma è di Casarsa è friulana e Giulio Regeni vive vicino, a Fiumicello… però tutti e due sono esposti, lanciati nel mondo, ma proprio esposti, liberi e anche indifesi nei confronti del mondo. Continua a leggere

Addio a Raffaele La Capria

Raffaele La Capria ph di Luigia Sorrentino, Roma 2005

Lutto nel mondo della Cultura. Si è spento a Roma a 99 anni, Raffaele La Capria.

Il grande scrittore napoletano che viveva a Roma, verrà sepolto per sua volontà a Capri nel Cimitero degli artisti accanto alla moglie, Ilaria Occhini.

In occasione di questo tristissimo evento, che segna la fine di un’epoca e di una generazione di scrittori, vi riproponiamo il testo scritto di un’intervista televisiva realizzata da Luigia Sorrentino con Raffaele La Capria nel 2005 per RaiNews24 subito dopo l’uscita del suo libro “L’estro quotidiano” (Mondadori, 2005).

Intervista a Raffaele La Capria
di Luigia Sorrentino

 

L’epoca che viviamo è tragica, funestata da eventi tragici. Come vive Raffaele La Capria questa sua epoca?


‘L’ho scritto nella ultima pagina del mio libro ‘L’Estro quotidiano’. Quel libro l’ho scritto nel 2003, ma per ragioni editoriali è uscito nel 2005. Dal 2003 al 2005 la situazione è peggiorata e il tasso di odio, ferocia, crudeltà, è aumentato nel mondo in maniera inimmaginabile. Dopo le esibizioni filmate delle teste tagliate e la strage programmata dei bambini in Ossezia, si è persa la bussola dell’umano e le parole non sono più all’altezza del male che vorrebbero denunciare. Il nostro privato rispetto a questi eventi tragici, sembra una futilità. Qual è il risultato? Di ridurre la nostra vita quotidiana a un assurdo. Adesso la nostra vita quotidiana non ci sembra più normale, è una pretesa normalità. Ma è una normalità falsa quella in cui crediamo di vivere noi privilegiati, credendo di stare in pace, di non soffrire di queste terribili calamità che il mondo soffre’.

Quest’epoca, ha cambiato qualcosa nella sua scrittura?

‘Certo. Soprattutto se si legge tutto il mio libro ‘L’Estro quotidiano’ si sente che è attraversato come da un’angoscia, da un sottile rimorso di star bene. Si sente che c’è una frattura spaventosa tra quello che sappiamo e la vita che viviamo. Questo aspetto lo metto in evidenza in un punto preciso del libro in cui racconto che sto guardando la televisione e vedo massacri, cose orrende e dico: “questo è il telegiornale delle otto, e io devo vestirmi in fretta, alle nove ho un appuntamento al ristorante”. Ed è proprio questo l’assurdo: vedere il male, ma poi andare al ristorante’.

In un articolo uscito sull’ Espresso Giorgio Bocca ha detto che La Capria ha elaborato una sua teoria per mettere d’accordo le due Napoli, quella della borghesia, colta e aristocratica, e quella selvaggia, del popolo napoletano. Praticamente Bocca dice che lei ha inventato la napoletanità.

‘Non ho inventato la napoletanità, ma l’ho analizzata criticamente. L’ho analizzata e criticata anche più ferocemente di quanto Bocca, qualche volta, abbia criticato il sud e i mali del sud. Bocca dice, però, che questa mia teoria è elegante, ma consolatoria. E io gli ho risposto: “Bhe? Che c’è di male che sia consolatoria? La letteratura deve essere anche consolatoria, oltre che critica.’

Il suo linguaggio narrativo di certo non rappresenta la Napoli della camorra e della illegalità. È una sua scelta non rappresentare quella Napoli?

