L’origine come fine: da “Poesie dell’inizio” a “Linea intera, linea spezzata”

Nella foto Milo De Angelis – Arezzo 1985 © Fabio Ciriachi – Tutti i diritti riservati.

di

Fabrizio Fantoni

 

Il volume “Poesie dell’inizio” ( Mondadori 2025) raccoglie 51 componimenti giovanili di Milo De Angelis, scritti tra il 1967 e il 1973, un periodo cruciale per la definizione della sua identità poetica. Questi testi, rimasti a lungo inediti, sono riemersi grazie al ritrovamento di Angelo Lumelli, che li restituì all’autore il 10 novembre 2016, durante un incontro pubblico a Milano organizzato per celebrare i quarant’anni dalla pubblicazione di “Somiglianze”, l’opera d’esordio ufficiale di De Angelis, uscita nel 1976.

Questo libro non è soltanto una raccolta di poesie giovanili, ma un documento di straordinario valore letterario che consente di accedere al laboratorio interiore di un poeta che, già in quegli anni, andava delineando una voce inconfondibile, segnata da una tensione verticale che attraversa ogni verso come una corrente sotterranea. Tale tensione si manifesta in un linguaggio spezzato, ellittico, che rompe la linearità sintattica e metrica per aprire spazi di sospensione e silenzio. In questi interstizi si annida una ricerca esistenziale profonda, un’urgenza di significato che si confronta con l’assenza, con il vuoto, con l’inesprimibile.

Le poesie di “Poesie dell’inizio” anticipano molti dei tratti che diventeranno centrali nella poetica matura di De Angelis. Si assiste a un progressivo distacco dalla tradizione post-montaliana, con il suo culto dell’oggetto-simbolo e delle epifanie del quotidiano, per approdare a una parola che non descrive, ma agisce e diventa strumento di resistenza al nulla che minaccia di inghiottire l’esperienza umana. La poesia, in questa prospettiva, non è un rifugio, ma un campo di battaglia: un luogo in cui la parola si misura con l’assenza di senso, tentando di affermare l’essere laddove tutto sembra dissolversi.

Un verso emblematico, tratto da una delle prime poesie della raccolta, recita: “cercherò le frasi che ti salvano”. In questa dichiarazione si condensa l’intera tensione etica e ontologica della scrittura di De Angelis. La parola poetica diviene, allora, un gesto che tenta di trattenere ciò che sfugge, di salvare ciò che rischia di essere perduto per sempre.

La poesia a pagina 10, in particolare, incarna con forza questa visione.

Dimentichiamoci se viviamo

senza forza

dietro al cavalcavia. Questo rumore

di ruote era di una notte, negli anni

e la fedeltà ci congiunge.

Oh il nostro peso

nel mondo, così

negato… qui,

dove la ruggine segna le stagioni

verso la morte, quest’odio

al fratello fuggito nell’azione

per distribuire salvezza: noi, che non possiamo

nemmeno riceverla.

 

Ogni azione è goliardia

e queste parole lo sono: di vero

c’è solo la paralisi spenta, al buio,

quando i fari ci schiacciano

e negli sguardi il dubbio

di una scelta indimostrabile.

Ma voi non saprete.

Era vietare a ogni gesto

significato: superflui, tra queste lamine

contare nel corpo

i desideri ricacciati. Bisognava decidere

tra ciò che è dato e la sua fine.

Dolori senza uso circondano i cespugli

e più in là, nelle case, sprecate

avventure terrestri finiscono

irripetibili: erano apparse. E anche

una fedeltà, qui, implacabile

è nulla.

 

Il testo si presenta come un grido lacerante che squarcia l’opacità dell’esistenza. Ogni verso è attraversato da una tensione irrisolta tra il desiderio di senso e la sua sistematica negazione. Il mondo che vi si delinea è un luogo in cui il significato è stato bandito, in cui “era vietare a ogni gesto significato”: l’essere umano è ridotto a un corpo muto, costretto a “contare nel corpo i desideri ricacciati”, come se la carne fosse l’ultimo rifugio di ciò che non può più essere detto. Il nulla, in questo contesto, non è un concetto astratto, ma una realtà concreta, tangibile, che si manifesta nei “dolori senza uso”, nelle “avventure terrestri” consumate e dimenticate, in una “fedeltà” che si rivela essere “nulla”.

