Rito sonoro a Otranto di Mariangela Gualtieri

martedì 21 giugno, alle 8 di mattina, Libreria Anima Mundi a Otranto.

Fraternità solare
Rito sonoro di e con Mariangela Gualtieri
con la guida di Cesare Ronconi
Produzione Teatro Valdoca

*
Improvviserò, fra i molti versi che ho a memoria, lasciandomi ispirare dal mare, dalla incredibile città e dai suoi morti, dai suoi vivi di ogni genere e specie, dal cielo, dai molti echi che arrivano dal passato. In una fraternità solare che ci tenga vicini, innamorati e ben desti.

Mariangela Gualtieri

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L’eterno femminile nella poesia di Alberto Bevilacqua

Alberto Bevilacqua

Nota critica di Gisella Blanco

Dalle Poesie di una vita è possibile trarre il lungo racconto di quel “manoscritto indecifrabile” che è l’umana esistenza. D’altronde, “il sapere non è che una grafia/con cui ciascuno nasconde ciò che sa”. In Piccole questioni di eternità (Einaudi 2002), opera riassuntiva contenente anche alcuni testi rivisitati, Alberto Bevilacqua esprime, sin dal titolo, una delle sue molte, luminose vocazioni: “La bellezza non è del creato/ma di chi ne muta l’incanto”.

La raccolta mostra, a cominciare dai primi testi, un andamento narrativo che attinge dalla brillante esperienza di romanziere, nonché da quella di regista e sceneggiatore, dell’autore di Parma, nato nella fervida cittadina emiliana ma poi trasferitosi a Roma, come fecero i più anziani Attilio Bertolucci, Giorgio Bassani e Pier Paolo Pasolini.

Lo stesso Pasolini definisce, con una formula apparentemente criptica, il Bevilacqua degli esordi come “irrelato fantasma idillico[1]”, riferendosi, forse, a quell’interlocuzione astratta e segretamente colloquiale che caratterizza le sue poesie, perfino quelle più auto-diegetiche.

Gli influssi della tradizione letteraria e di quella cinematografica italiana, propense all’arte dell’alludere senza dire (che si tratti, riguardo alla scrittura, di una vera e propria aposiopesi o di una narratività eloquente nell’uso della reticenza, come nel caso di Bevilacqua), pur senza evidenti epigonismi hanno certamente influenzato lo stile poetico dell’autore parmigiano.

L’opera svolge un “tuffo/negli abissi quotidiani” attraverso un linguaggio talvolta piano (che ricorda le dolci altalene lessematiche del Canto alla durata[2] handkeiano), talaltra più acrobatico nel lessico e nella costruzione filosofico-gnoseologica: “sia ciò che dev’essere: un vocativo/d’avventura, ma l’avventura impossibile/- proiezione desertica del Muro/la sua/ombra proiettata all’indietro/di voci, cose, qualche eco futuro”.

Alcuni titoli sembrano imporre una tensione ludica, accostabile al divertissement, a testi altrimenti intrisi di un’ironica nostalgia, ben percepibile nell’incontro tra la dimensione prosodica e quella semantica.

Il topos erotico si svolge per brevi scorci narrativi, e a volte perfino volutamente affabulatori, che accedono a un’enfasi immaginifica capace di travalicare il dato oggettivo e trasfigurarlo in categorie psico-antropologiche intrise di un acceso intimismo: “…allora, non trovando la lampada, non potrò/sapere se sono vivo/a tentoni appoggiando l’orecchio al tuo cuore/a qualche tua aritmia/non sarò più uno/che si ascolta sulle tue pareti della mia prigione”.

Tra i versi, si compie una personificazione oggettuale, come se l’oggetto diventasse un alter ego dell’io, soggettivizzato ma non ancora umano, che si presenta univoco ma in perenne confronto con l’alterità: “i treni che vanno coi miei anni/amanti miei che già/mi hanno dimenticato come una loro avventura”.

Perfino un indesiderato commiato può far parte di quelle minime questioni inerenti all’enormità eternale che permea il vivere quotidiano: “l’essere/infelici con poco” è un talento inviso e stupefacente che affiora nel distacco dal sé, perpetrato nell’addio.