‘Uno scrittore non è obbligato a scrivere di camorra. Credo che uno scrittore abbia il compito di dare un’immagine della sua città molto più grande e più complessiva, che include tutto. Una rappresentazione della città, una rappresentazione mentale che sottragga la città dalle false rappresentazioni che gli vengono date continuamente. Tanto utile, rivoluzionaria, importante è l’opera di uno scrittore, quanto più questo scrittore si affranca dalle false rappresentazioni e cerca, come un archeologo della mente, di scavare attraverso la cenere di queste false rappresentazioni, il documento vero, la sostanza vera di quella immagine della città che lui sta creando mentre scrive. A tutto questo deve corrispondere, anche, uno stile adeguato, perché soltanto quando c’è questa fusione tra un’idea e una rappresentazione, e uno stile che la sostiene, funziona la comunicazione.’

Lei tempo fa ha scritto un racconto per spiegare perché ha voluto diventare uno scrittore. Il racconto parla di un bambino di otto anni sulla cui spalla va a posarsi un canarino… Continua a leggere

Addio a Patrizia Cavalli

Patrizia Cavalli Credits ph. Dino Ignani

Nota di Gisella Blanco

La parola ricerca la sua purezza, l’essenzialità del suono nel segno e del segno nel suono.

“La vera e migliore poesia sta in piedi da sola, basta leggerla, non ha bisogno di esplicazioni, analisi, commenti e perorazioni avvocatesche[1]” scrive Alfonso Berardinelli sulla poesia di Patrizia Cavalli e sul suo precipuo scopo: “la purezza della dizione”.

 

Devo fingere volgarità e tradimento
per accomodarmi sul divano
per ricambiare sguardi; spiegando
le tredici pieghe di un pensiero
decifro l’accorta sentenza che scende
sulle mie sentimentali parole che dico
che dico fingendo anche l’amore
e nella finzione riconosco il punto perfetto
l’unico possibile della certezza[2].

 

Improvvisi rimemi accelerano il corso naturale di un dettato poetico chiaro, lineare. Fugaci assonanze irrompono nel verso, acuiscono il senso di ogni immagine. La parola è immersa nella tensione di una brevitas che definisce l’essenziale e lo scolpisce nell’atto linguistico di una poiesi perennemente volta alla comunicazione del dettaglio intimistico. La sua poesia è l’anello di congiunzione tra la sopravvivenza della cura per la metrica e un lessico familiarmente contemporaneo.

 

Mai come oggi – primo giorno d’estate – si seguirà il consiglio di Patrizia nella nostalgia del commiato:

 

Ma per favore con leggerezza
raccontami ogni cosa
anche la tua tristezza.

 

Vita meravigliosa
sempre mi meravigli
che pure senza figli
mi resti ancora sposa[3].

 

***

 

Saliva le mie scale con una torva malinconia
brutale, io l’aspettavo fuori dalla porta
ma era così assorta nella sua ascesa
quasi rinocerontica mortale
che solo giunta in cima mi vedeva
improvviso bersaglio da incornare.
Allora io da matadora accorta
veloce mi spostavo e lei incornava
dritta al mio letto il vano della porta.

 

***

Se posso perdonare, allora devo
riuscire a perdonare anche me stessa
e smetterla di starmi a giudicare
per come sono o come dovrei essere.
Qui non si tratta di consapevolezza
ma è la superbia che mi tiene stretta
in una stolta morsa che mi danna.
Eccomi infatti qui dannata a chiedermi
che cosa fare per essere perfetta.
Tenersi all’apparenza, forse descrivere
soltanto cose in mutua tenerezza.

 

 

Il cuore non è mai al sicuro e dunque,
fosse pure in silenzio, non vantarti
della vittoria o dell’indifferenza.
Rendi comunque onore a ciò che hai amato
anche quando ti sembra di non amarlo più.
Te ne stai lì tranquilla? Ti senti soddisfatta?
Potresti finalmente dopo anni
d’ingloriosa incertezza, di smanie e umiliazioni,
rovesciare le parti, essere tu
che umili e che comandi? No, non farlo,
fingi piuttosto, fingi l’amore che sentivi
vero, fingi perfettamente e vinci
la natura. L’amore stanco
forse è l’unico perfetto[4].