In questo scenario, la parola poetica non ha più una funzione consolatoria o redentrice: non salva nel senso tradizionale del termine. Al contrario, essa si configura come un atto di resistenza, un modo per abitare il silenzio e renderlo udibile. In questo senso, la poesia di De Angelis si avvicina alla lezione di Paul Celan: la parola è ciò che resta quando tutto è crollato, un “respiro” che sopravvive al naufragio, un frammento di senso che si ostina a esistere nel cuore del disastro.

Eppure, proprio in questa esposizione radicale al nulla, la poesia trova una sua verità. Non si tratta di una verità rivelata, ma di una fedeltà all’esperienza, anche quando essa è “sprecata”, “irripetibile”, “implacabile”. La parola non salva dal nulla, ma nel nulla: è un gesto che, pur consapevole della propria impotenza, continua a dire, a nominare, a contare. In questo atto ostinato e fragile risiede la forza della poesia di De Angelis: nella sua capacità di restare fedele all’umano, anche quando l’umano sembra dissolversi. Di cercare, ancora e sempre, quelle frasi che possono salvare, anche se non salvano.

 

La verticalità che attraversava i versi giovanili di Milo De Angelis — quella tensione che cercava di bucare la superficie del reale per attingere a una verità più profonda — ritorna con eguale intensità nell’ultimo libro dell’autore, “Linea intera, linea spezzata” (Mondadori 2021).

Non si tratta di una semplice eco stilistica, ma della manifestazione di una coerenza poetica che attraversa l’intera opera di De Angelis, come un filo teso tra l’inizio e la fine, tra l’urgenza della giovinezza e la consapevolezza della maturità.

È possibile, anzi necessario, tracciare un arco che unisca le “Poesie dell’inizio” con le composizioni più recenti. Questo arco non è solo tematico, ma anche strutturale e tonale: la voce poetica, pur evolvendosi, mantiene intatta la sua tensione originaria, la sua fedeltà a un’esperienza radicale dell’esistenza. Un esempio emblematico di questa continuità si trova nella poesia “L’ora inestesa”, che approfondisce, e porta a compimento la visione della giovinezza. Continua a leggere

Centenario della nascita di Giorgio Manganelli

Giorgio Manganelli narratore, critico, giornalista, saggista. Demistificatore, visionario. Mai solo ed esclusivamente scrittore. Scrittore della scrittura. Scrittore della menzogna della letteratura. «Buffone», come ogni scrittore che sceglie «in primo luogo di essere inutile».
Nato a Milano nel 1922, quello di Manganelli, scomparso a Roma nel 1990, fu come un «ricatto dalle parole», come egli stesso lo definì in Laboriose inezie (1986), un’immersione completa nella letteratura, un mondo di segni costruito come un gioco geometrico di ripetizioni. Un entretien erudito, un io autobiografico mentre si costruisce e distrugge nelle combinazioni. Quasi a scrivere sempre lo stesso libro, fin dal 1964, anno in cui uscì nella collana I narratori di Feltrinelli la sua prima opera, Hilarotragoedia. Dalla gestazione complessa, come la storia delle sue numerose edizioni: in origine un piccolo quaderno di appunti su volere dello psicoanalista Ernst Bernhard, poi due edizioni per Feltrinelli e in ultimo la ristampa per Adelphi nel 1987.

Giorgio Manganelli

Libro e non romanzo, “trattatello” e non storia, come era nello spirito delle tesi del Gruppo 63 a cui Manganelli partecipò, dove il romanzo provocava “ripugnanza” e “fastidio”.

Cos’è dunque questa prima opera che segnò l’esordio letterario di un uomo di 40 anni? In qualche modo un’autobiografia, un viaggio negli inferi per la «natura discenditiva» dell’uomo, per l’eredità «sciamanica» della letteratura che ha a che fare con gli spiriti, con l’Ade — «Dall’infima cima sporgiti, abbandónati al tuo precipizio. Sii fedele alla tua discesa, homo. Amico». Da un’origine sicuramente psicologica, il materiale di quest’opera risale agli anni milanesi dal 1947 al 1949, anni in cui Manganelli, come Alda Merini, conobbe la “tragedia” della malattia mentale e della follia.