C’è, poi, un afflato goliardico che viene liricizzato attraverso un lessico proposto, in alcuni casi, in chiave gergale o dialettale, e che trasfonde l’elemento carnale in quello emotivo, pur rimanendo lontano dalla mistica e dai moralismi più assertivi.

Le soluzioni esistenziali si possono rintracciare in una visione panica dell’universo, osservato come organismo autonomamente funzionante in cui l’individuo è un ingranaggio necessario nell’interconnessione degli elementi naturali: “che smetta il mondo/la trovi/lui la soluzione”.

L’atto amoroso, interpretato sulla scia della tradizione romantica come metamorfosi dell’amato nell’amante (si pensi alla suprema voluttà abbandonico-trasfigurale del wagneriano Tristan und Isolde, e all’ontologia sessualizzata, la “Sessistenza”[3], di cui ha scritto Nancy), diventa origine e archetipo dell’io che smarrisce sé stesso per ritrovarsi nell’altro: “mia cara perdita dei contorni/di me”.

L’eternità di Bevilacqua è una ricostruzione storicizzata di piccoli anfratti terreni e memoriali che infrange la regola dell’assoluto come dimensione postuma ed extraumana, e si può intercettare nelle scintille dell’intuito, tutta disseminata nella relazione tra le cose comuni e le personali normali.

Alla madre, figura ricorrente nell’opera, è dedicata una preghiera laica, bonariamente sacrilega nella descrizione del sembiante carnale. E’ proprio nel corpo materno che si incontrano il mito dell’origine e l’ossessione della malattia che funge da cupo vaticinio dell’abisso esistenziale. Bevilacqua riesce a esprimere l’indicibile con una tenerezza recondita che lo rende ampiamente accettabile, quasi familiare: “mi guardi invecchiare/senza capire il mistero:/sono tutte le voglie/da anni taciute nel tuo utero”.

La filialità non si perde con l’età adulta, anzi rappresenta un continuo, velleitario ritorno a una genesi strappata alla purezza e restituita all’impudicizia della vita.

Si tratta, al di là dei rimandi filosofici, di una poesia d’esperienza diretta e indiretta, che ripercorre, in chiave letteraria, ricorrenze di vita (come l’internamento materno nell’ospedale psichiatrico), fatti di cronaca, ricordi e situazioni concrete. Anche i luoghi (Parma, il Po, le ambientazioni padane) partecipano di una correlazione oggettiva adoperata come espediente d’analisi di un panorama etico e psicologico che supera la dimensione meramente empirica – anche e soprattutto – nei tratti di maggiore dettaglio realistico.

L’atto memoriale, consustanziale al poeta, è la seconda intonazione di una voce sola, di un monologo duale che riconsidera in chiave storica il tempo dell’esperienza e, al contempo, lo travasa nel tempo emotivo: “ci siamo sbagliati a disperare di noi,/siamo perfetti/nel duetto per voce sola”. Continua a leggere

Isacco Turina, “Non come luce”

Isacco Turina

Dimmi il fiore che porti nello stomaco
che porti nella mente.
Fiore scuro di paura
fiore giallo dello sforzo
fiore bianco dell’attesa.
Dimmi l’insetto che ti ronza intorno
la cicala che stride nell’orecchio
la sapienza del ragno che ti abita.
La forma che tu vedi è una follia:
sotto la giusta ombra intimamente
si muovono i giardini inconsapevoli.

*

Da una bocca qualunque ascolteremo
la frase che ci annienta per bellezza
o crudeltà e porteremo sempre
in noi come una vecchia sentenza
che rilascia nel tempo la condanna.
Cibarsi d’ombre fino a quando
sia luce tutto intorno
è ancora il congedo più bello.

*

Dopo tutto

Verdi catastrofi lontane,
vi guardiamo da dietro l’orizzonte.
Quando il dente è penetrato
siamo passati su un ponte sottile.
Barche infinite attendono
per navigare la penombra.
Con un colpo di remo gli equipaggi
si staccano da riva.
Nella cisterna ovale del tempo
rimbombano le gocce, rare
come parole berbere.
E del tempo più nulla sappiamo.

