Camilla Miglio. “Ricercar per verba. Paul Celan e la musica della materia”

Paul Celan

Dalla nota dell’autrice

Camilla Miglio

Paul Celan dà voce ai sommersi, mostrando come i salvati possano scrivere poesia dopo la distruzione, per antonomasia, dopo la Seconda guerra mondiale: il toponimo Auschwitz[1]– cui proprio Celan, in più occasioni, ha aggiunto il ‘Kompositum’ Atombombe. Lo fa cambiando molte regole dell’arte, in una lingua e in una scrittura segnate dall’esperienza individuale, eppure permeate da lingue altre, voci altrui.

Mettendosi in posizione scomoda, non sempre compreso, venne travolto da infamanti accuse di plagio o tendenziose – per lui che “diffidava del bello” – letture estetizzanti.

Diffidava del bello e della lingua tedesca, che interrogava fino in fondo, scavando dentro ogni parola.

Il tedesco dei carnefici era anche la lingua di sua madre, uccisa dai nazisti presso il lager di Michailowka, tra i fiumi Bug e Dnestr nell’inverno ucraino del 1942.

Rivoltando, riaggregando, ricercando la linguamadre Celan ne fa una patria portatile e una “tenda”[2].

Nel suo nomadismo europeo partito da un ‘Est’ ex asburgico, poi rumeno, sovietico e infine ucraino, approda all’Ovest parigino in una lingua diversa eppure familiare, per ventidue anni vivendo in francese, scrivendo in tedesco, traducendo da nove lingue; in una terra altra trovando casa, lavoro, famiglia, ma anche ricoveri in clinica psichiatrica e morte per acqua nella Senna, nel 1970.

A oltre cinquant’anni dalla morte, lo studio di fonti d’archivio consente una revisione del mito di un Celan poeta ‘oscuro’, rappresentato sul ciglio del mutismo, o invece depositario di una parola redentrice dal Male assoluto.

Celan scava, si tuffa più a fondo nella realtà – nel concreto, fisico stare sulla terra di uomini ed elementi. Scava e riaggrega, si tuffa e riemerge altrove, e mai una volta per sempre; seguendo ritmi e figure musicali, ma in un modo del tutto nuovo.

 

Note:

[1] Rimando al saggio di Adorno che ha scatenato, tra anni Cinquanta e Sessanta, il dibattito se fosse “barbarico” fare poesia dopo Auschwitz: Theodor W. Adorno, Kulturkritik und Gesellschaft, in Id., Prismen. Kulturkritik und Gesellschaft cit., p. 334; trad. it. Critica della cultura e società, in Id., Prismi. Saggi sulla critica della cultura cit., pp. 249-282; si veda anche la correzione di punto vista, a proposito di Celan in Ästhetische Theorie, a cura di Gretel Adorno e Rolf Tiedemann, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1970, pp. 475-477; trad. it. di Enrico De Angelis, Teoria estetica, Torino, Einaudi 1975; cfr. su questo argomento “Die wahre Flaschenpost”. Zur Beziehung zwischen Theodor W. Adorno und Paul Celan, “Frankfurter Adorno Blätter”, VIII (2003), pp. 151-176: 164-167. e Paola Gnani Scrivere poesie dopo Auschwitz. Paul Celan e Theodor W. Adorno, La Giuntina, Firenze 2010; si veda anche il recente volume collettaneo Auschwitz dopo Auschwitz. Poetica e politica di fronte alla Shoah con un testo inedito di Günther Anders, a cura di Micaela Latini ed Erasmo Storace, Meltemi, Roma 2018. Rimando anche a Giorgio Agamben Quel che resta di Auschwitz, Bollati Boringhieri, Torino 1998.

[2] Zeltwort (parola-tenda), in un verso di Anabasis (DG, p. 151, trad. it. P, p. 441) – ma la memoria corre a Isaia 33, 20: “I tuoi occhi /vedranno Gerusalemme, dimora tranquilla, tenda inamovibile, i cui / paletti non saranno più divelti, né più staccata alcuna delle funi” e al libro Sefer ha-zohar. Idra rabba. Il libro dello splendore. Grande assemblea, in Giulio Busi-Elena Loewenthal (a cura di), Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995 e 1999, p. 484.

IL LIBRO

In cerca di una realtà “abitabile” e dei suoi resti cantabili dopo le distruzioni novecentesche, la poesia di Paul Celan continua a parlare all’umanità di oggi esposta all’(auto)distruzione, mostrando come tutto si tenga, in una grande rete di relazioni.

Celan risillaba il ritmo e le forme del mondo annotando libri di geologia, astronomia, fisica quantistica, botanica; dizionari, articoli di giornale, opere filosofiche e letterarie.

Attraversando i territori della natura più lontana dall’umano – pietre, cristalli, sedimenti e faglie geologiche; spazi siderali e cosmici – egli crea una morfologia nuova, senza origine, in continua trasformazione.

 

 

Restituisce vita a ciò che è passato, dà nome e voce ai corpi di cui resta solo l’impronta o l’alone per il tempo di una poesia, di una canzone. Le forme musicali, anch’esse frammentate e fossili, diventano forza aggregatrice della materia esplosa. Ricercar è il titolo di questo libro, come quello di una poesia che Celan non volle pubblicare. Continua a leggere

Appello alla pace

Lingue mute| Poeti contro la guerra
a cura di Luigia Sorrentino
con la collaborazione di
Alessandro Anil e Fabrizio Fantoni

 

L’evento, fortemente voluto da Valentino Filippetti, Sindaco del Comune di Parrano, si terrà nei giorni 26 e il 27 aprile 2022 a Parrano, in provincia di Terni, a partire dalle ore 16:00 nella Chiesa di Santa Maria Assunta, in Piazzetta Gaio Fratini.

Il progetto

Lingue mute | Poeti contro la guerra, è l’appello alla pace rivolto ai potenti del mondo.

Raccoglie le voci di 15 poeti italiani, e, sullo sfondo, le voci di poeti ucraini e russi contemporanei, ma anche quelle dei loro padri che hanno scritto poesie memorabili dall’esilio o dalla loro patria in guerra.

Per Osip Mandel’štam “la poesia è il luogo ove ciò che può essere percepito e raggiunto mediante la lingua si raccoglie attorno al quel centro da cui ricava forma e verità: attorno a quella individuale esistenza che pone interrogativi all’ora presente, sia la propria che quella del mondo, al battito del cuore e al secolo.”

La parola del poeta interpreta il significato profondo della catastrofe causata dall’insensatezza degli uomini e racconta l’orrore della guerra quando questa coincide con la sua presenza nella Storia. Continua a leggere

Paul Celan, la pietà della parola

Paul Celan e Gisèle Lestrange

La guerra e la verità della poesia
Considerazioni in margine a una poesia di Paul Celan

di Marco Marangoni

C’è una questione che emerge in ogni guerra e tanto più in queste nostre, moderne e infine in questa ultima, così drammatica, in Ucraina: la perdita delle vite è preceduta e accompagnata della perdita della parola e della verità.

La lingua naturalmente nata per comunicare, per raggiungere l’altro, perde, in guerra, il suo senso, anzi viene contraddetta.

E’ in grado ancora, in guerra, la parola (segnatamente la parola “guerra”) di ospitare l’altro? O invece lo rifiuta?

A regolare i rapporti di belligeranza c’è, prima di tutto, questo rifiuto, questa messa al bando del dialogo. C’è la violenza. Che ne è allora di parole che dicono per non dire, per fingere di dire, avendo di mira la distruzione di ogni vis unitiva che la parola esprime? C’è ancora spazio sim-bolico, spazio linguistico, in una guerra? O siamo piuttosto alla mistificazione della funzione ospitale della parola, al grottesco più dia-bolico?

Ecco che cosa dice la chiacchiera che giustifica una guerra: l’anti-parola, l’anti-poesia; se la poesia è la parola che per definizione cerca di svincolarsi su un sentiero di verità, di trasparenza, di dialogo.

Questo sanno i poeti che della rovina della verità si disperano, ma nella distretta dei loro versi, scuri, ancora sperano?

La poesia alza la posta dei criteri, tra relativamente giusto e ingiusto, polarizzata da un cammino dialogico, inoscurabile, resistente, combattente sul terreno del linguaggio-realtà, per tenere in vita un respiro, nonostante tutto. Giocando la partita magari estrema, tra “Ormai-non più” e “Pur sempre”. Poesia contro antipoesia, ospitalità contro violenza: finchè la “guerra” non sia svergognata.

Questo sanno i poeti?

Nonostante tutto, anche e soprattutto in una guerra, la poesia di certo resta un “cambio di respiro” e intrattenendo un dialogo insperato con le vittime, patisce la loro perdita, si interroga sul loro destino, e le intrattiene in una attenzione, in un dialogo, per quanto tramato questo di una inevitabile oscurità.

L’ultima ospitalità è dunque la pietà della parola? La poesia è, può anche questo? La poesia non si impone, ma si espone, è stato detto. La poesia come un certo cammino.

Leggiamo qui di seguito questa poesia di Paul Celan, nato a Czernowitz, nella Bucovina settentrionale, che oggi fa parte dell’Ucraina: “ una contrada – come ebbe a dire il poeta stesso – di uomini e libri” (Allocuzione, Premio letterario di Brema,1958).

La poesia è tratta dalla raccolta Atemkristall ( 21 testi) pubblicata nel settembre del 1965 ( poi nel ’67 ripubblicata in Atemewende, Suhrkamp, Frankfurt/M), in una edizione di lusso (ottantacinque esemplari), presso l’editore Brunidor di Parigi, con otto incisioni della moglie del poeta Gisèle Celan-Lestrange.

Secondo Giuseppe Bevilacqua, Atemkristall sarebbe “l’opera lirica di Celan più compatta, più essenziale; e può essere considerata il vero culmine del suo operare” (Eros-Nostos-Thanatos, saggio introduttivo a Paul Celan, Poesie, Mondadori, Milano 1998, XCII) .