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Milo De Angelis, da “Biografia sommaria”

Milo De Angelis credits ph Fabrizio Fantoni

Cartina muta

Ora lo sai anche tu
lo sappiamo
mentre stiamo per rinascere
Franco Fortini

 

Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia
dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto
del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo,
è lo stesso che una volta chiamai amore, qui
nella nebbia della Comasina.
Camminiamo ancora verso un vetro.
Poi lei getta in un cestino l’orario e gli occhiali,
si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa.
«Perché fai questo?»
«Perché io sono così», risponde una forma dura della voce,
un dolore che assomiglia
solamente a se stesso. «Perché io…
né prendere né lasciare.» Avvengono parole
nel sangue, occhi che urtano contro il neon
gelati intelligenti e inconsolabili,
mani che disegnano sul vetro l’angelo custode
e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo,
l’idea reggente del nulla, la gola ancora calda.

«Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli
a molti esseri prima di diventare nostra…
… vita, proprio tu vuoi darle
un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni
si cercano in un metro d’asfalto…»

Interrompiamo l’antologia
e la supplica del batticuore. Riportiamio esattamente
i fatti e le parole. Questo,
questo mi è possibile. Alle tre del mattino
ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo
due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi
mi domandò di accompagnarla a casa, in via Vallazze.
Le parole si capivano e la bocca
non era più impastata. «Dove sei stata
per tutta la mia vita…» Milano torna muta
e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio
e umido che le scioglie anche il nome,
ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,
insieme diverremo quel pianto
che una poesia non ha potuto dir, ora lo vedi
e lo vedrò anch’io… lo vedremo… lo vedremo tutti… ora…
ora che stiamo per rinascere.

 

da Biografia sommaria, Mondadori, 1999 Continua a leggere

Rinviata la conferenza stampa di martedì 21 giugno nel Salone delle Feste di Capodimonte per annunciare il dono della Collezione Lia e Marcello Rumma al Museo

COMUNICATO STAMPA

Gentilissimi,
Vi comunichiamo che a causa di forza maggiore, la conferenza stampa di martedì 21 giugno alle ore 11 nel Salone delle Feste del Museo e Real Bosco di Capodimonte, per annunciare la donazione della Collezione Lia e Marcello Rumma allo Stato Italiano, è RINVIATA. L’avevamo annunciato QUI. 

Sarà nostra cura comunicarvi, appena possibile, la nuova data che sarà riprogrammata al più presto.

I nostri più cordiali saluti,

Galleria Lia Rumma

Rito sonoro a Otranto di Mariangela Gualtieri

martedì 21 giugno, alle 8 di mattina, Libreria Anima Mundi a Otranto.

Fraternità solare
Rito sonoro di e con Mariangela Gualtieri
con la guida di Cesare Ronconi
Produzione Teatro Valdoca

*
Improvviserò, fra i molti versi che ho a memoria, lasciandomi ispirare dal mare, dalla incredibile città e dai suoi morti, dai suoi vivi di ogni genere e specie, dal cielo, dai molti echi che arrivano dal passato. In una fraternità solare che ci tenga vicini, innamorati e ben desti.

Mariangela Gualtieri

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L’eterno femminile nella poesia di Alberto Bevilacqua

Alberto Bevilacqua

Nota critica di Gisella Blanco

Dalle Poesie di una vita è possibile trarre il lungo racconto di quel “manoscritto indecifrabile” che è l’umana esistenza. D’altronde, “il sapere non è che una grafia/con cui ciascuno nasconde ciò che sa”. In Piccole questioni di eternità (Einaudi 2002), opera riassuntiva contenente anche alcuni testi rivisitati, Alberto Bevilacqua esprime, sin dal titolo, una delle sue molte, luminose vocazioni: “La bellezza non è del creato/ma di chi ne muta l’incanto”.