Nel presente

1. Censimento

La storia è un’acqua ogni anno più sporca.
Dei molti che morirono stanotte
rimangono le immagini scattate
in un giorno qualunque.
Riassumi la tua vita in poche frasi.

«Ho preso ordini da un libro sacro.
Ora li prendo dalla mia automobile.
Quando ne ho voglia pago un’altra donna
per farmi sculacciare e insultare.
Non ho tempo di capire».

«Quando gli organi impazziscono
un uomo mi accompagna in ospedale,
mi descrive la luna nelle attese.
Splendida vita, dondolavi
dai rami e sapevi di bucato.
La mano di un estraneo ti ha raccolta».

Abraham Yehoshua, una conversazione inedita

Abraham Yehoshua, foto ANSA

Questa intervista è stata scritta nel novembre 2021, dopo una conversazione telefonica con Abraham Yehoshua. Pubblichiamo in sua memoria, ricordando la disponibilità e la generosità dello scrittore israeliano.

 

di Alberto Fraccacreta

Abraham Yehoshua preferisce le interviste al telefono. Non è attratto dal freddo scambio di email: alla richiesta di un colloquio sul suo ultimo romanzo, La figlia unica (traduzione di Alessandra Shomroni, Einaudi, pp. 168, euro 18) – in realtà, una “novella”, come lui stesso ama dire in italiano –, risponde telematicamente con uno spartano ma caloroso “Call me”.

Questo magnifico senso di accoglienza si avverte persino al primo schiocco della sua voce roca e stentorea, gravata dalla malattia, dai quasi ottantacinque anni. Voce pur tuttavia avvolgente, indomabile.

“Vieni a trovarmi ad Haifa: penso che non potrò viaggiare mai più”.

Yehoshua, per amici e ammiratori Buli, con consapevole malinconia tesse l’elogio del nostro paese, raccontando come abbia deciso di ambientare la sua tredicesima opera narrativa in Italia. “Figlia unica” è infatti la dodicenne Rachele Luzzatto, “con i capelli ricci e gli occhi luminosi”, frutto perspicace di un matrimonio tra ebrei e cattolici.

I docenti della sua scuola, aderente allo “spirito candido e umanitario di Edmondo De Amicis”, le propongono il ruolo di Maria nella recita natalizia, ma il babbo impone un veto: è qui che sorge in Rachele il dissidio identitario, ondeggiante tra cristianesimo e tradizioni ebraiche (come il Bat Mitzvah, l’età della responsabilità religiosa a cui la ragazza è chiamata).

Devo dire che negli ultimi anni – rivela lo scrittore gerosolimitano –, e non solo negli ultimi anni, il mio rapporto con l’Italia riguardo alla letteratura, e non solo la letteratura, è stato molto, molto intenso. L’ho girata tantissime volte per promuovere i miei libri.

L’Italia è diventato il paese più vicino e attento alla diffusione delle mie opere. È stato organizzato persino un convegno, un simposio sui miei romanzi. Ho conosciuto parecchie persone che avevano una certa confidenza con i miei libri, anche nel giudicarli. Quindi è stato abbastanza naturale provare a immaginare una trama ‘italiana’.

Ad ogni modo, sono felice del lavoro che ho svolto in questa novella. Ho cercato di scoprire quali relazioni ci siano tra gli ebrei e i cattolici che vivono in Italia”.

Sono relazioni abbastanza aggrovigliate. Il nonno materno di Rachele è un cattolico fervente, mentre la nonna è atea. Dalla parte del padre avvocato – al quale sarà poi diagnosticato un tumore al cervello – prevalgono i valori ebraici.

L’interrogativo posto da Yehoshua è centrato sul dialogo fra realtà differenti, ognuna descritta secondo una visione del mondo a prima vista in collisione con l’altra. Non siamo lontani dall’intreccio polifonico che Michail Bachtin ha notato in Dostoevskij.