Proponiamo la poesia in una duplice versione: più concettuale di Franco Camera e più liricamente intensa di Giuseppe Bevilacqua. Continua a leggere

Lyudmyla Khersonska, “non tacere, grida”

приходит война – ты не молчи, кричи.
сволочи, кричи, твари, кричи, палачи,
не делай вид, что ничего не происходит,
не бойся тревожить всех,
тормоши, буди – когда война, разбудить не грех.
кричи на всю страну, на все другие страны кричи,
окна пошире раскрой, не глотай ее, не молчи,
не жри ее втихаря, проклятую, не давись.
остался где человек? отзовись!
если человек ушел, так бывает, что закончился человек,
казалось на наш век хватит, не хватило на век,
прячет голову в плечи, в голове прячет глаза,
он не против, он, практически, за.
так ты его, человека, расталкивай со всех сторон,
пусть не молчит, пусть тоже кричит он,
пусть не делает вид, что не произошло ничего.
даже последнего человека, верни его,
поверни лицом к реальности, лицом к войне,
объясни человеку, она не за окном, не вовне,
рядом с ним, там, где работа и дом,
рядом с немым, молчащим, выдавливающим фразу с трудом,
научи его говорить, по слогам кричать.
только не надо молчать. о войне не надо молчать.

quando arriva la guerra – non tacere, grida,
grida bastardi, grida bestie, carnefici,
non fingere che nulla stia succedendo,
non aver paura di disturbare alcuno;
quando c’è la guerra, non è peccato svegliarsi.
grida al paese intero, grida a tutti gli altri paesi,
spalanca le finestre, non ingoiarla, non tacere,
non mangiarla in segreto, non soffocarti.
c’è ancora l’uomo? Rispondi!
senza uomo, l’umanità è condannata.
Sembravano abbastanza per il nostro secolo, ma non abbastanza per un secolo,
nasconde la testa tra le spalle, nella testa nasconde gli occhi,
non gli importa, acconsente.
allora scuoti l’uomo in tutti i modi,
che non taccia, che gridi anche lui,
che non finga che nulla stia succedendo.
anche se fosse l’ultimo uomo, riportalo in sé,
che affronti la realtà, che affronti la guerra,
spiega all’uomo che non è fuori dalla finestra, non è lì fuori,
è proprio qui, accanto a casa sua e al suo lavoro,
accanto al suo tacere, il suo muto tacere che a stento si rompe,
insegnagli a parlare, a gridare in sillabe.
ma non tacere, sulla guerra non puoi tacere.

Traduzione di Greta Caseti Continua a leggere

Boris Khersonsky, “quanti balconi crollati”

Il poeta ucraino Boris Khersonsky a Civitella Ranieri nel 2022

по городу носят взрывчатку в пластиковых пакетах
хозяйственных сумках и маленьких чемоданах
топчут асфальт и брусчатку мы узнаем об их секретах
после взрывов и это просто уточнение данных

сколько окон выбито сколько балконов упало
есть ли убитые или все живы здоровы
только напуганы тем что мирной жизни не стало
случилась война а законы войны суровы

или их просто нет и взрывы вошли в привычку
не встаем из-за столика только вздрогнем и лица мрачнее
враг выбирает оружие как вор подбирает отмычку
а дверь открыта и так говоря точнее

trasportano esplosivi in giro per la città
dentro sacchetti di plastica, borse e valigette
calpestano l’asfalto e il selciato e conosciamo i loro segreti
solo dopo le esplosioni e l’appurare dell’accaduto

quante finestre infrante quanti balconi crollati
è morto qualcuno o sono tutti vivi e vegeti
con la sola paura che non ci sia più vita tranquilla
la guerra accade e le leggi della guerra sono crudeli

o chissà non ci sono più leggi e le esplosioni sono ormai la norma
non ci alziamo da tavola ma incupiti trasaliamo
il nemico sceglie le armi come il ladro sceglie il grimaldello
quando in realtà la porta è già aperta

Traduzione di Greta Caseti Continua a leggere

Dmytro Tchystiak, “l’alba nel riflesso delle magnolie”

Dmytro Tchystiak

КВІТИ (VI)

Світає – чистим шепотом магнолій
Удалині, та вихлюпом у далеч
Ти постаєш із ложа, де мерцями
Розпались ми в потопі (білий біль
І калиновий викрик – нам у серце,
Нічним, бо молодо), таки не постаєш –
Перетікаєш вицвітом-кларнетом,
Так високо, що нота – ніби смерть,
А птахи озиваються звідтіль, і стане
так, немов одного руху досить –
лиш відхили вікно і залелій
над обшир усієї рани світла –
щоб сотворити…
Світає!

Fleurs (VI)

Voici l’aube dans le reflet des magnolias
tremblotants puis tu t’élèves dans l’espace,
tu sors ton lit où nous étions noyés
dans le déluge morbide (avec cette douleur blanche,
ce cri rouge d’obier qui transperçait les jeunes,
les nocturnes), en effet tu ne t’élèves pas,
tu flottes comme cette coulée d’une clarinette
si haut que la note atteint la mort,
et au-delà les oiseaux s’éveillent et te répondent,
et on dirait qu’un seul mouvement suffirait :
par exemple, celui d’ouvrir la vitre et de trembler
au-delà de cette plaie de lumière,
pour créer
l’aube !

 

FIORI (VI)

Ecco l’alba nel riflesso delle magnolie
tremante ti elevi nello spazio
ti alzi dal letto, dove siamo annegati
nel diluvio morboso (con questo dolore bianco,
e il grido rosso del viburno che trafigge i giovani,
i notturni), anzi non ti alzi,
fluttui come questo suono di clarinetto
così alto che la nota raggiunge la morte,
e al di là gli uccelli si svegliano e rispondono
e si direbbe che una mossa sia sufficiente
per esempio, aprire la finestra e tremare
oltre questo taglio di luce
per creare
l’alba!

(Traduzione dalla versione francese di Laura Garavaglia)

Commento di Monica Acito

La poesia di Dmytro Tchystiak si fa corpo, è carne viva e sembra di toccare con mano ogni lettera che ne compone i versi.

Ogni parola pare illuminare la poesia, con dei fasci di luce che accarezzano le righe: il tono è vagamente surrealista, a metà strada tra realtà e mondo onirico. Il lessico è vivo e vibrante, l’autore crea un microcosmo che possiamo sentire sulla pelle: il riflesso delle magnolie, il diluvio morboso, la finestra, la stanza inondata dalla luce del mattino. Continua a leggere

Il dolore esistenziale nell’Onégin di Puskin

Premessa
di Luigia Sorrentino

Con questa recensione di Alberto Fraccacreta, rilanciamo una delle opere principali studiate a scuola in Russia: il romanzo in versi di Aleksander Puskin: Evgenij Onégin. E’ considerato il massimo della produzione letteraria di Puškin, “un’enciclopedia della vita russa e un’opera veramente popolare” che molte generazioni di scrittori e di poeti leggono.

Il romanzo, recentemente ristampato in Italia da Mondadori negli Oscar nella traduzione dello slavista Giuseppe Ghini, ci mette di fronte a un capolavoro assoluto perché come conferma il traduttore con “l’Onégin Puškin ha pronunciato una parola universale, capace di superare e fondere i particolarismi nazionali”. Avvicinarsi alla poesia dell’Onégin vuol dire avvicinarsi al dolore esistenziale e profondo del protagonista, avvertire lo spaesamento di un’epoca, l’insanabile male di vivere (più che mai attuale) che porterà Onégin a rifiutare l’Armonia che Amore e Amicizia potrebbero dargli.

“Amicizia” e “Amore” sono le parole che ricorrono anche in questa bellissima lirica molto conosciuta in Russia di Puškin scritta dal poeta proprio nel periodo dell’Onégin, tra la fine del 1826 e l’inizio del 1827, a sostegno dei decabristi, esiliati in Siberia tra i quali c’erano vari amici e conoscenti del poeta.

La lirica non poté esser pubblicata durante la vita di Puškin, per il contenuto del testo, ma ebbe larga diffusione in Russia circolando di mano in mano.

Ve la proponiamo nello “schizzo di traduzione” di Paolo Galvagni. A seguire la recensione di Alberto Fraccacreta.

1] Во глубине сибирских руд
Храните гордое терпенье,
Не пропадет ваш скорбный труд
И дум высокое стремленье.
Несчастью верная сестра,
Надежда в мрачном подземелье
Разбудит бодрость и веселье,
Придет желанная пора:
Любовь и дружество до вас
Дойдут сквозь мрачные затворы,
Как в ваши каторжные норы
Доходит мой свободный глас.
Оковы тяжкие падут,
Темницы рухнут — и свобода
Вас примет радостно у входа,

И братья меч вам отдадут.

1] Riferimento alla insurrezione, svoltasi a San Pietroburgo nel dicembre 1825 (decabristi – dicembristi).

(Schizzo di traduzione)
di Paolo Galvagni

Nelle profondità dei minerali siberiani
Mantenete la fiera pazienza,
Non svanirà il vostro mesto lavoro
E l’alta aspirazione dei pensieri.

Sorella fedele alla sventura,
La speranza nel tetro sotterraneo
Desterà il vigore e l’allegria,
Giungerà il tempo desiderato:

Amore e amicizia a voi
Arriveranno per le porte tenebrose,
Quando nei vostri covi di lavori forzati
Giunge la mia voce libera.

Pesanti cadranno le catene,
Le prigioni crolleranno — e la libertà
Vi accoglierà gioiosa all’ingresso,
E i fratelli vi daranno la spada.

 

Aleksàndr S. Puškin, Evgenij Onégin, a cura di Giuseppe Ghini  (Mondadori, 2021)

Recensione di Alberto Fraccacreta

 

Il romanzo fondativo della letteratura russa è in versi: l’Evgenij Onegin di Aleksàndr Puškin, composto tra il 1823 e il 1831, in due momenti distinti della vita del poeta. Suddivise in otto capitoli con i Frammenti di viaggio di Onegin, le 389 strofe sono formate ognuna da quattordici tetrametri giambici che hanno recato non pochi grattacapi ai traduttori italiani.