La raccolta mostra, a cominciare dai primi testi, un andamento narrativo che attinge dalla brillante esperienza di romanziere, nonché da quella di regista e sceneggiatore, dell’autore di Parma, nato nella fervida cittadina emiliana ma poi trasferitosi a Roma, come fecero i più anziani Attilio Bertolucci, Giorgio Bassani e Pier Paolo Pasolini.

Lo stesso Pasolini definisce, con una formula apparentemente criptica, il Bevilacqua degli esordi come “irrelato fantasma idillico[1]”, riferendosi, forse, a quell’interlocuzione astratta e segretamente colloquiale che caratterizza le sue poesie, perfino quelle più auto-diegetiche.

Gli influssi della tradizione letteraria e di quella cinematografica italiana, propense all’arte dell’alludere senza dire (che si tratti, riguardo alla scrittura, di una vera e propria aposiopesi o di una narratività eloquente nell’uso della reticenza, come nel caso di Bevilacqua), pur senza evidenti epigonismi hanno certamente influenzato lo stile poetico dell’autore parmigiano.

L’opera svolge un “tuffo/negli abissi quotidiani” attraverso un linguaggio talvolta piano (che ricorda le dolci altalene lessematiche del Canto alla durata[2] handkeiano), talaltra più acrobatico nel lessico e nella costruzione filosofico-gnoseologica: “sia ciò che dev’essere: un vocativo/d’avventura, ma l’avventura impossibile/- proiezione desertica del Muro/la sua/ombra proiettata all’indietro/di voci, cose, qualche eco futuro”.

Alcuni titoli sembrano imporre una tensione ludica, accostabile al divertissement, a testi altrimenti intrisi di un’ironica nostalgia, ben percepibile nell’incontro tra la dimensione prosodica e quella semantica.

Il topos erotico si svolge per brevi scorci narrativi, e a volte perfino volutamente affabulatori, che accedono a un’enfasi immaginifica capace di travalicare il dato oggettivo e trasfigurarlo in categorie psico-antropologiche intrise di un acceso intimismo: “…allora, non trovando la lampada, non potrò/sapere se sono vivo/a tentoni appoggiando l’orecchio al tuo cuore/a qualche tua aritmia/non sarò più uno/che si ascolta sulle tue pareti della mia prigione”.

Tra i versi, si compie una personificazione oggettuale, come se l’oggetto diventasse un alter ego dell’io, soggettivizzato ma non ancora umano, che si presenta univoco ma in perenne confronto con l’alterità: “i treni che vanno coi miei anni/amanti miei che già/mi hanno dimenticato come una loro avventura”.

Perfino un indesiderato commiato può far parte di quelle minime questioni inerenti all’enormità eternale che permea il vivere quotidiano: “l’essere/infelici con poco” è un talento inviso e stupefacente che affiora nel distacco dal sé, perpetrato nell’addio.

C’è, poi, un afflato goliardico che viene liricizzato attraverso un lessico proposto, in alcuni casi, in chiave gergale o dialettale, e che trasfonde l’elemento carnale in quello emotivo, pur rimanendo lontano dalla mistica e dai moralismi più assertivi.

Le soluzioni esistenziali si possono rintracciare in una visione panica dell’universo, osservato come organismo autonomamente funzionante in cui l’individuo è un ingranaggio necessario nell’interconnessione degli elementi naturali: “che smetta il mondo/la trovi/lui la soluzione”.

L’atto amoroso, interpretato sulla scia della tradizione romantica come metamorfosi dell’amato nell’amante (si pensi alla suprema voluttà abbandonico-trasfigurale del wagneriano Tristan und Isolde, e all’ontologia sessualizzata, la “Sessistenza”[3], di cui ha scritto Nancy), diventa origine e archetipo dell’io che smarrisce sé stesso per ritrovarsi nell’altro: “mia cara perdita dei contorni/di me”.