Può darsi. Bachtin si riferiva però a un plot particolare di Dostoevskij e, in quel caso, la vicenda era collocata in una società completamente diversa. “

La figlia unica”, come dicevo, tratta sostanzialmente dei rapporti interpersonali che uniscono gli ebrei in Italia agli ebrei in Israele. Sì, perché la novella che sto scrivendo ora è un prosieguo della vita di Rachele, la quale finalmente approda e si stabilisce in Israele. Tale circostanza è basata almeno inizialmente su una storia vera. La storia di una donna di origine italiana di 40-43 anni che ha scritto una tesi di dottorato sulla ricezione critica dei miei romanzi nel vostro paese.

Ebbene, la tesi poneva una questione precisa: perché in Italia il mio lavoro è così tanto diffuso? In nessun altro luogo la mia opera ha un successo e un riscontro così ampio: perché in Italia, e non in Francia e non in Inghilterra?

Tempo addietro, la comunità ebraica in Italia era piccola e le prime pubblicazioni mie, di David Grossman, di Amos Oz e di altri scrittori israeliani non hanno avuto grande circolazione nel mondo editoriale. A partire dagli anni Ottanta, il nostro patriottismo e, al contempo, la critica rivolta alla politica del nostro paese, cioè l’aver sostenuto la soluzione dei due stati, hanno reso possibile la lenta accettazione della nostra opera e l’inserimento nel quadro della letteratura. E comunque, la giovane studiosa era venuta qui ad Haifa per intervistarmi, ma le domande le ho fatte io a lei”. Continua a leggere

Andrea Galgano, poesie della terra di Lucania

Andrea Galgano

Andrea Galgano in “41esimo Parallelo Nord” – Poesie delle Terre di Lucania – (Editrice Universo sud, 2022) mette in luce voci di poeti e scrittori nati in una faglia di terra denominata Lucania, la Basilicata. Voci nutrite dal suo particolarissimo “genio” come evidenzia Davide Rondoni nella quarta di copertina.

Vi proponiamo un estratto dal libro, nel quale troveremo, con recensioni e poesie sparse di Galgano,  immagini-opere di Irene Battaglini.

*
Sei tu
oltre i balconi incolti
e il pirastro dei grani

inviolata
come mani giunte
nella dolce tenebra di ardesia

e il tuo corpo – ombra di bocca –
dove solo il bacio apre il velo dei cieli
sul basilico degli usci
e la rubata aria delle finestre.

**

Vento chiaro (Austro)

 

La plenaria dei greti
è foschia barbara
sulle tue foci di veranda

i tuoi rosati di giugno
perdono il silenzio delle porte
come gocce stordite

scarmigliano
l’austro campanile
e sgretolano penetrali di nuvole

nella chiusa delle lune
il bianco dell’anima
è finalmente nitido.

 

Nebule diamante
(scrivendo di Beppe Salvia)

 

La schiena dei litorali
ha nebule diamante
scogli e cicale
prima delle spighe

il timo buio
vela nocciole alle frasche

dove nascono i glicini
abita il tuo fondale
di vele gemelle
e il cedro cielo degli acini

i tuoi rilievi hanno frescure
di baci australi
volgono al regno
bendato delle navi

qui una verde fenice
spoglia le pupille
e le rive falbe

la sera mulatta
tinge i gelsomini
e i vimini sui petali
delle nostre barche marezzate.

(Andrea Galgano)

Beppe Salvia: la “privazione dell’assenza”

di Andrea Galgano

Andrea Zanzotto, a proposito della poesia sofferta, e quindi teneramente viva, di Beppe Salvia, scomparso nel 1985, scrive: «La sua poesia, che ha una luce di giovinezza e di alba e nello stesso tempo qualcosa appunto di terribilmente teso verso lontananze imprendibili, lascia una parola lacerata fra gli uomini e la volontà di riprendere contatto con il “cuore”del mondo».