Nel 1923 Ettore Lo Gatto propose una versione in endecasillabi; celebre fu la scelta di Giovanni Giudici di mantenere intatta la serie rimica delle stanze orientando il metro in direzione di un novenario aperto e fluttuante. Continua a leggere

Janis Sinajco, “spezzandosi”

Janis Sinajko

Janis Sinajko

Nella traduzione di Paolo Galvagni

плоть возносится
к небу
чёрными листьями

в глазницах чудовищ
неприкасаем
снег

где

из отяжелевшей руки
яблоко
падает
в твёрдую грязь
разбиваясь

la carne si innalza
al cielo
con foglie nere

nelle occhiaie dei mostri
è intangibile
la neve

dove

da una mano appesantita
una mela
cade
sul fango duro
spezzandosi

***

и после всей тишины

так близко

созвездия

смотрят
как ты наконец-то очнёшься

уже очудовищен

e dopo tutta la quiete

così vicino

le costellazioni

guardano
come finalmente ti risveglierai

ormai mostruoso

Continua a leggere

Carol Ann Duffy, la poesia e la guerra

Carol Ann Duffy

Introduzione
Bernardino Nera e Floriana Marinzuli

Rileggiamo alcune poesie sulla guerra scritte dalla ex Poet Laureate Dame Carol Ann Duffy nel corso della sua carriera artistica dagli esordi nel 1985 ad oggi. Nel contesto di questi componimenti, ovviamente, non sono rinvenibili riferimenti alla più stretta attualità ma ad avvenimenti storici bellici avvenuti nel secolo scorso, come ad esempio: la tregua di Natale nel 1914, rievocata nella poesia The Christmas Truce, che si instaurò liberamente e spontaneamente tra le truppe tedesche, francesi e inglesi in varie zone del fronte occidentale durante la Prima Guerra Mondiale. Anche la poesia The Last Post richiama nei suoi versi questa guerra e la poetessa la rielabora in chiave utopistica, immaginando di poterne esorcizzare gli effetti più efferati e letali ripercorrendo idealmente a ritroso la dinamica reale degli avvenimenti, invece inesorabile e crudele, della storia. Da rilevare nel testo una citazione tratta da una poesia di Wilfred Owen, poeta morto nel 1918 in un’operazione bellica sul fronte occidentale. Nel contesto della poesia Shooting Star, l’io lirico, una donna ebrea, narra la sua orribile esperienza prima di essere stuprata e poi brutalmente giustiziata in un campo di concentramento nazista. Ma è nel testo della poesia The Wound in Time che si può cogliere il lamento accorato della poetessa contro la guerra ed è da evidenziare che tutte le tematiche trattate e gli scenari evocati nelle poesie precedenti anche se diversi si ripropongono sempre uguali a se stessi e si ripetono drammaticamente nel tempo perché l’uomo non impara niente dalla sua storia. Continua a leggere

Jurij Tarnavs’kyj, “La vita in città”

Jurij Tarnavs’kyj

Jurij Tarnavs’kyj
A cura di Lorenzo Pompeo
collaborazione di Alessandro Anil

il poeta ucraino-nordamericano Jurij Tarnavsk’kyj (noto negli Stati Uniti con la traslitterazione Yuriy Tarnawsky) rappresenta una figura chiave nella storia della poesia ucraina novecentesca che, nel corso dei decenni, si è guadagnato un posto di riguardo anche sulla scena letteraria statunitense (a partire dagli anni ‘70 Tarnavsk’kyj scrive e pubblica regolarmente in inglese prosa e poesia).

È nato a Turka nel 1934, piccolo centro nei Carpazi ucraini, attualmente a pochi chilometri dal confine polacco (ma che in quel momento era parte della Polonia). I genitori, entrambi insegnanti, vivevano e lavoravano a Rzeszów (attualmente in Polonia sud- orientale), dove il giovane crebbe in un ambiente bilingue (l’ucraino si parlava in famiglia, il Polacco fuori di casa).

Nel 1944, quando la famiglia era tornata a Turka da quattro anni, Jurij perde la madre per un tumore, il padre, che si era arruolato nell’Esercito insurrezionale ucraino, viene dato per disperso, e il futuro poeta, insieme alla zia, la sorella e il fratello, decidono di fuggire in Germania, dove, nel 1945 si stabilisce nel campo profughi di Neu Ulm.

Nel 1950, Quando viene smantellato il campo, comincia a frequentare un liceo tedesco a Monaco e, dopo essersi diplomato, nel 1952 si imbarca a diciotto anni con il padre (che nel frattempo si era ricongiunto alla famiglia) per New York. Frequenta la Newark School of Engineering nel New Jersey, alternando lo studio al lavoro in un fabbrica di pellami.
Terminati gli studi, fu assunto in qualità di ingegnere elettronico all’IBM, dove lavorò fino al 1992 (con una piccola parentesi tra il 1964 e il 1965 in cui visse in Spagna dedicandosi interamente alla scrittura).

Nel tempo libero si appassiona alla lettura degli esistenzialisti, soprattutto Sartre (che sarà per lui una scoperta decisiva), Camus e Kirkegaard e, attraverso frequenti visite al MOMA, assimila le ultime tendenze dell’arte contemporanea.

A partire dal 1953 comincia a scrivere i primi versi e brevi prose che pubblica su riviste dell’emigrazione ucraina e che gli aprirono le porte della sua silloge di esordio, La vita in città, del 1956.

Da allora rappresentò una delle voci più autorevoli della letteratura ucraina della cosiddetta “diaspora” (ovvero la comunità ucraina all’estero), un termine che vuole sottolineare una completa estraneità ideologico-culturale rispetto all’Ucraina sovietica.

Fu l’animatore del “Gruppo di New York”, una aggregazione di giovani letterati ucraini che erano soliti ritrovarsi al caffè Orchidea, tra la seconda avenue e la nona strada, che discutevano di arte astratta, di poesia senza rima e di esistenzialismo.

Nella leggenda di questo gruppo il momento fondativo viene considerato la serata di poesia del 18 febbraio 1955 presso il “Literaturno-mistec’kyj kljub” (in it. “Club artistico-letterario”) di New York.

L’idea di fondo che animava questi poeti, allora esordienti, era sprovincializzare il mondo letterario ucraino (che nell’Ucraina Sovietica era concepito esclusivamente come una versione “etnografica” del realismo socialista) ricollegandosi alle tendenze artistiche e letterarie delle avanguardie novecentesche.

Fino alla fine degli anni ‘70, quando le polemiche interne e le scelte divergenti segnarono la fine del gruppo, esso costituì un punto di riferimento non solo per la poesia ucraina, ma anche per il dibattito critico sulla letteratura ucraina contemporanea.

A partire dal 1971, successivamente alla pubblicazione della silloge Poeziji pro niščo ta inši poeziji na cju samu temu (in it. “Poesia sul nulla e altre poesie sullo stesso tema”), Tarnavsk’kyj, dopo quasi un ventennio di permanenza negli Stati Uniti (vi era arrivato nel 1952) comincia a scrivere in inglese e nel 1978 pubblica il romanzo Meningitis a cui fa seguito, nel 1992, Three Blondes and Death, entrambi apprezzati dalla critica nordamericana.

A partire dalla silloge This Is How I Get Well, del 1978, scrive e pubblica anche poesie in inglese (spesso autotraduzioni dall’ucraino).

Dopo la dichiarazione d’Indipendenza dell’Ucraina del 1991, il poeta, per la prima volta dopo quasi quaranta anni, poté fare ritorno nel suo paese, dove potevano circolare liberamente ed essere pubblicate le sue opere, tradotte dall’inglese o nella versione ucraina.

Attualmente vive a White Planes, cittadina dello stato di New York.

Continua a leggere

Gli haiku di Stanislav Bel’skij

Stanislav Bel’skij

Stanislav Bel’skij
a cura di Paolo Galvagni

Первомартовские хокку

1

ночная тревога начинается одинаково
будят не сирены (их можно проспать)
а мамины проклятия путину

2

но дальше есть варианты
или молния в куртке разойдётся
или шнурок в застёжке застрянет

3

собираясь в убежище
по привычке пытаюсь
убить в коридоре моль

01.03.2022

Hokku del primo marzo

1

l’allarme notturno inizia nel medesimo modo
svegliano non le sirene (puoi trascurarle)
ma le maledizioni di mamma verso putin

2

ma poi ci sono le opzioni
o la cerniera del giubbotto che si apre
o il laccetto che si impiglia nella fibbia

3

preparandomi ad andare nel rifugio
per abitudine tento
di uccidere le falene nel corridoio

01.03.2022

***

хокку по дороге в убежище

какой мощный прожектор
все выбоины в асфальте видны
нет, это луна, чуть уже старая

 

Hokku sulla strada per il rifugio

che riflettore potente
tutte le buche sull’asfalto si vedono
no, è la luna, appena ormai vecchia

***

Хайку ночного кошмара

1

смерть – ковыляющий сзади прохожий
стоит замешкаться, она догоняет,
вгрызается в рот

2

долго ещё, проснувшись ночью,
отмываешь дёсны с мылом,
пытаясь воспрепятствовать магии войны

 

Haiku dell’incubo notturno

1

La morte è un passante che zoppica dietro
basta indugiare, ti raggiunge,
ti morsica la bocca

2

ancora a lungo, svegliandoti di notte,
ti lavi le gengive col sapone,
tentando di ostacolare la magia della notte Continua a leggere

La lancia del verso di Sofija Parnok

Sofija Parnok

Sofija Parnok
A cura di Paolo Galvagni

Девочкой маленькой
ты мне предстала неловкою.

Сафо

«Девочкой маленькой ты мне предстала неловкою» –
Ах, одностишья стрелой Сафо пронзила меня!
Ночью задумалась я над курчавой головкою,
Нежностью матери страсть в бешеном сердце сменя, –
«Девочкой маленькой ты мне предстала неловкою».

Вспомнилось, как поцелуй отстранила уловкою,
Вспомнились эти глаза с невероятным зрачком…
В дом мой вступила ты, счастлива мной, как обновкою:
Поясом, пригоршней бус или цветным башмачком,–
«Девочкой маленькой ты мне предстала неловкою».

Но под ударом любви ты — что золото ковкое!
Я наклонилась к лицу, бледному в страстной тени,
Где словно смерть провела снеговою пуховкою…
Благодарю и за то, сладостная, что в те дни
«Девочкой маленькой ты мне предстала неловкою».

Февраль 1915 /?/

Mi apparivi una bimba
piccola e immatura
Saffo (1)

“Mi apparivi una bimba piccola e immatura” – (2)
Ah, Saffo mi ha trafitto con la lancia di un verso!
Di notte ho pensato alla testolina riccioluta,
Sostituendo nel cuore la passione folle con la dolcezza materna, –
“Mi apparivi una bimba piccola e immatura.”

Ho ricordato che hai allontanato un bacio con maestria,
Ho ricordato quegli occhi con la pupilla incredibile…
Sei entrata in casa mia tu, contenta di me, come di una cosa nuova:
Una cintura, una manciata di perline o una scarpetta colorata, –
“ Mi apparivi una bimba piccola e immatura”.

Ma sotto il colpo d’amore sei come oro forgiabile!
Mi sono chinata al volto, pallido nell’ombra appassionata,
Dove la morte pareva passar cipria nevosa…
Ringrazio anche perché tu, dolce, in quei giorni
“Mi apparivi una bimba piccola e immatura”.

Febbraio 1915 /?/

1) Poesia dedicata tanto a Saffo, quanto alla Marina Cvetaeva.
2) Il verso, che Saffo dedica ad Attide, è come un ritornello, che suscita vari ricordi intimi. Continua a leggere

La guerra in Ucraina raccontata ai bambini

La guerra in Ucraina raccontata ai bambini

Una storia scritta da Romana Romanyshyn e Andriy Lesiv. Una coppia nel lavoro (e nella vita), ha creato l’atelier «Agrafka» a Leopoli, in Ucraina, realizzando in pochi anni progetti innovativi acquisiti da case editrici di tutto il mondo.