L’eternità di Bevilacqua è una ricostruzione storicizzata di piccoli anfratti terreni e memoriali che infrange la regola dell’assoluto come dimensione postuma ed extraumana, e si può intercettare nelle scintille dell’intuito, tutta disseminata nella relazione tra le cose comuni e le personali normali.

Alla madre, figura ricorrente nell’opera, è dedicata una preghiera laica, bonariamente sacrilega nella descrizione del sembiante carnale. E’ proprio nel corpo materno che si incontrano il mito dell’origine e l’ossessione della malattia che funge da cupo vaticinio dell’abisso esistenziale. Bevilacqua riesce a esprimere l’indicibile con una tenerezza recondita che lo rende ampiamente accettabile, quasi familiare: “mi guardi invecchiare/senza capire il mistero:/sono tutte le voglie/da anni taciute nel tuo utero”.

La filialità non si perde con l’età adulta, anzi rappresenta un continuo, velleitario ritorno a una genesi strappata alla purezza e restituita all’impudicizia della vita.

Si tratta, al di là dei rimandi filosofici, di una poesia d’esperienza diretta e indiretta, che ripercorre, in chiave letteraria, ricorrenze di vita (come l’internamento materno nell’ospedale psichiatrico), fatti di cronaca, ricordi e situazioni concrete. Anche i luoghi (Parma, il Po, le ambientazioni padane) partecipano di una correlazione oggettiva adoperata come espediente d’analisi di un panorama etico e psicologico che supera la dimensione meramente empirica – anche e soprattutto – nei tratti di maggiore dettaglio realistico.

L’atto memoriale, consustanziale al poeta, è la seconda intonazione di una voce sola, di un monologo duale che riconsidera in chiave storica il tempo dell’esperienza e, al contempo, lo travasa nel tempo emotivo: “ci siamo sbagliati a disperare di noi,/siamo perfetti/nel duetto per voce sola”. Continua a leggere

Isacco Turina, “Non come luce”

Isacco Turina

Dimmi il fiore che porti nello stomaco
che porti nella mente.
Fiore scuro di paura
fiore giallo dello sforzo
fiore bianco dell’attesa.
Dimmi l’insetto che ti ronza intorno
la cicala che stride nell’orecchio
la sapienza del ragno che ti abita.
La forma che tu vedi è una follia:
sotto la giusta ombra intimamente
si muovono i giardini inconsapevoli.

*

Da una bocca qualunque ascolteremo
la frase che ci annienta per bellezza
o crudeltà e porteremo sempre
in noi come una vecchia sentenza
che rilascia nel tempo la condanna.
Cibarsi d’ombre fino a quando
sia luce tutto intorno
è ancora il congedo più bello.

*

Dopo tutto

Verdi catastrofi lontane,
vi guardiamo da dietro l’orizzonte.
Quando il dente è penetrato
siamo passati su un ponte sottile.
Barche infinite attendono
per navigare la penombra.
Con un colpo di remo gli equipaggi
si staccano da riva.
Nella cisterna ovale del tempo
rimbombano le gocce, rare
come parole berbere.
E del tempo più nulla sappiamo.

Nel presente

1. Censimento

La storia è un’acqua ogni anno più sporca.
Dei molti che morirono stanotte
rimangono le immagini scattate
in un giorno qualunque.
Riassumi la tua vita in poche frasi.

«Ho preso ordini da un libro sacro.
Ora li prendo dalla mia automobile.
Quando ne ho voglia pago un’altra donna
per farmi sculacciare e insultare.
Non ho tempo di capire».

«Quando gli organi impazziscono
un uomo mi accompagna in ospedale,
mi descrive la luna nelle attese.
Splendida vita, dondolavi
dai rami e sapevi di bucato.
La mano di un estraneo ti ha raccolta».

Abraham Yehoshua, una conversazione inedita

Abraham Yehoshua, foto ANSA

Questa intervista è stata scritta nel novembre 2021, dopo una conversazione telefonica con Abraham Yehoshua. Pubblichiamo in sua memoria, ricordando la disponibilità e la generosità dello scrittore israeliano.