L’elemento centrale della sua poesia è l’assenza o meglio la privazione del tempo lacerato, che recupera il contatto con il mondo e che si approfondisce fino alla percezione di una fragile inconsistenza, lontana dalle persone e dalle cose. In una tensione vagabonda e luminosa verso l’infinito e attraverso il respiro di una pienezza, egli afferma e vive la bellezza delle sue sillabe:

«Abbiamo nel cuore un solitario / amore, nostra vita infinita, / e negli occhi il cielo per nostro vario / cammino. Le spiagge i cieli, la riva / su cui sassi e rovi e il solitario / equisèto, e colli erbosi grassi / rioni, città dispiegate come / belle bandiere, e nude prigioni. / Questa è la nostra vita. Questi nostri / volti vagabondi come musi / di cani ci somigliano. Il vento / il sole le corolle rosse e blu, / i sogni mai sognati i nostri sogni / Questa è la nostra vita e nulla più».

Il cuore dell’uomo è il desiderio di felicità, compimento totale e permanente dei desideri costitutivi, delle esigenze dellapropria umanità. L’irresolutezza che dilaga nel perimetro del nostro essere fa i conti con questa promessa, perché «d’umane ammende è colma sfera ogni speranza».

L’occorrenza continua nel suo verso limpido e sospeso, come oggetto nell’anima, come sacro lavacro di un tempo che non riesce a trovare compimento, isolato nella reclusione del respiro lirico, sacrifica la propria soggettività, come «l’anima già mi sfrangia / una lesta vecchiaia / eterna gioventù / d’aver più note le cose / e me scomparso»: «Non ha più limite la mia pazienza. / Non ho pazienza più per niente, niente / più rimane della nostra fortuna».

Una poesia intensa, umbratile e vibrante che frequenta i bersagli dell’essere e l’intimità del passo svelto delle cose, nelle parole che provengono da lontano e lontano si spingono fino alla nudità del cuore, al suono del battito delle corde tese: «non v’era nulla nel mio cuore è vero, / ma quest’aspra materia s’avea le sue / parole, e io le ho dette tutte o / anche le ho taciute».

L’appartenenza alla chiarità della sua visione è la gemma di un raggiungimento, di un disarmo di nudità povera, di un racconto di esperienza che induce alla spoliazione di sé.

È quel che possiede come sgomento: «C’è chi, al contrario di me, non dispera, / che con salute e forza e virtù e buona / fortuna, si arrivi a morire dopo / tanti bei giorni, pieni di tantissime / cose di questo mondo o di un altro mondo; / e dopo tanti giorni e quella gioia soltanto / povera dei giorni […]». O in Ultimi versi, dove scrive: «di lume bianco oram’assembra lieta / e povera e lieve questa mia / terra dei morti dove all’alzata ormai / dei giorni io nascondo […]».

La distanza dalle cose, pur apparentemente incolmabile, non è gergo di un ritiro dalla vita, ma momento di un’aspettativa accorata, nella proiezione del desiderio tra sperdimenti di luci, vicine e lontane, mai spente e vivide nel loro formarsi.

Già nella sua raccolta Estate, le liriche nascono in un’accorata elegia nostalgica, un punto vero di fuga in cui trovare la vera dimensione di equilibrio tra passato e presente, esterno e interno, inerzia e divenire. Il luogo poetico, rattrappito nel suo farsi e disfarsi, inizialmente immobile tende pian piano al movimento aperto del mondo, in un unico momento di esperienza stupita che oltrepassa la frantumazione e lo spargimento, pur senza frequentare l’oltre: «M’innamoro di cose lontane e vicine, / lavoro e sono rispettato, infine / anch’io ho trovato un leggero confine, / a questo mondo che non si può fuggire. / Forse scopriranno una nuova legge universale, e altre cose e uomini impareremo ad amare» ,o ancora: «distanti i suoni e, / remota ogni vaghezza delle voci / giù nella via».

Ed ecco che l’io appare insolitamente chiuso e mai ridotto, fervido d’amore protettivo per sé e per la propria identità, in un momento centellinato e ricolmo di slancio.

Irene Battaglini scrive: «La placida e paziente ansia di Beppe Salvia è fiore che sboccia in pochi istanti e cristallizza come prisma immobile da cui luce non passa. La luce diffonde e rimbalza affondando tra le persiane come in una natura morta – ma non ancora del tutto – di Morandi. E così che Beppe Salvia si va riempiendo di una vita sorda alla gioia e muta al dolore, in una via di lutto che affonda le radici in una terra grezza e gravida di parola».