Jaca Book, pubblicando Forte, piano, in un sussurro, (vincitore del Premio Andersen 2019 per la categoria divulgazione scientifica) e Vedo, non vedo, stravedo (Bologna Ragazzi Award 2018) ha deciso di “adottarli” per portare anche in Italia i loro libri pluripremiati. In particolare Numeri, stelle e mucche di mare, premio «Opera prima» alla Bologna Children’s Book Fair 2014 e La guerra che cambiò Città Tonda, premio «New Horizons» alla stessa manifestazione nel 2015. Per Jaca Book hanno pubblicato anche La casetta degli animali (2018) La mia casa, le mie cose (2019) e In viaggio per il mondo (2021), vincitore dell’Argento del prestigioso «European Design Awards» 2021, nella categoria “Libri e illustrazioni editoriali”. I loro progetti si contraddistinguono per l’uso sapiente di tecniche e stili, uniti a una narrazione che incuriosisce e affascina i lettori.

Intervista di Luigia Sorrentino

Traduzione dall’inglese all’italiano di Giorgia Sensi

The war that changed Rondo.
Romana Romanyshyn and Andriy Lesiv: why did you feel the need to tell children about the war with an illustrated story?

“We had never actually planned to create a picture book for children about war, but reality in our country changed things. It all started with the Revolution of Dignity at the end of 2013, then the annexation of Crimea in March 2014 and Russian invasion in East Ukraine. The war had started. Thousands of victims and broken lives. At that moment we were all unprepared and vulnerable, but determined. Many of our friends were mobilized for military service. We couldn’t stay calm and we had to react in some way. Often, parents don’t know how to explain to their children what war is and why it has come to their homes. We decided to create a picture book which could be the starting point for such a sincere talk between children and their parents about what is going on. It had to be a book like therapy, when you talk about your fears first and then stop being afraid. We also noticed that there is still no children’s book about war which would show our own experience, because every country has its own story of surviving and fighting. Yes, there are many great children’s books about war, but they are about someone else’s experience, they are from a distance, not about how we feel it”.

“La guerra che cambiò Città Tonda”. Romana Romanyshyn e Andriy Lesiv: perché avete sentito il bisogno di raccontare la guerra ai bambini con una storia illustrata?

“Non avevamo mai davvero pensato di creare un libro illustrato per bambini sulla guerra, ma la realtà del nostro paese ha cambiato le cose. Tutto è cominciato con la Revolution of Dignity alla fine del 2013, poi l’annessione della Crimea nel marzo 2014 e l’invasione russa dell’Ucraina orientale. Era cominciata la guerra. Migliaia di vittime e vite spezzate. In quel momento eravamo tutti impreparati e vulnerabili, ma determinati. Molti dei nostri amici furono richiamati per il servizio militare. Non potevamo restare fermi, dovevamo reagire in qualche modo. Spesso i genitori non sanno spiegare ai figli cos’è la guerra, e perché è entrata nelle loro case. Decidemmo di creare un libro illustrato che costituisse il punto di partenza per un discorso franco tra genitori e figli su ciò che stava succedendo. Doveva essere un libro-terapia, dove prima parli delle tue paure e poi smetti di avere paura. Notammo anche che non c’è un libro sulla guerra per bambini che mostrasse la nostra esperienza, perché ogni paese ha la sua storia di lotta e di sopravvivenza. Sì, ci sono molti grandi libri per bambini sulla guerra, ma raccontano l’esperienza di qualcun altro, sono distanti, non parlano di come stiamo noi”.

When was the book published in Ukraine and what kind of diffusion did it have among Ukrainian children?

“Luckily we have a great common understanding with our Ukrainian publisher Old Lion and they totally supported us with the idea to publish a picture book about war. So the book was first published at the end of 2014. It had few additional editions during these years. We received tons of reviews, letters, drawings from children and their parents”.

Quando è stato pubblicato il libro in Ucraina e che diffusione ha avuto tra i bambini ucraini?

“Per fortuna abbiamo una grande sintonia con il nostro editore ucraino Old Lion, che ha sostenuto pienamente la nostra idea di pubblicare un libro illustrato sulla guerra. Così il libro uscì per la prima volta alla fine del 2014. E in questi anni ha avuto diverse ristampe. Abbiamo ricevuto tonnellate di recensioni, lettere, disegni dai bambini e dai loro genitori”.

Why did you decide to tell the children the story of Danko, Fabian, Zirka?

“The base of every story is a character. We had to make our characters not artificial, but very authentic. We created characters which embody the feeling of every Ukrainian. We all felt very fragile and vulnerable, but strong and unbreakable. That’s why characters in our story are made with fragile materials, easy to destroy – glass, paper, balloon. But despite their fragility they fight, resist and protect their home”.

Perché avete deciso di raccontare ai bambini la storia di Danco, Fabian, Zirka?

“Alla base di ogni racconto c’è un personaggio. I nostri personaggi li dovevamo rendere davvero autentici, non artificiali. Abbiamo creato personaggi che incarnano il sentimento di ogni ucraino. Ci sentivamo tutti molto fragili e vulnerabili, ma forti e indistruttibili. Ecco perché i personaggi della nostra storia sono fatti di materiali fragili, facili da distruggere – vetro, carta, palloncini. Ma nonostante la fragilità, loro combattono, resistono e difendono le loro case”.

In your story there are sentences like: “the war is coming to our city”, “The war spares no one”, “The war has no heart”. Were these the stories you heard from your grandparents when you were children?

“Yes, of course we heard a lot of terrifying stories about war from our grandparents. And so many stories they did not want to share with us. Our grandparents spent 12 years in Gulag repressed by Stalin’s regime. They really hoped that our generation would not suffer from russians anymore. But we see that now the grandchildren of our grandparent’s enslavers are trying to kill us. And it’s a really unbelievable fact that in the 21th century, the time of technological progress, when we all have free access to information, Russia is still acting like 100 years ago, they still want to destroy and enslave, they still live in a dark past. And we fight for the future”.

Nella vostra storia ci sono frasi come: “la guerra sta arrivando in città”, “la guerra non risparmia nessuno”, “la guerra è senza cuore”. Queste frasi le sentivate dai vostri nonni quando eravate bambini?

“Sì, naturalmente abbiamo ascoltato tante storie terrificanti sulla guerra dai nostri nonni. E molte non le volevano condividere con noi. I nostri nonni hanno passato 12 anni in un Gulag durante il regime di Stalin. Speravano sinceramente che la nostra generazione non avrebbe più sofferto a causa dei russi. Ma ora vediamo che i nipoti di chi ha schiavizzato i nostri nonni stanno cercando di ucciderci. Ed è davvero incredibile che nel XXI secolo, il secolo del progresso tecnologico, quando tutti abbiamo accesso alle informazioni, la Russia si stia comportando come 100 anni fa: vogliono distruggere e schiavizzare, vivono ancora in un passato oscuro. E noi combattiamo per il futuro”.

The three protagonists manage to defeat the war by building a machine for the light and this machine scares the War. If we were to rewrite this tale today, what should we add? Which words?

“We’re not sure we should rewrite the story. The machine for creating the light is a symbol of unity, where everyone turns a small wheel so the machine works, symbol of organized resistance and coordination. Today it is a symbol of unity of the world, when many countries join their efforts to stop the aggression. Everybody is trying to help.
To get through these dark times, full of fear, anger and loss, we all need a ray of light, of hope. We can not hide a horrific truth from children anymore. The reality is much more horrible than any book. But we can’t stop telling and reading stories, even hiding in bomb shelters, even flleeing from our attacked homes. In our story we highlighted the strongest advantages of Ukrainian people – courage and unity”.

I tre protagonisti riescono a vincere la guerra costruendo una macchina per la luce, e la macchina spaventa la Guerra. Se riscrivessimo questa storia oggi, cosa dovremmo aggiungere? Quali parole?

“Non siamo sicuri sulla necessità di riscrivere la storia. La macchina per creare luce è un simbolo di unità, dove ciascuno gira una piccola manovella per far funzionare la macchina, simbolo di resistenza organizzata e coordinazione. Oggi è il simbolo dell’unità del mondo, quando molti paesi uniscono i loro sforzi per fermare l’aggressione. Tutti cercano di aiutare.

Per superare questi tempi bui, pieni di paura, di rabbia e di lutto, abbiamo tutti bisogno di un raggio di luce, di speranza. Non possiamo più nascondere ai bambini una verità orribile. La realtà è molto più tremenda di qualsiasi libro. Ma non possiamo smettere di raccontare e leggere storie, perfino nascosti in un rifugio antiaereo, perfino in fuga dalle nostre case colpite. Nel nostro racconto abbiamo messo in evidenza i più forti meriti del popolo ucraino – il coraggio e l’unità”.

Unfortunately, after a war, not everything can go back to the way it was before … that’s why “Danko still has a web of cracks near his heart, while the tips of Zirka’s wings have remained a little burned and Fabian limps with the leg that he had pointed with the thorns “?
What’s the moral? What do children need to understand?

This war changes everyone of us. We will miss so many people we lost. We will miss our homes, streets and cities. We will rebuild everything with time, but it will never be the same. Many of us will be scared of loud sounds. Many will have scars, on their bodies and on their souls. And we will appreciate the simple things, which we didn’t notice before. And there is no doubt that we will be happy again.

Sfortunatamente, dopo una guerra, non tutto ritorna come prima… ecco perché “Danko ha una raggiera di incrinature vicino al cuore, mentre le punte delle ali di di Zirka sono ancora bruciacchiate e Fabian zoppica con la gamba ferita dagli spini”?
Qual è la morale? Cosa devono capire i bambini?

“Questa guerra ci cambia tutti. Ci mancheranno tante persone che abbiamo perduto. Ci mancherà la nostra casa, le strade e le città. Col tempo ricostruiremo tutto, ma non sarà mai la stessa cosa. Molti di noi avranno paura dei rumori forti. Molti avranno cicatrici, sul corpo e sull’anima. E apprezzeremo le cose semplici, a cui prima non facevamo attenzione. Non c’è dubbio che torneremo a essere felici”.

The poppy has become an international symbol to commemorate the victims of the war.
A fairy tale so that Ukrainian children know and remember the tragic experiences of their homeland, so as not to be overwhelmed, to leave the way open for a new existence. Is this the meaning of your work on children?

“Yes, definitely.
This war makes terrible statistics. During these four weeks of invasion Russians killed 135 Ukrainian children, many got injured. More than 50% of Ukrainian children according to Unisef have become refugees since 24. February 2022. 1,8 millions children moved abroad seeking shelter, 2,5 millions of children moved from their houses ro other regions of Ukraine. So we all, children and adults must remember how strongly we love our home, our family, how strongly connected we are with each other, how we suffered, how we cried, how we fought and how we won, how we were hurt and how we healed. We have to work with our memory, to remember who we are.”

Il papavero è diventato un simbolo internazionale per commemorare le vittime di guerra.
Una favola per far sì che i bambini ucraini sappiano e ricordino le tragiche esperienze della loro patria, per non essere sopraffatti, per lasciare aperta la strada a una nuova esistenza. È questo il significato del vostro lavoro coi bambini?