 

di Alberto Fraccacreta

Abraham Yehoshua preferisce le interviste al telefono. Non è attratto dal freddo scambio di email: alla richiesta di un colloquio sul suo ultimo romanzo, La figlia unica (traduzione di Alessandra Shomroni, Einaudi, pp. 168, euro 18) – in realtà, una “novella”, come lui stesso ama dire in italiano –, risponde telematicamente con uno spartano ma caloroso “Call me”.

Questo magnifico senso di accoglienza si avverte persino al primo schiocco della sua voce roca e stentorea, gravata dalla malattia, dai quasi ottantacinque anni. Voce pur tuttavia avvolgente, indomabile.

“Vieni a trovarmi ad Haifa: penso che non potrò viaggiare mai più”.

Yehoshua, per amici e ammiratori Buli, con consapevole malinconia tesse l’elogio del nostro paese, raccontando come abbia deciso di ambientare la sua tredicesima opera narrativa in Italia. “Figlia unica” è infatti la dodicenne Rachele Luzzatto, “con i capelli ricci e gli occhi luminosi”, frutto perspicace di un matrimonio tra ebrei e cattolici.

I docenti della sua scuola, aderente allo “spirito candido e umanitario di Edmondo De Amicis”, le propongono il ruolo di Maria nella recita natalizia, ma il babbo impone un veto: è qui che sorge in Rachele il dissidio identitario, ondeggiante tra cristianesimo e tradizioni ebraiche (come il Bat Mitzvah, l’età della responsabilità religiosa a cui la ragazza è chiamata).

Devo dire che negli ultimi anni – rivela lo scrittore gerosolimitano –, e non solo negli ultimi anni, il mio rapporto con l’Italia riguardo alla letteratura, e non solo la letteratura, è stato molto, molto intenso. L’ho girata tantissime volte per promuovere i miei libri.

L’Italia è diventato il paese più vicino e attento alla diffusione delle mie opere. È stato organizzato persino un convegno, un simposio sui miei romanzi. Ho conosciuto parecchie persone che avevano una certa confidenza con i miei libri, anche nel giudicarli. Quindi è stato abbastanza naturale provare a immaginare una trama ‘italiana’.

Ad ogni modo, sono felice del lavoro che ho svolto in questa novella. Ho cercato di scoprire quali relazioni ci siano tra gli ebrei e i cattolici che vivono in Italia”.

Sono relazioni abbastanza aggrovigliate. Il nonno materno di Rachele è un cattolico fervente, mentre la nonna è atea. Dalla parte del padre avvocato – al quale sarà poi diagnosticato un tumore al cervello – prevalgono i valori ebraici.

L’interrogativo posto da Yehoshua è centrato sul dialogo fra realtà differenti, ognuna descritta secondo una visione del mondo a prima vista in collisione con l’altra. Non siamo lontani dall’intreccio polifonico che Michail Bachtin ha notato in Dostoevskij.

Può darsi. Bachtin si riferiva però a un plot particolare di Dostoevskij e, in quel caso, la vicenda era collocata in una società completamente diversa. “

La figlia unica”, come dicevo, tratta sostanzialmente dei rapporti interpersonali che uniscono gli ebrei in Italia agli ebrei in Israele. Sì, perché la novella che sto scrivendo ora è un prosieguo della vita di Rachele, la quale finalmente approda e si stabilisce in Israele. Tale circostanza è basata almeno inizialmente su una storia vera. La storia di una donna di origine italiana di 40-43 anni che ha scritto una tesi di dottorato sulla ricezione critica dei miei romanzi nel vostro paese.

Ebbene, la tesi poneva una questione precisa: perché in Italia il mio lavoro è così tanto diffuso? In nessun altro luogo la mia opera ha un successo e un riscontro così ampio: perché in Italia, e non in Francia e non in Inghilterra?