Appare l’eco leopardiana in queste stanze, dove la lontananza esprime il suo canto naturale e si riverbera nella sceltalessicale e versificatoria di una «misura lieta», accostata anche all’epigramma. Le immagini sembrano convergere nella loro atmosfera rarefatta di «cieli quieti di pensieri chiari», in quadro allitterante, nominale e immoto.

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Lia Rumma dona la sua collezione al Museo di Capodimonte

Lia e Marcello Rumma, 1961

Lia Rumma, la più importante gallerista italiana, dona al Museo di Capodimonte  una parte consistente della sua collezione: una selezione di oltre 70 opere di artisti italiani, dagli anni Sessanta, con un focus sull’Arte Povera.

Tra gli artisti in collezione: Vincenzo Agnetti, Giovanni Anselmo, Carlo Alfano, Agostino Bonalumi, Enrico Castellani, Mario Ceroli, Dadamaino, Gino De Dominicis, Giuseppe Desiato, Luciano Fabro, Piero Gilardi, Giorgio Griffa, Paolo Icaro, Mimmo Jodice, Jannis Kounellis, Maria Lai, Carmine Limatola, Pietro Lista, Francesco Matarrese, Mario Merz, Marisa Merz, Aldo Mondino, Ugo Mulas, Luigi Ontani, Giulio Paolini, Pino Pascali, Gianni Piacentino, Michelangelo Pistoletto, Gianni Ruffi, Ettore Spalletti, Giulio Turcato, Gilberto Zorio.

La collezione “Lia e Marcello Rumma” sarà allestita come raccolta permanente nella Palazzina dei Principi, elegante edificio nel Real Bosco di Capodimonte, fondato dai Carmignano marchesi di Acquaviva prima del Palazzo reale, situato davanti alla facciata principale della Reggia.

La raccolta si aggiunge alla sezione d’arte contemporanea con oltre 160 opere già musealizzate,  che rende il Museo di Capodimonte l’unico in Italia a conservare e esporre l’arte dal XIII secolo a oggi, con raccolte eccezionali tra le quali quella Farnese.

L’annuncio verrò dato martedì 21 giugno 2022 alle 11:00 presso la Stufa dei Fiori – Tisaneria annessa alla Palazzina dei Principi, dal Ministro della Cultura Dario Franceschini, da Lia Rumma e dal Direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte Sylvain Bellenger.

La collezione Lia e Marcello Rumma

La donazione comprende oltre 70 opere, tra dipinti, sculture, fotografie e lavori su carta e documenta la pratica di una trentina di artisti italiani, la cui ricerca ha avuto un riscontro internazionale.

Un focus è inoltre dedicato all’Arte Povera – definizione coniata nel 1967 dal critico Germano Celant – e di altri artisti riferiti alla medesima scena, la cui ricerca individuale si è sviluppata accanto ai movimenti radicali di quegli stessi anni.

L’insieme copre un arco di tempo che va dal 1965 agli anni Duemila. Continua a leggere

Stefano Carrai, da “Equinozio”

Stefano Carrai, Castelnuovo Rangone, Poesia Festival,  2019

Proteo

Non ho saputo mai
essere uomo a una dimensione

mi sono costruito una coscienza
con materiali spuri
una coscienza
ammetto
un po’ da trovarobe
ma molto
molto più
coriacea della mia faccia di bronzo

non mi è piaciuta ma l’idea di essere
una cosa sola
fin da ragazzo
quando ascoltavo i dischi
ero chitarra
piano
batteria
sax in combo
in quartetto viola…

*

Ulisse

Vorresti liberarti
ora
virare

di bordo
invertire la rotta e cedere
al canto di sirena

ma i lacci sono stretti
e nessuno che possa darti aiuto

ora vola sull’onda la polena.

*

Epigrafe per l’auriga di Mozia

              a Nino De Vita

 

Il mio vivo modello
tenne bene le redini
gareggio perse vinse
invecchiò si ammalò
morì e fu sepolto.

Chiuso nel mio minuscolo
museo io aspetto
le ciurme di curiosi
immobile nel gesto
di reggere il mio carro.