“Sì, assolutamente. Le statistiche su questa questa guerra sono terribili. Durante queste quattro settimane di invasione i russi hanno ucciso 135 bambini ucraini, e molti sono i feriti. Più del 50% dei bambini ucraini secondo l’Unicef sono diventati rifugiati dal giorno 24 febbraio 2022. 1,8 milioni di bambini hanno cercato rifugio all’estero, 2,5 milioni si sono trasferiti dalle loro case ad altre regioni dell’Ucraina. Quindi tutti noi, bambini e adulti, dobbiamo ricordare quanto forte è il nostro amore per la nostra casa, la nostra famiglia, quanto forte è il legame che ci lega gli uni agli altri, quanto abbiamo sofferto, quanto abbiamo pianto, quanto abbiamo combattuto e infine vinto. Come siamo stati feriti e siamo guariti. Dobbiamo lavorare con la memoria, per ricordare chi siamo”. Continua a leggere

Yury Zavadsky, “giorni senza radici”

Yury Zavadsky

Yury Zavadsky
Nella traduzione di Paolo Ruffilli

КОМУНІКАЦІЯ

Дивуюся, наскільки залежні мої почуття від кров’яного тиску.
Електрика в тілі не дає всидіти на місці.
Все ж таки примушую себе не рухатися.
Пальці нервово бігають клавіатурою.
Тоді нерівномірні тексти перетворюються на химери.
Ходять за мною твої есемески, крок в крок.
I мовчати не хочу, та й сказати тобi нема що.
День втрачено, і жодна таблетка не зможе його повернути.
Залишається після нього тільки неприємна втома.
Ніч, і тривожний сон, який неможливо запам’ятати.
Мені здається, що я щасливий,
відчуваючи твою теплу близькість
і твої пальці поблизу.
О, cі дні безпідставні, як і мої вірші,
напоюють мене алкоголем.
Цiлий день сьогоднi — ранок.
Холодна мряка, краплi висять у повiтрi.
Порожнiй осiннiй простiр.
Мені здається, що я щасливий поряд з тобою,
бо ніколи ще не почувався так впевнено і спокійно.
Я вагаюся, чи насправді все так добре,
але коли cі дні проминуть, думаю, буду згадувати їх
як найкращі.
— Закрий очi й розслабся, вiдчуваєш?
— У нас осiнь з меланхолiєю.
— Це в мене тимчасова криза…

COMUNICAZIONE

Sorprendente come i sentimenti dipendano
dalla pressione del sangue. L’elettricità nel mio corpo
mi impedisce di starmene fermo. Mi costringo.
Nervosamente le dita scorrono sulla tastiera.
I versi liberi si mutano in sogni ad occhi aperti.
I tuoi SMS mi accompagnano i passi. E non è che
non voglio parlare, non ho niente da dirti.
Il giorno è già perso, non c’è pillola a riportarcelo indietro.
Rimane a fine giornata il fastidio della stanchezza.
La notte col suo sogno inquietante non si può ricordare.
Sembro felice a sentire il calore della tua vicinanza
e le tue dita poi su di me. Ah, questi giorni senza radici
come i miei versi non fanno che riempirmi di alcol.
Oggi, poi, il giorno intero resta mattina.
Una nebbia fredda, le sue gocce sospese nell’aria.
Lo spazio vuoto d’autunno. Mi sembra di essere
felice accanto a te. Mai mi sono sentito tanto
calmo e sicuro. Esito, però, se tutto sta andando
così bene, e quando questi giorni saranno passati,
me li ricorderò come i migliori.
– Chiudi gli occhi e rilassati, non senti?
– È autunno: ci cala addosso la malinconia.
– Sono io, con questa mia crisi temporanea.

(Traduzione di Paolo Ruffilli) Continua a leggere

Olga Bragina, “Ci dicevano che non ci sarebbe più stata la guerra”

Olga Bragina

Olga Bragina

Nella traduzione di Emilia Mirazchiyska e Valentina Meloni

 

мы живем в спальном районе в который пришла война

в спальном районе из которого никогда не удавалось вовремя приехать никуда вечные пробки потом его обустроили хипстерские магазины кофейни парки киностудия FILM.UA а потом к нам пришла война

войну мы знали по концертам возле арки Дружбы народов по фильмам девятого мая мама говорила ее скоро забудут забыли ведь войну 1812 года мама говорит был тост за мирное небо над головой а потом уже стали говорить что за банальщина сколько можно

сколько можно произносить этот тост мирное небо мы живем в спальном районе в который пришла война да мы и не спим совсем есть не можем тошнит при каждом глотке сейчас думаю в какой уникальной ситуации мы находимся Одоевцева в такой ситуации написала “Балладу о толченом стекле” а мы пишем то что видим сейчас в онлайне горящие дома диверсантов переодетых которых взяли в плен история происходит здесь и сейчас

Ольга Брагина

 

viviamo in una zona residenziale dove è arrivata la guerra

in una zona residenziale dove non è mai stato possibile arrivare puntuali da nessuna parte dove ci sono ingorghi eterni poi hanno costruito negozi ipermercati caffetterie parchi lo studio cinematografico FILM UA e poi è arrivata la guerra

conoscevamo la guerra dai concerti vicino all’Arco dell’Amicizia dei Popoli dai film sul 9 maggio

la mamma diceva che presto la guerra sarebbe stata dimenticata come avevano dimenticato la guerra del 1812 la mamma racconta che ci fu un brindisi al cielo pacifico sopra le teste delle persone e poi hanno cominciato a dire quanto fosse banale tutto questo

per quanto tempo puoi pronunciare questo brindisi al cielo sereno viviamo in una zona residenziale dove è arrivata la guerra sì non dormiamo affatto non possiamo mangiare affatto, abbiamo voglia di vomitare a ogni sorso ora penso alla situazione unica in cui ci troviamo la stessa in cui si trovava Odoevtseva quando scrisse ‘’Ballata di vetro frantumato” e scriviamo quello che vediamo ora online le case in fiamme sabotatori travestiti che sono stati fatti prigionieri la storia sta accadendo qui e ora

Olga Bragina

 

нам говорили пусть никогда больше не будет войны
на праздничных концертах пели о празднике со слезами на глазах,
мы думали, что война осталась в прошлом,
как черно-белая кинохроника или подборка советских фильмов
мы думали – война не имеет к нам отношения, радовались салюту,
который теперь отменен, больше мы не считаем залпы,
понимаем, что война не заканчивается никогда,
как в учебнике философии после фамилии Гоббса
понимаем, что война есть, а победы нет, те, кто видел войну,
не хотят говорить об этом, но дети играют в войну
(в нашем детстве было так, у меня было два пистолета –
один водяной, другой – с пластмассовыми пулями,
еще делали трубочки из бузины, потом появились приставки Dendy)
война есть, а победы нет и не будет
ни за кем она не останется, смотри в зеркало и знай, что мир – это война
нам говорили никогда не быть миру на этой земле
мир лежит во зле, нужно искать другую, пробовать разные варианты
мы ходили на праздничные концерты под аркой Дружбы народов
думали, что история закончилась, а это был только пролог
история принадлежит тебе, пока ты читаешь
потом не принадлежит ни одной из сторон

 

ci dicevano che non ci sarebbe mai più stata la guerra
ai concerti delle vacanze cantavano la fine della guerra con le lacrime agli occhi,
pensavamo che la guerra fosse una cosa del passato,
come un cinegiornale in bianco e nero o una selezione di film sovietici
pensavamo che la guerra non avesse nulla a che fare con noi, abbiamo gioito del saluto
che ora è cancellato, oramai non contiamo più le file di fuoco,
abbiamo capito che la guerra non finisce mai,
come nel libro di testo di filosofia di Hobbes
capiamo che c’è la guerra, ma non c’è vittoria, chi ha visto la guerra,
non ne vuole parlare, ma i bambini giocano alla guerra
(nella nostra infanzia era così, io avevo due pistole –
una ad acqua, l’altra con proiettili di plastica,
realizzavamo anche flauti di sambuco, poi sono apparse le console Dendy)
c’è una guerra, ma non c’è vittoria e non ci sarà vittoria
la vittoria non apparterrà a nessuno, ci si guarderà allo specchio e si saprà che la pace è la guerra
ci dicevano che non ci sarà mai pace su questa terra
il mondo giace nel male, devi cercarne un altro, provare diverse opzioni
siamo andati ai concerti festivi sotto l’arco dell’Amicizia dei Popoli
pensavamo che la storia fosse finita, ma era solo un prologo
la storia ti appartiene mentre continui a leggere
quindi non appartiene a nessuna delle due parti

Continua a leggere

Osip Mandel’štam, “Epigramma a Stalin”

Osip Mandel’štam

Osip Mandel’štam
di Luigia Sorrentino

La poesia di Osip Mandel’štamViviamo senza sentire il paese sotto di noi” è stata spesso definita l'”Epigramma a Stalin“.  E’ una poesia scritta da Mandel’štam nel novembre 1933 – poi inclusa nelle poesie di Mosca – e subito dopo l’ aver assistito alla terribile carestia della Crimea. La poesia servì come principale materiale d’accusa del “caso” Mandel’štam dopo il suo arresto nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1934. Il poeta non nascose la paternità del testo e dopo essere stato arrestato si preparò a essere fucilato.

La difesa di Bukharin però ammorbidì la sentenza: Osip Mandel’štam fu deportato a Cherdyn nella Russia Nord orientale e poi a Voronezh. Dopo la fine del suo esilio, gli fu proibito di vivere a Mosca. Nella notte tra l’1 e il 2 maggio 1938, Mandel’štam fu arrestato una seconda volta e mandato in un campo nell’Estremo Oriente. Osip Mandel’štam morì il 27 dicembre 1938 di tifo nel campo di transito di Vladperpunkt (Vladivostok). Il corpo di Mandelstam rimase insepolto fino alla primavera, insieme agli altri morti. Poi fu sepolto in una fossa comune.

L’epigramma dedicato al “montanaro del Cremlino” Stalin nell’originale e una traduzione in italiano. L’attualità di questa poesia è indiscutibile e ci insegna molto, ancora oggi.

Мы живем, под собою не чуя страны

Мы живем, под собою не чуя страны,
Наши речи за десять шагов не слышны,
А где хватит на полразговорца,
Там припомнят кремлевского горца.
Его толстые пальцы, как черви, жирны,
И слова, как пудовые гири, верны,
Тараканьи смеются глазища
И сияют его голенища.

А вокруг него сброд тонкошеих вождей,
Он играет услугами полулюдей.
Кто свистит, кто мяучит, кто хнычет,
Он один лишь бабачит и тычет.
Как подкову, дарит за указом указ –
Кому в пах, кому в лоб, кому в бровь, кому в глаз.
Что ни казнь у него – то малина
И широкая грудь осетина.