Tempo addietro, la comunità ebraica in Italia era piccola e le prime pubblicazioni mie, di David Grossman, di Amos Oz e di altri scrittori israeliani non hanno avuto grande circolazione nel mondo editoriale. A partire dagli anni Ottanta, il nostro patriottismo e, al contempo, la critica rivolta alla politica del nostro paese, cioè l’aver sostenuto la soluzione dei due stati, hanno reso possibile la lenta accettazione della nostra opera e l’inserimento nel quadro della letteratura. E comunque, la giovane studiosa era venuta qui ad Haifa per intervistarmi, ma le domande le ho fatte io a lei”. Continua a leggere

Andrea Galgano, poesie della terra di Lucania

Andrea Galgano

Andrea Galgano in “41esimo Parallelo Nord” – Poesie delle Terre di Lucania – (Editrice Universo sud, 2022) mette in luce voci di poeti e scrittori nati in una faglia di terra denominata Lucania, la Basilicata. Voci nutrite dal suo particolarissimo “genio” come evidenzia Davide Rondoni nella quarta di copertina.

Vi proponiamo un estratto dal libro, nel quale troveremo, con recensioni e poesie sparse di Galgano,  immagini-opere di Irene Battaglini.

*
Sei tu
oltre i balconi incolti
e il pirastro dei grani

inviolata
come mani giunte
nella dolce tenebra di ardesia

e il tuo corpo – ombra di bocca –
dove solo il bacio apre il velo dei cieli
sul basilico degli usci
e la rubata aria delle finestre.

**

Vento chiaro (Austro)

 

La plenaria dei greti
è foschia barbara
sulle tue foci di veranda

i tuoi rosati di giugno
perdono il silenzio delle porte
come gocce stordite

scarmigliano
l’austro campanile
e sgretolano penetrali di nuvole

nella chiusa delle lune
il bianco dell’anima
è finalmente nitido.

 

Nebule diamante
(scrivendo di Beppe Salvia)

 

La schiena dei litorali
ha nebule diamante
scogli e cicale
prima delle spighe

il timo buio
vela nocciole alle frasche

dove nascono i glicini
abita il tuo fondale
di vele gemelle
e il cedro cielo degli acini

i tuoi rilievi hanno frescure
di baci australi
volgono al regno
bendato delle navi

qui una verde fenice
spoglia le pupille
e le rive falbe

la sera mulatta
tinge i gelsomini
e i vimini sui petali
delle nostre barche marezzate.

(Andrea Galgano)

Beppe Salvia: la “privazione dell’assenza”

di Andrea Galgano

Andrea Zanzotto, a proposito della poesia sofferta, e quindi teneramente viva, di Beppe Salvia, scomparso nel 1985, scrive: «La sua poesia, che ha una luce di giovinezza e di alba e nello stesso tempo qualcosa appunto di terribilmente teso verso lontananze imprendibili, lascia una parola lacerata fra gli uomini e la volontà di riprendere contatto con il “cuore”del mondo».

L’elemento centrale della sua poesia è l’assenza o meglio la privazione del tempo lacerato, che recupera il contatto con il mondo e che si approfondisce fino alla percezione di una fragile inconsistenza, lontana dalle persone e dalle cose. In una tensione vagabonda e luminosa verso l’infinito e attraverso il respiro di una pienezza, egli afferma e vive la bellezza delle sue sillabe:

«Abbiamo nel cuore un solitario / amore, nostra vita infinita, / e negli occhi il cielo per nostro vario / cammino. Le spiagge i cieli, la riva / su cui sassi e rovi e il solitario / equisèto, e colli erbosi grassi / rioni, città dispiegate come / belle bandiere, e nude prigioni. / Questa è la nostra vita. Questi nostri / volti vagabondi come musi / di cani ci somigliano. Il vento / il sole le corolle rosse e blu, / i sogni mai sognati i nostri sogni / Questa è la nostra vita e nulla più».