Ma potesse qualcuno
infondermi la vita
che corsa spiccherei
sulla strada sommersa
alle placche di là dallo Stagnone.

Da Equinozio, Industria e Letteratura, 2021 Continua a leggere

Victor Hugo, “Mazeppa e altre poesie”

Victor Hugo

 

Dall’introduzione
di
Stefano Duranti Poccetti

 

Avvinarsi a queste poesie non è stato sempre semplice, intrise come sono di riferimenti storici e anche mitici. È stato perlopiù impossibile, purtroppo, mantenere i giochi di rima dell’Autore.

Mi sono concentrato piuttosto – più da poeta che da traduttore – sulla fedeltà all’aspetto concettuale e mistico di Hugo, entrando con lui in rapporto empatico, cercando di dare alle liriche l’aspetto più piacevole possibile e in questo, nella maggioranza dei casi, è stata la stessa lingua francese, di norma non così divergente dalla nostra, a dettarmi l’andamento, i tempi giusti, la parola appropriata; ma, quando questo non è stato possibile, è normale avere trovato degli escamotage che spero saranno accettati dai lettori e soprattutto dallo stesso Hugo, che, chissà, magari ci starà osservando da qualche parte mentre ci accingiamo a ripristinare con lui un legame nel ricordo della sua poetica, troppo spesso dimenticata.

Nel mio piccolo, offro questa raccolta, dopo che con la casa editrice Nulla Die avevo pubblicato la traduzione de Les Chevaliers errants.

 

Mazeppa

 

(A M. Louis Boulanger)
Away! – Away! –
En avant! En avant!
Byron, Mazeppa

 

Allora Mazeppa, stridente e piangente,
vede braccia, piedi, fianchi dalla sciabola lambiti
e tutte le sue membra legate
a un arroventato cavallo nutrito d’erbe marine,
irrequieto, emanante fuoco dalle narici
e fuoco dai piedi.

Quando è attorcigliato nei nodi come un rettile,
ha ben da rallegrarsi della sua rabbia inutile
il carnefice, tutto esultante
di vederlo infine cadere sulla feroce groppa,
sudore sulla fronte, saliva alla bocca,
sangue negli occhi.

Si sente un grido e subito ecco per la pianura
l’uomo e il cavallo in fuga senza respiro
sulle mobili sabbie,
soli, riempendo di rumore il vortice di polvere.
Simili alla nera nuvola in cui serpeggia il fulmine
volano insieme ai venti!

Vanno. Nelle valli passano quali tempesta,
come quegli uragani raccolti nei monti,
quale globo infuocato.
Poi, già non sono altro che un punto nero nella bruma,
sfacendosi nell’aria quale fiocco schiumante
nel vasto oceano blu.
Vanno. Lo spazio è esteso. Nel deserto immenso,
nell’orizzonte senza fine che ricomincia
entrambi s’immergono. Continua a leggere

Eleonora Rimolo, “Prossimo remoto”

Eleonora Rimolo

Da Prossimo remoto, Postfazione Milo De Angelis, peQuod Edizioni, 2022

Come questo albero piccolo
che sta dentro una mano
tu mi sei cresciuto dentro
la gola: quando ingoio saliva
e lacrime tu distendi i rami,
perdi le foglie ed io soffoco
col concime asciutto tra i denti,
eppure impercettibile è questa
deglutizione, sogno automatico
che scuote il sonno e alza
il vento d’estate, muove le tende,
irrigidisce il palato secco
di germogli ma non abbevera
le radici dimenticate nel fondo
acido dello stomaco, solo spezza
di netto il tronco nodoso
delle tue gambe di cerva.

***

A volte la macchina del mondo si ferma
con un lungo fischio ed io non so
quale passato usare mentre riposi,
se tu mi sia remoto o prossimo. Come un fossile
la parola segnala il resto parziale di un organismo,
di una cosa che c’era e che c’è: la scheggia
di un tuo dente perduto a scuola da bambino,
l’anello che porti sull’orecchio destro
e tutto quanto ti fa vivo e primitivo
dentro quell’orma sul pavimento,
traccia ovale del risveglio, figura di partenza.