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Per Carlo Bordini

CONFRONTO TRA SCRITTORI E CRITICI SULLA SUA OPERA

L’incontro è ospitato dalla libreria ELI (Esperienze Libri Idee) il 13 febbraio alle ore 18,00.  Si potrà seguire in diretta sulla pagina Facebook: https://www.facebook.com/libreriaeliroma

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AUTUNNO

Quando la fantasia
 scopre l’invenzione di se stessa
 si stanca
 di inventare la realtà
 non esistono le ore, non esistono i giorni, l’esistenza e la vita si
 confondono.

È questo il paradiso? O l’autunno?
 l’inverno precede dunque l’autunno? È questa la cabala?
 così come la guerra precede la pace.
 l’acqua è acqua di pozzo, molli onde, concentriche.

Ciò che richiama il tuo incerto sorriso. Un ricordo oltre i mari, oltre
 le colonne di sole. Le foglie girano e riportano indietro.

tu non immagini di vivere in un castello incantato, e
 di svegliarti dopo trent’anni, credendo di aver dormito
 dieci minuti

forse sono le ragnatele ad aver dormito, o forse abbia-
 mo dormito entrambi. abbandonai
 nei tuoi terrori i miei. l’autunno
 è appena iniziato.

Carlo Bordini

Carlo Bordini

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Fabio Ciriachi, “Una grigia e sottile pioggia obliqua”

Fabio Ciriachi, credits ph Dino Ignani

DI FABIO CIRIACHI

 

 

Ho visto il segreto della scrittura! L’ho visto a forza di leggere e leggere nonostante gli equivoci che la cosa comporta, l’ho visto dopo aver perso tempo a cercare il dettaglio sbagliato nel posto sbagliato, ad amare forme deformanti, a pretendere la risposta quando mancava la domanda. L’ho visto mentre seguivo argomenti tutti in apparenza buoni, e invece tutti prossimi a concludersi nel nulla; stelle spente che non curavo neanche con un minimo di funerea pietà.

Averlo visto è stato destabilizzante. Mi ha spinto a chiedermi, addirittura, se non fosse meglio la miopia; soprattutto davanti a cose simili a quella appena vista. Da miopi, si possono utilizzare cartografie di facile uso; i luoghi dove giudicare e essere giudicati non mancano e sono sempre molto frequentati, ci sono giochi condivisi, ruoli un po’ egemoni e un po’ gregari, niente di particolare, quanto basta per avere voce in capitolo in qualche singolo capitolo, e per non averne in quell’opera dove tutti i capitoli sono occupati da altre voci che però, dopo aver detto la loro, lasciano il posto a chi vuole dire la sua, e si può tornare a fare una nuova lettura dell’opera o di qualche suo capitolo che magari includa nuove sfumature di senso, campi di vocalizzi anche incolti dove di sera sia possibile sentir risuonare domande non proprio capitali ma capaci di suscitare un certo interesse, tipo quanto umanesimo c’è (o c’era) nel futurismo? E altre che non dico, tanto è lo stupore per quello che ho visto, inimmaginabile fino a qualche ora fa quando, dal letto, guardavo con un po’ di magone il giorno scolorire contornato dal rettangolo della porta-finestra spalancata. Poi, senza neanche dover riprendere in mano il libro, ma solo rimuginando intorno a qualcosa appena letta, improvvisamente ho visto. Continua a leggere

Fabio Ciriachi

 

fabio_ciriachi(Fabio Ciriachi, fotografato da Dino Ignani)

Da un’idea di Luigia Sorrentino
A cura di Fabrizio Fantoni
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Autoritratto, di Fabio Ciriachi

Sono una persona stanca. La maschera comincia a cedere, le fessure si allargano, l’identità sta per mostrarsi, e questo non è un bene. (“Persona”, dall’etrusco phersu, maschera. “Maschera”, dal preindeuropeo masca, strega. “Strega”, variante popolare del greco strix, uccello notturno… non c’è scampo nell’etimologia). Al buio, il mio sbattere d’ali stenta, perde il volo. Non esistono più sonno e veglia, sogno e realtà, finzione e finzioni. C’è un lento ripassare le immagini predilette, un sereno carezzarle con gli occhi di dentro. Continua a leggere