Ноябрь 1933
Осип Мандельштам (1891-1938)

Viviamo senza sentire sotto di noi il paese

Viviamo senza sentire sotto di noi il paese
a dieci passi le nostre voci sono già belle e sperse
e dovunque ci sia spazio per quattro chiacchiere
si dà una mezza conversazioncina
là ti ricordano il montanaro del Cremlino
le sue tozze dita come vermi grassi
come pesi di ghisa le sue parole esatte
se la ridono gli occhioni di blatta
e rilucono i gambali dei suoi stivali.

Attorno una masnada di gerarchi dal collo fino
i favori di mezzi uomini sono il suo trastullo
chi fischia, chi miagola, chi frigna
lui solo spauracchio e picchia
un decreto dopo l’altro elargisce come ferro di cavallo
a chi nell’inguine, a chi in fronte, a chi nell’occhio
o al sopracciglio
è una pacchia ogni esitazione che decreta
e un largo petto di osseta.

(novembre 1933) Continua a leggere

Paul Celan, “È tempo”

Paul Celan, foto del passaporto

CORONA
di Paul Celan
di Luigia Sorrentino

La poesia che vi proponiamo oggi Corona è di Paul Celan (1920-1970) uno dei maggiori poeti di lingua tedesca nato a Czernowitz, nella Bucovina, oggi Ucraina, da genitori ebrei.

Corona è una poesia che agisce sul significato musicale del termine. Lo stesso utilizzo musicale Celan lo adotta in altre poesie, ad esempio “Fuga di morte”, che si riferisce a un tempo musicale, alla forma musicale polifonica della fuga.

Ma mentre in Corona – suggerisce Luigi Reitani – “il tempo della poesia di Celan equivale a una fermata, a una sospensione del tempo – nel linguaggio musicale la corona è un segno grafico (un puntino dentro un semicerchio) che sovrapposto a una nota ne prolunga indefinitamente la durata” -,  in Fuga di morte il tempo musicale diventa quello della fuga: un tempo veloce, rapidissimo.

Corona, inoltre, oltre ad essere un simbolo regale, è anche la corona del fiore, la corona formata dai petali rossi del papavero (simbologia ricorrente nella poesia di Celan) simbolo di oblio e di memoria.

“E’ tempo che sia tempo” scrive Celan in questa memorabile poesia, “è tempo che la pietra accetti di fiorire”. Questo scrive Celan. E’ tempo che si fermino le guerre, i conflitti. È tempo che l’aridità, la violenza del potere, si trasformino in amore, nel più puro sentimento della vita. “E’ tempo”. Scrive Celan.

“Corona” di Paul Celan viene qui proposta in due diverse traduzioni dal tedesco: quella di Giuseppe Bevilacqua e quella di Luigi Reitani, purtroppo recentemente scomparso.

 

CORONA

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.
Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der Mund redet wahr.

Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:
wir sehen uns an,
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:
es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.

Paul Celan: “Mohn und Gedächtnis” , Deutsche Verlags–Anstalt GmbH, Stuttgart, 1952

CORONA

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

Traduzione di Giuseppe Bevilacqua

Continua a leggere

Natalka Bilotserkivets, “È ora di fare le valigie e partire”

Natalka Bilotserkivets

Natalka Bilotserkivets
Nella traduzione di Paolo Ruffilli

ТРОЯНДА

Пора валізу скласти і піти.
Хтозна, що брати – так, аби нести
було неважко; та однак знайти
одразу все, що потребуєш ти.

Зо дві-три щітки, мило і рушник.
Білизну чисту, щоб у певну мить,
коли коханець прийме або ж Бог,
в білизні чистій бути для обох.

В забутім закутку троянда в бур’яні
у райській пущі стрінеться мені.
Як образ Блейка, містика тонка, –
троянда, котра любить черв’яка.

Йому віддавши лоно чарівне,
вона тремтить і уника мене,
і вся поезія – лиш сором і нудьга,
нещасна квітка, люба, дорога…

ROSA

È ora di fare le valigie e di partire.
Non sai cosa prendere, qualcosa di facile
da portare, tutto ciò di cui potresti aver bisogno,
da trovare all’istante.

Due o tre spazzole, sapone e un asciugamano.
Biancheria intima pulita, se per caso il tuo amante
ti deve incontrare – o Dio, in ogni caso
dovresti avere biancheria pulita.

In un luogo appartato, tra le erbacce
di una fitta foresta celeste, incontrerò una rosa.
Come il simbolo del delicato misticismo di Blake –
la rosa che ama il verme.

Dopo averlo fatto entrare nel suo grembo seducente,
lei trema, nascosta, per evitare il mio sguardo,
e tutta la poesia: una vergogna, una noia,
oh, povero fiore, adorabile, caro fiore. . .

(1999)

(Traduzione di Paolo Ruffilli) Continua a leggere

“Non so se queste mie parole servano a qualcuno”

Alla Gorbunova

ALLA GORBUNOVA
Nella traduzione di Paolo Galvagni

Меня спросили, что я думаю и чувствую по поводу военных действий, которые 24 февраля моя страна начала на территории другого государства – Украины. Я не знаю, нужны ли кому-то эти мои слова. Пусть сначала будет остановлено кровопролитие в Украине, остановлена происходящая прямо сейчас катастрофа, и потом уже можно будет что-то говорить.

Мне сказали, что для моих коллег – поэтов и писателей, а также читателей и издателей в разных странах, будет важно услышать, что я сейчас чувствую и как вижу всю эту ситуацию. Я боюсь, что это – этическая ловушка. Все слова, которые я сейчас могу произнести, – не способны остановить происходящее, не способны отмотать время назад и не допустить его. И, находясь в России, пытаясь что-то сказать отсюда сейчас, я понимаю, что какие бы искренние чувства ни вкладывала в свой текст, с ним всё равно будет что-то не то, просто из-за самой позиции говорящего. Тем не менее, в ответ на вашу просьбу я попробую рассказать о том, как я и люди вокруг меня переживают происходящее. Иногда бывает, что кособокие, запинающиеся и недостаточно точные слова – всё же лучше, чем молчание.

24 февраля многие мои соотечественники в социальных сетях написали, что это самое страшное утро в их жизни. Знакомые говорили мне, что никогда в жизни не испытывали такого стыда. У меня было другое доминирующее, всепоглощающее чувство – скорбь. Глубочайшая скорбь, в которой нет ни слёз, ни страха, потому что и слёзы, и гнев, и даже страх сделали бы её легче. Чудовищная непоправимость, чувство, что была перейдена точка невозврата, черта, за которой открываются врата в бездну. Я шла по улице и видела людей, молодых, весёлых, смеющихся, ещё не понимающих, что происходит, что уже произошло. И в какой-то миг мне показалось, что вся эта «обычная» жизнь после того, что случилось – это вроде как, когда человека уже казнили, отрубили голову, и эта отрубленная голова ещё короткое время живёт, не понимает, что с ней.

Есть люди, которые стараются жить по-прежнему, у которых срабатывают какие-то свои защитные экраны, но многие люди в России переживают происходящее как не имеющую аналогов катастрофу. Наше общество сейчас расколото, как никогда. Среди тех, кто поддерживает действия властей, много людей, не имеющих иммунитета к государственной пропаганде, людей, которым присуще онтологическое доверие к власти, иерархии. Среди людей, выступающих против военных действий, – как мне это видится, бОльшая часть творческой интеллигенции, молодые люди, студенты. Но все эти группы в себе не однородны. Российское общество сейчас – это не некое единое целое, которое поддерживает военные действия в Украине. На мой взгляд, это сильно запутавшееся в самом себе, раздробленное, расколотое как никогда общество, отнюдь не укладывающееся в те шаблоны, которые оно само же к себе применяет, начиная делить своих граждан на «зомбированных официальной пропагандой» с одной стороны и «проплаченных предателей» с другой. И, к сожалению, сейчас это общество с очень высоким градусом взаимной ненависти.

Для многих людей события последних недель выглядят чудовищными, необъяснимыми, иррациональными. Я же уже много лет чувствую, что то, что называлось «нормальной жизнью», с которой вдруг что-то случилось, уже давно существовало за счёт того, что очень на многое приходилось закрывать глаза. И очень многие, на первый взгляд, не имеющие отношения друг к другу вещи, я вижу как единую цепь насилия и боли, связывающую всех нас. И я надеюсь, что однажды настанет момент увидеть всю эту связывающую нас цепь насилия и боли как одно целое. Но сейчас я больше всего жду прекращения огня в Украине.

Я всегда любила свою Родину и воспринимала свои стихи и как часть русской поэтической традиции, и одновременно как часть мировой поэзии. Я не знаю, что будет со всеми нами. Многие мои знакомые уехали, буквально за один день. Я не мыслю своей жизни вне России, и буду стараться делать лучшее, что я смогу, в новых условиях. Я желаю Блага моей стране и никогда не отрекусь от того бесконечно многого, что связывает меня с ней. Но я понимаю, что есть вещи, которые нельзя оправдать. И то, что произошло за последние несколько недель – уже очертило горизонты для работы скорби и осмысления на многие годы и десятилетия. Работы, к которой никто не сможет даже приступить, пока падают бомбы.

У нас сейчас солнечные мартовские дни. Такое же солнце и тающий снег в разрушенном Харькове. Оттуда мне пишет замечательный русскоязычный поэт, который пару месяцев назад отправил мне свой архив на сохранение на случай войны между нашими государствами, и его слова – поверх всех барьеров – согревают моё сердце.

Моя близкая подруга, очень дорогой и родной для меня человек, отсюда, из России, – психоаналитик, и у неё есть сейчас анализанты в Украине, они проводят сессии онлайн, звонят ей прямо из зоны боевых действий, чтобы получить экстренную психологическую помощь. Слышала я и про обратную ситуацию: что аналитик одной моей российской знакомой находится в Украине, и оттуда, чуть не из бомбоубежища, проводил с ней сессию.

ГОСПОДИ, ПУСТЬ ЭТО БЕЗУМИЕ СКОРЕЕ ЗАКОНЧИТСЯ!
И ПУСТЬ ВСЕ, КТО СТРАДАЮТ, ОБРЕТУТ ПОМОЩЬ!

 

ALLA GORBUNOVA
Nella traduzione di Paolo Galvagni

 

Mi hanno chiesto che cosa penso e sento a proposito delle operazioni militari, che il mio paese ha intrapreso il 24 febbraio nel territorio di un altro Stato – l’Ucraina. Non so se queste mie parole servano a qualcuno. Venga dapprima fermato lo spargimento di sangue in Ucraina, venga fermata la catastrofe che accade proprio ora, e poi si potrà dire qualcosa.