Il cuore dell’uomo è il desiderio di felicità, compimento totale e permanente dei desideri costitutivi, delle esigenze dellapropria umanità. L’irresolutezza che dilaga nel perimetro del nostro essere fa i conti con questa promessa, perché «d’umane ammende è colma sfera ogni speranza».

L’occorrenza continua nel suo verso limpido e sospeso, come oggetto nell’anima, come sacro lavacro di un tempo che non riesce a trovare compimento, isolato nella reclusione del respiro lirico, sacrifica la propria soggettività, come «l’anima già mi sfrangia / una lesta vecchiaia / eterna gioventù / d’aver più note le cose / e me scomparso»: «Non ha più limite la mia pazienza. / Non ho pazienza più per niente, niente / più rimane della nostra fortuna».

Una poesia intensa, umbratile e vibrante che frequenta i bersagli dell’essere e l’intimità del passo svelto delle cose, nelle parole che provengono da lontano e lontano si spingono fino alla nudità del cuore, al suono del battito delle corde tese: «non v’era nulla nel mio cuore è vero, / ma quest’aspra materia s’avea le sue / parole, e io le ho dette tutte o / anche le ho taciute».

L’appartenenza alla chiarità della sua visione è la gemma di un raggiungimento, di un disarmo di nudità povera, di un racconto di esperienza che induce alla spoliazione di sé.

È quel che possiede come sgomento: «C’è chi, al contrario di me, non dispera, / che con salute e forza e virtù e buona / fortuna, si arrivi a morire dopo / tanti bei giorni, pieni di tantissime / cose di questo mondo o di un altro mondo; / e dopo tanti giorni e quella gioia soltanto / povera dei giorni […]». O in Ultimi versi, dove scrive: «di lume bianco oram’assembra lieta / e povera e lieve questa mia / terra dei morti dove all’alzata ormai / dei giorni io nascondo […]».

La distanza dalle cose, pur apparentemente incolmabile, non è gergo di un ritiro dalla vita, ma momento di un’aspettativa accorata, nella proiezione del desiderio tra sperdimenti di luci, vicine e lontane, mai spente e vivide nel loro formarsi.

Già nella sua raccolta Estate, le liriche nascono in un’accorata elegia nostalgica, un punto vero di fuga in cui trovare la vera dimensione di equilibrio tra passato e presente, esterno e interno, inerzia e divenire. Il luogo poetico, rattrappito nel suo farsi e disfarsi, inizialmente immobile tende pian piano al movimento aperto del mondo, in un unico momento di esperienza stupita che oltrepassa la frantumazione e lo spargimento, pur senza frequentare l’oltre: «M’innamoro di cose lontane e vicine, / lavoro e sono rispettato, infine / anch’io ho trovato un leggero confine, / a questo mondo che non si può fuggire. / Forse scopriranno una nuova legge universale, e altre cose e uomini impareremo ad amare» ,o ancora: «distanti i suoni e, / remota ogni vaghezza delle voci / giù nella via».

Ed ecco che l’io appare insolitamente chiuso e mai ridotto, fervido d’amore protettivo per sé e per la propria identità, in un momento centellinato e ricolmo di slancio.

Irene Battaglini scrive: «La placida e paziente ansia di Beppe Salvia è fiore che sboccia in pochi istanti e cristallizza come prisma immobile da cui luce non passa. La luce diffonde e rimbalza affondando tra le persiane come in una natura morta – ma non ancora del tutto – di Morandi. E così che Beppe Salvia si va riempiendo di una vita sorda alla gioia e muta al dolore, in una via di lutto che affonda le radici in una terra grezza e gravida di parola».

Appare l’eco leopardiana in queste stanze, dove la lontananza esprime il suo canto naturale e si riverbera nella sceltalessicale e versificatoria di una «misura lieta», accostata anche all’epigramma. Le immagini sembrano convergere nella loro atmosfera rarefatta di «cieli quieti di pensieri chiari», in quadro allitterante, nominale e immoto.

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