Fabio Ciriachi, "Uomini che si voltano"

 
uominiA Roma, sabato 13 dicembre 2014, presentazione del romanzo di Fabio CiriachiUomini che si voltano” (Coazinzola Press, 2014). Intervengono all’appuntamento presso Empiria (Via Baccina, 79), Massimo Barone e l’autore.
SINOSSI
Un lungo viaggio nella storia degli ultimi decenni attraverso le avventure di Diego, Harry, Silvia, il Maestro, Paola,  Ivan, la regina, che furono giovani sul finire degli anni Sessanta e scelsero modi non convenzionali per affrontare una realtà che sempre più si mostrava contraria alle utopie. Sfumati i confini tra fallimento e riuscita le loro esistenze, come fossero le “risultanti” di forze contrapposte e nemiche, incedono nella Storia eccentriche e sofferte declinando amore, figli, lavori improbabili dove ciò che resta della “fantasia al potere” assume le caratteristiche di una capacità di sopravvivenza cui non fanno difetto lati tragicomici. L’uso abile del registro meta-letterario e la continua alternanza dei punti di vista – per cui i testimoni a volte raccontano dicendo “io”, a volte attraverso le più ampie possibilità del “narratore onnisciente” –  danno alla formula insolita del “romanzo a racconti” un carattere polifonico che trova sempre, sia nel picaresco che nel drammatico, la voce più giusta per arrivare alle orecchie e all’intelligenza emotiva del lettore. Continua a leggere

Fabio Ciriachi, “Le condizioni della luce”

Letture

di Andrea Carraro

Consiglio caldamente “Le condizioni della luce” (Gaffi), nuovo romanzo dello scrittore-poeta Fabio Ciriachi, per parecchi motivi. Anzitutto perché è uno dei pochissimi romanzi italiani che racconta in modo onesto e affidabile un periodo della nostra storia nazionale sovraesposto nell’immaginario collettivo ma poco o male rappresentato sia nella nostra narrativa che nel cinema: e cioè gli anni 70 (e i primi anni 80) con i suoi ideali palingenetici, con le sue derive terroristiche, con i soprassalti repressivi del potere, con le sue utopie collettive così recisamente contraddetti dai decenni successivi. Ciriachi in questo libro fa insomma i conti con la nostra storia, in uno dei momenti topici del secolo scorso, mettendo in scena dei personaggi che non sono proiezioni ideologiche dello scrittore, o macchiette da commedia, ma delle figure reali, antropologicamente e psicologicamente e socialmente credibili. Proprio come ne “L’eroe del giorno” (precedente romanzo di Ciriachi), “La Storia, quella con la s maiuscola”, non è mai una presenza didascalica e ornamentale. ma reagisce con l’esperienza dei personaggi influenzandone anche pesantemente scelte e motivazioni. Continua a leggere

Fabio Ciriachi, “Le condizioni della luce”

Letture
Le condizioni della luce, di Fabio Ciriachi (Gaffi, 2013)

Estratto dal libro:
Durante l’esilio aretino – come ormai chiama i cinque anni di fuga da Roma e dalla professione – quando temeva di aver perso troppo tempo e troppe occasioni per sperare ancora in una ripresa, fantasticava sui salti di gioia con cui avrebbe festeggiato il successo riparatore. Ma poi la vita aveva preso strade impreviste, la fatica e la cura necessarie al lavoro s’erano rimboccate le maniche, e il tempo aveva abbracciato il tempo convertendo le lontane fantasie giovanili nella pacatezza dei suoi cinquantasette anni; esposti all’ansia, sì, ma non al fuori misura dei facili entusiasmi.
Tutto questo processo, di cui solo ora Alda abbraccia l’intero sviluppo, le sembra così conseguente e plausibile che quasi ne dubita, come di un pregiudizio. Forse la felicità può essere solo precoce, tempestiva, o comunque tanto sfuggente che poi, passato il suo momento, decade, si trasforma. Magari in nostalgia, o in un’ombra di desiderio, o anche soltanto in idea fissa che monta e monta fino a somigliare a un dovere, a un mito, a una fede. Continua a leggere

Presentazione a Roma dell’ultimo libro di Paola Febbraro

Appuntamento

Il 9 gennaio 2013 alle 18:00, presentazione dell’ultimo libro di PAOLA FEBBRARO STELLEZZE – Ed. Lietocolle

Brunella Antomarini, Daniela Attanasio, Patrizia Benni, Marco Caporali, Fabio Ciriachi, Cristina Delogu, Annamaria Farabbi, Gustavo Frigerio, Paolo Morelli, Franca Rovigatti, Alessandra Vanzi, presentano l’ultimo libro di Paola Febbraro, Stellezze, Ed. Lietocolle.

Via Baccina, 79
Roma