Mi hanno detto che per i miei colleghi – poeti e scrittori, ma anche lettori ed editori in vari paesi – sarà importante sentire che cosa scrivo e come vedo tutta questa situazione. Temo che sia un tranello etico. Tutte le parole che ora posso pronunciare non riescono a fermare quanto accade, non riescono a riavvolgere il tempo e a non farlo accadere. E, trovandomi in Russia, tentando di dire qualcosa da qui ora, capisco che qualunque sentimento sincero io possa inserire nel mio testo, comunque esso non sarà quello giusto, semplicemente per la posizione di chi parla. Tuttavia, in risposta alla vostra richiesta, tenterò di raccontare come io e le persone attorno a me vivono quanto accade. Talvolta capita che parole storte, vacillanti e non sufficientemente esatte siano comunque meglio del silenzio.

Il 24 febbraio molti miei connazionali sui social hanno scritto che era la mattina più spaventosa nella loro vita. Alcuni conoscenti mi hanno detto che mai nella vita avevano provato una tale vergogna. Io avevo un’altra sensazione dominante, travolgente – l’afflizione. Un’afflizione profondissima, in cui non c’era né una lacrima, né la paura, perché le lacrime, la rabbia e perfino la paura l’avrebbero resa più leggera. Una mostruosa incorreggibilità, la sensazione che sia stato varcato il punto di non ritorno, la linea oltre la quale si apre la porta dell’abisso. Camminavo per strada e vedevo persone giovani, allegre, ridevano, ancora non capivano quello che accadeva, quello che era già accaduto. E in un certo momento mi è sembrato che tutta quella vita “usuale” dopo quello che era accaduto – fosse come quando una persona è già stata giustiziata, e la testa già tagliata, ma quella testa tagliata vive per un po’, non capisce ciò che le accade.

Ci sono persone che tentano di vivere come prima, nelle quali funzionano schermi difensivi propri, ma molte persone in Russia vivono quanto accade come una catastrofe priva di analogie. La nostra società ora è spaccata, come non mai. Tra quelli che appoggiano le azioni delle autorità, ci sono molti, privi dell’immunità dalla propaganda statale, gente a cui è propria la fiducia ontologica verso il potere, verso la gerarchia. Tra quanti si oppongono alle azioni militari – come mi sembra – c’è la maggior parte dell’intellighenzia creativa, i giovani, gli studenti. Ma tutti questi gruppi non sono omogenei. La società russa ora non è un tutt’uno che appoggia le azioni militari in Ucraina. A mio avviso, è una società fortemente smarrita in se stessa, frazionata, spaccata come non mai, che non si rifugia in quegli schemi, che essa accetta per se stessa, cominciando a dividere i propri cittadini in “plagiati dalla propaganda ufficiale” da una parte, e “traditori pagati” dall’altra. E, purtroppo, ora è una società con un alto grado di odio reciproco.

Per molti gli avvenimenti delle ultime settimane appaiono mostruosi, inspiegabili, irrazionali. Già da molti anni percepisco che ciò che si chiamava “vita normale”, a cui d’improvviso è successo qualcosa, da tempo esisteva a discapito del fatto che bisognava chiudere gli occhi su tante cose. E moltissime cose, che a un primo sguardo non hanno nessun rapporto l’una con l’altra, mi paiono come un’unica catena di violenza e di dolore, che lega tutti noi. E spero che un giorno arriverà il momento di vedere tutta questa catena di violenza e dolore, che ci lega, come un tutt’uno. Ma ora più di tutto attendo l’interruzione del fuoco in Ucraina. Continua a leggere

Andrey Serdyuk, “cade la pioggia fuori dalla finestra”

Andrey Serdyuk

Vi proponiamo oggi una poesia scritta in russo da Andrey Serdyuk, nato nel sud dell’ Ucraina che vive a Mariupol. Il testo è tra quelli nati sull’emozione della guerra che lo vede coinvolto nella sua terra.

 

 

В голове чёрно-белая муть,
За окном осыпается дождь.
Мне бы землю обнять и уснуть,
Только ты мне уйти не даёшь.

В голове чёрно-белая муть,
Мне бы землю обнять и уснуть.

Чтоб не видеть, не слышать, не знать
Жутких былей жестокого века –
Как подобных себе убивать
И себя называть человеком.

Первой пули украсть поцелуй,
Заслонив незнакомого брата.
Тихим стоном сорваться в лазурь,
Не касаясь курка автомата.

За окном осыпается дождь,
Только ты мне уйти не даёшь.

 

Nuvole bianche e nere sulla mia testa
Cade la pioggia fuori dalla finestra.
Abbraccerei la terra e dormirei,
Solo tu non mi lascerai partire.

Nuvole bianche e nere sulla mia testa
Abbraccerei la terra e dormirei.

Non vedere, non sentire, non sapere
Terribile passato, secolo crudele –
È come uccidere te stesso
E continuare a chiamarti uomo.

Rubare il bacio del primo proiettile
Coprendo un fratello sconosciuto.
Con un gemito silenzioso finire
In cielo senza toccare il grilletto.

Cade la pioggia fuori dalla finestra
Solo tu non mi lascerai partire.

(Traduzione di Paolo Ruffilli) Continua a leggere

Ivan Franko, “un arciere in agguato”

Ivan Franko

COMMENTO
di Gisella Blanco

Ivan Jakovyč Franko è considerato uno dei classici della letteratura ucraina, secondo soltanto a Taras Hryhorovyč Ševčenko.
Intellettuale democratico di ampia erudizione e competenze multidisciplinari, Franko era convinto che “La parola poetica, pronunciata in un momento felice di una certa situazione, è come una moneta d’oro, non perde il suo valore dopo un anno, né dopo cent’anni ”.
La sua vasta opera poetica, da lui stesso definita “dramma lirico”, trasfigura l’esperienza personale in riflessioni dall’ampio respiro umanistico e politico.
“L’eterno rivoluzionario” diventa il simbolo di un corpo civico teso ai valori di libertà e giustizia, appartenenti a ogni epoca storica.
I temi filosofici incontrano le speculazioni sulla religione, sull’amore, sulla bellezza, sulla dicotomia insuperabile tra bene e male.
Il suo interesse per la sociologia, il folklore, l’etnografia e la linguistica consentono una profonda indagine lirica della voce del popolo.
L’umanità, con le sue infinite declinazioni, viene simboleggiata da animali che ne interpretano caratteri, abitudini e modalità relazionali, mettendo “a nudo ogni individuo”.
I testi qui riportati, tratti da varie raccolte di Franko , pur non potendo riassumere la sua intera poetica, rappresentano uno scorcio di quell’etica della parola che sopravvive alla barbarie della storia.

 

Не винен я тому, що сумно співаю,
Брати мої!
Що слово до слова нескладно складаю —
Простіть мені!

Не радість їх родить, не втіха їх плодить,
Не гра пуста,
А в хвилях недолі, задуми тяжкої
Самі уста

Їх шепчуть, безсонний робітник заклятий
Склада їх — сум;
Моя-бо й народна неволя — то мати
Тих скорбних дум.

9 мая 1880

Non è colpa mia se canto tristemente,
Fratelli miei!
Se compongo parola dopo parola con incuria –
Perdonatemi!

Non la gioia le crea, non il sollievo le genera,
Non un gioco vuoto,
Ma nei momenti di sventura, di grave meditazione
Le labbra stesse

Le sussurrano, un maledetto lavoratore insonne
Le compone – lo sconforto,
E la mia schiavitù popolare – la madre
Di quei pensieri afflitti.

9 maggio 1880 Continua a leggere

Oksana Zabuzhko, “scorrono gli abbracci”

Oksana Zabuzhko

Любов

А обійми стекли, як вода,
І нічник нашу тінь роздвоїв…
Не офіра, не пристрасть, не жар –
Просто спроба лишитись живою.
Із зачумлених стронцієм міст,
Понад їх передсмертні муки
Палахкоче легкий поміст –
Переплетені голі руки.
І допоки це сонце вночі,
І допоки ці спалахи бистрі –
Прокохай, продрижи, прокричи
Цю – останню! – хвилину на вістрі!
Розчахнувши нічні дзеркала,
Мов портрети, із рами виходим –
Але з вуст, шорсткий, як зола,
Осипається подих…
Так, немов відітхнути хотів –
А легені навиліт пробиті,
Й ціпеніють відбитки тіл
У зім”ятім гарячім повітрі.
Ах, звідкіль це, і як, і чом
Цей мертвотний відсвіт на стелі?
Глянь, мій милий, що там, за вікном?
Подививсь і сказав:
– Пустеля…

AMORE

Come l’acqua scorrono gli abbracci,
Una luce notturna ci divide le ombre…
Non c’è sacrificio o passione né dono –
Lo sforzo soltanto per restarsene in vita.
Inarcato sulla mortale agonia
Di città infestate da radiazioni
Brucia l’evanescente contatto
Delle nostre braccia intrecciate.
E finché dura questo sole notturno,
E questi brevissimi lampi,
Ama, urla e trema
Nel momento finale
Dal limite estremo!
Infrangendo gli specchi notturni
Come ritratti dalle cornici fuori usciamo –
Il respiro è cenere calda che raschia
Uscendo di bocca…
È come se noi sussultassimo
Con i polmoni trafitti,
E dure si fanno le impronte dei corpi
Nel calore dell’aria accartocciata.
Da dove mai viene, e come, e perché,
Questa pallida luce al soffitto?
“Guarda, amore, dalla finestra: che c’è fuori?”
Ha guardato e risposto:
“Il deserto”.

(Traduzione di Paolo Ruffilli) Continua a leggere

Sergéj Esénin, “Cara patria”

COMMENTO
di Gisella Blanco

Morire non è nuovo al mondo, / ma più nuovo non è nemmeno vivere sono le ultime parole che il giovane poeta russo Sergéj Esénin lasciò scritte, con il suo sangue, su un foglio, un giorno prima di suicidarsi. L’utopia della patria, la sua “gioia breve”, è quel simbolo mitico – e mitizzato – di una condizione esistenziale astorica ed escatologica che, nella sua irrealizzabilità, conduce l’uomo alla perdizione in un’angoscia irrisolvibile.

La dimensione rurale e contadina partecipa del recupero etico di un passato ormai inattuabile ma costantemente rievocato dal poeta.

In questo poemetto, emerge il dramma del distacco dei combattenti dai familiari, delle comunicazioni spezzate, delle interminabili e sconsolate attese, della lontananza tollerabile solo attraverso i ricordi felici e l’idea di una patria che può ancora sopravvivere alla disgregazione della modernità.

 

Русь

1.

Потонула деревня в ухабинах,
Заслонили избенки леса.
Только видно, на кочках и впадинах.
Как синеют кругом небеса.

Воют в сумерки долгие, зимние,
Волки грозные с тощих полей.
По дворам в погорающем инее
Над застрехами храп лошадей.

Как совиные глазки, за ветками
Смотрят в шали пурги огоньки.
И стоят за дубровными сетками,
Словно нечисть лесная, пеньки.

Запугала нас сила нечистая,
Что ни прорубь- везде колдуны.
В злую заморозь в сумерки мглистые
На березках висят галуны.

 

RUS’

1.

Il villaggio è affondato nei botri,
le casucce hanno nascosto i boschi,
si vede solo su monticelli e fosse
come azzurreggiano intorno i cieli.

Urlano nel lungo crepuscolo invernale
minacciosi i lupi dai campi sparuti.
Nella brina che si spegne dei cortili
sotto i tetti sbuffano i cavalli.

Guardano come occhi di civetta dietro i rami
i fuocherelli nello scialle della tormenta.
E stanno dietro le reti di quercia
i ceppi come demoni di bosco.

Ci ha spaventati la forza impura,
per ogni buco ci sono stregoni.
Nel gelo maligno del nebbioso crepuscolo
alle betulle pendono galloni.

 

2.

Но люблю тебя, родина кроткая!
А за что – разгадать не могу.
Весела твоя радость короткая
С громкой песней весной на лугу.

Я люблю над покосной стоянкою
Слушать вечером гуд комаров.
А как гаркнут ребята тальянкою,
Выйдут девки плясать у костров.

Загорятся, как черна смородина,
Угли-очи в подковах бровей,
Ой ты, Русь моя, милая родина,
Сладкий отдых в шелку купырей.

 

2.

Ma ti amo, mia mite contrada!
E per che cosa capire non posso.
Dà lietezza la tua gioia breve
col canto sonoro di primavera pei prati.

Amo ai bivacchi della fienagione
ascoltare di sera il ronzio delle zanzare.
E quando i ragazzi con l’armonica strepitano,
le fanciulle vanno a danzare ai falò.

Ardono gli occhi-carbone come nero ribes
nei ferri di cavallo delle ciglia.
Ohi tu, mia Rus’, cara patria,
è dolce il riposo nella seta dell’angelica. Continua a leggere

Iya Kiva, “la mia casa è in guerra”

Iya Kiva – poeta ucraina

Vi proponiamo oggi due poesie di Iya Kiva, poeta ucraina. La prima si presenta senza titolo nella versione italiana di Valentina Meloni e Alessandro Achilli. La seconda poesia  Anno Domini Ucraina è del 2015. È scritta in russo dalla stessa Iya e è tradotta da Valentina Meloni.

 

вісім років казати: в мене вдома війна
щоб нарешті прийняти: мій дім – це війна
її потяг повільний зі сходу на захід країни
у якому смерть життя перевозить

ніч заходить у землю судомами квітів змарнілих
і лягає в роти нам гнилими зубами мовчання
наша мова тепер – волонтерсько-біженський чат
у якому сирени співають пісень Одісею

наша пам’ять тепер – брудна вишиванка свободи
її довга хода від серця до серця

per otto anni ho continuato a dire: la mia casa è in guerra
per accettare finalmente che la mia casa è la guerra
nel suo lento treno da est a ovest del paese
la morte porta la vita

la notte sta precipitando a terra
con grappoli di fiori appassiti
ed entra con denti marci di silenzio nelle nostre bocche
la nostra lingua ora è una chat tra volontari e rifugiati
in cui le sirene intonano canti a Ulisse

la nostra memoria oramai è la sporca camicia ricamata della libertà
il suo lungo cammino da cuore a cuore

(Traduzione di Valentina Meloni)

otto anni a dire: da me c’è la guerra
per capire finalmente: la mia casa è la guerra
col treno che piano va a ovest da est
con la morte che porta la vita

arriva la notte coi crampi di fiori avvizziti
ci entra in bocca coi denti marci del silenzio
la nostra lingua: una chat di profughi
sirene che cantano a Ulisse

la memoria: oramai uno sporco libero ricamo
che va piano piano da un cuore a un altro cuore

(Traduzione di Alessandro Achilli)

Continua a leggere

Taras Ševčenko, “amata Ucraina”

Taras Ševčenko, Autoritratto

Заповіт

Як умру, то поховайте
Мене на могилі
Серед степу широкого
На Вкраїні милій,
Щоб лани широкополі,
І Дніпро, і кручі Було видно,
було чути, Як реве ревучий.

Як понесе з України
У синєє море
Кров ворожу… отойді я
І лани і гори —
Все покину, і полину
До самого Бога
Молитися… а до того
Я не знаю Бога.

Поховайте та вставайте,
Кайдани порвіте
І вражою злою кров’ю
Волю окропіте.
І мене в сем’ї великій,
В сем’ї вольній, новій,
Не забудьте пом’янути
Незлим тихим словом.

Taras Ševčenko

TESTAMENTO

Quando sarò morto, seppellitemi
In mezzo a un’ampia steppa
Nella mia amata Ucraina,

La scogliera sprofondata nel Dnepr,
Che i miei occhi potevano vedere,
Le mie orecchie sentivano
Il possente fiume ruggire.

Quando l’Ucraina trasporterà
nel mare blu
il sangue del nemico
allora me ne andrò
lascerò queste colline
e questi campi fertili —
li lascerò e salirò a Dio
per pregare… Ma fino a quel giorno
non so nulla di Dio.

Oh seppellitemi, poi alzatevi
Spezzate le pesanti catene
E spargete il sangue dei tiranni
Sulla libertà che avete conquistato.
Nella nuova grande famiglia,
La famiglia dei liberi,
Con parole gentili e tranquille
Ricordatevi anche di me.

(Traduzione dall’inglese di Luigia Sorrentino)

Taras Ševčenko, 25 December 1845, Pereiaslav Continua a leggere

Lesyk Panasiuk, “ogni parola è dolorosa”

Lesyk Panasiuk photo Valentin Kuzan

АБЕТКА ЯК ПАЛАТА ДЛЯ ПОРАНЕНИХ

І

Чуєш цей рух у стовбурах
це мова тече в дерев’яних жилах і буяє пустоцвітом
мова чорна мов земля
чорна мов кров що тягне нас у землю

Червоні пера застрягли в чорнильницях наших ротів
повні крові наче під час бійки
кожне слово завдає болю

Щоб зараз лишитися живими треба мовчати

Сипучі піски мови тягнуть нас на дно

 

ІІ

 

Літери йдуть на війну
складаються в слова які ніхто не хоче вимовляти
речення підриваються на мінах
історії обстрілюють системами залпового вогню

У слово дім влучає снаряд
крізь розбите вікно літери д
можна побачити як літера і втрачає голову
як провалюється дах літери м

Мову під час війни не впізнати
речення такі недолугі
ніхто не хоче помирати
ніхто не хоче говорити

Біля лікарняного ліжка літери й лежить протез
діакритичного знака якого вона соромиться
уже вкотре розходяться шви просвітами літери ф
від кульових поранень на етимологічному фронті
м’який знак втратив язик під час катувань

Палати забиті літерами
що й апострофа не вставиш
відпадає фарба зі стін
осипаються слова незрозумілими покручами
і хто ними буде говорити

Лесик Панасюк

 

ALPHABET AS A WARD FOR WOUNDED 

I

Can you hear these movements inside trunks
that’s language flowing in wooden veins and blossoming with barren flowers
the language is as dark as soil
as dark as blood pulling us into the ground

Red quills got stuck in the inkwells of our mouths
full of blood as if we were fighting
every word is painful

We just need to be quiet to stay alive now

Loose sand of language is taking us down

 

II

 

Letters go to war
form words nobody wants to pronounce
sentences hit landmines
stories are shelled by multiple launch rocket systems

Missile hits word дім
in the broken window of letter д
it’s easy to see how letter і loses her head
how a roof of letter м collapses

It’s hard to recognize the language during wartime
sentences are so awkward
nobody wants to die
nobody wants to speak

Near the hospital bed of letter й lies a prosthesis
of diacritical mark which she is ashamed
once again the seams diverge with the gaps of letter ф
from bullet wounds on the etymological front
soft sign lost his tongue during torture

Wards are full of letters
there’s not even a place for an apostrophe
paint is peeling down from the walls
words are falling away as confusing slang
and who will speak it

(Translated from the Ukrainian into English by the author and Daryna Gladun)

 

ALFABETO COME UN REPARTO PER FERITI

I

Riesci a sentire questi movimenti all’interno dei tronchi
questo è il linguaggio che scorre nelle vene del legno e sboccia in sterili fiori
la lingua è scura come il suolo
scura come il sangue che ci trascina nella terra

Le piume rosse si sono incastrate nei calamai delle nostre bocche
piene di sangue come se stessimo combattendo
ogni parola è dolorosa

Dobbiamo solo stare zitti per rimanere in vita adesso

La sabbia sciolta della lingua ci trascina a fondo

 

II

 

Le lettere vanno in guerra
formano parole che nessuno vuole pronunciare
le frasi innescano mine
le storie sono bombardate da più sistemi di lancio razzi

Un missile colpisce la parola дім (casa)
nella finestra rotta della lettera д (d)
è facile vedere come la lettera i perda la testa
come crolla il tetto della lettera м (m)

È difficile riconoscere la lingua durante un periodo di guerra
le frasi sono così difficili
nessuno vuole morire
nessuno vuole parlare

A fianco al letto d’ospedale della lettera й (i breve) giace una protesi
di segno diacritico di cui si vergogna
ancora una volta le suture divergono dai fori della lettera ф (f)
dalle ferite da proiettile sul fronte etimologico
un segno morbido ha perso la lingua durante la tortura

I reparti sono pieni di lettere
non c’è nemmeno un posto per l’apostrofo
la vernice si sta staccando dalle pareti
le parole stanno scomparendo come un gergo confuso
e chi lo parlerà

(Traduzione dalla versione Inglese di Valentina Meloni) Continua a leggere

La guerra su di noi

Man Ray

I poeti contro il conflitto in Ucraina

di Luigia Sorrentino


Poesie contro la guerra
è l’appello alla pace rivolto ai potenti del mondo. Raccoglie le voci di poeti ucraini e russi contemporanei, ma anche le voci dei loro padri, tra i quali gli ucraini Taras Ševčenko, Jakovyč Franko, Olena Ivanivna Teliha, Paul Celan, e i russi Osip Mandel’štam, Anna Achmatova, Marina Ivanova Cvetaeva, e molti altri, che hanno scritto poesie memorabili dall’esilio o dalla loro patria in guerra.

Man Ray

Il poeta è l’interlocutore più efficace per interpretare il significato più profondo della catastrofe causata dall’insensatezza degli uomini. Nessuno più del poeta può raccontare l’orrore della guerra quando questa coincide con la sua presenza nella Storia.