 

Nella postfazione a questi versi di Eleonora Rimolo Milo de Angelis scrive: “La poesia di Eleonora Rimolo è percorsa da una forza dirompente che si chiama Alterazione, scritto con la maiuscola per indicare la potenza arcaica di un archetipo”.

 

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Al museo Bilotti, “Cosmogonia”

COMUNICATO STAMPA

Al Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese la mostra
COSMOGONIA

Sonia Gentili Daniela Monaci

A cura di Lorenzo Canova

Poesia visiva, fotografia, installazioni, video

La mostra Cosmogonia presenta opere di Daniela Monaci e poesie di Sonia Gentili trasformate in installazione visiva (sette Fogli e un Libro con testo dinamico) dal collettivo L’uomo che non guarda (Sonia Gentili e Ambrogio Palmisano).

Le personalità degli artisti sono legate dall’intento di superare i limiti della percezione ottica per trovare uno sguardo profetico calato nel nucleo incerto della realtà, alla ricerca di un disvelamento “apocalittico” posto sul fragile crinale che divide l’apparire e l’accadere delle cose, nel “punto d’intersezione del senza tempo col tempo” evocato nei Quattro quartetti di T. S. Eliot.

La mostra, a cura di Lorenzo Canova, è ospitata al Museo Carlo Bilotti dal 16 giugno al 4 settembre 2022 ed è promossa da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Servizi culturali di Zètema Progetto Cultura.

Nella mostra le trame e le geometrie della natura entrano in un rapporto di corrispondenze col dipanarsi dei versi sulle pagine elettroniche, in un perenne andamento di emersione e di inabissamento della parola e delle forme innestate agli intrecci metamorfici di un mondo in bilico fra la sua trasformazione e la sua immutabile matrice originaria.

Le opere sono armonizzate agli spazi del museo Bilotti per accompagnarci in viaggio i cui punti di partenza e di approdo restano però sospesi nell’incertezza di una strada realizzabile solo attraverso la personale immersione nella profondità della mostra.
Daniela Monaci traccia le rotte di una navigazione pensata per Smarrirsi (titolo di un suo ciclo di opere) e ritrovarsi nelle riapparizioni figurali di esseri umani che affiorano da un mare di nebbia, da una caligine simbolica che avvolge i corpi e li restituisce come alla fine di un naufragio, nella ri-creazione cosmogonica di un mondo in cui nuove terre sorgono dalle acque del nulla, evocate dallo sguardo accecato di occhi chiusi ma immersi nelle tenebre annunciatrici della profezia.

I Fogli e il Libro del collettivo L’uomo che non guarda trasformano i testi di Sonia Gentili in poesia visiva in cui il testo, dinamizzato in modo da emergere gradualmente, è in cammino verso la sua forma. Le parole affiorano pian piano come fioriture di nero nel candore della carta digitale, visione imperfetta per speculum in aenigmate di un mondo terreno a cui il mistero dell’esistere nega e concede arbitrariamente la speranza di un mondo superiore.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo da Ensemble Edizioni, Roma, con testi di Lorenzo Canova, Giovanna dalla Chiesa, Giorgio Patrizi con un contributo del Collettivo L’uomo che non guarda. Continua a leggere

Milo De Angelis presenta a Milano la sua traduzione del “De Rerum Natura” di Lucrezio

Giovedì 16 giugno, ore 19:30 alla  Casa della Poesia di Milano (via Formentini 10) presentazione di LUCREZIO a cura di Milo De Angelis. Con Vincenzo Frungillo, letture di Viviana Nicodemo. 

La traduzione di Milo De Angelis del De rerum natura di Lucrezio – da poco uscita nella collana dello Specchio Mondadori – verrà presentata da Vincenzo Frungillo, poeta da sempre vicino al mondo classico, mentre l’attrice Viviana Nicodemo leggerà un’ampia scelta di brani, che mettono in luce alcuni temi centrali di questo immenso poema: la potenza della natura, il vortice degli atomi, l’indifferenza degli dei, la novità del messaggio epicureo, la condizione umana, le malattie e la peste di Atene, di cui Lucrezio fa un ritratto sconvolgente e attualissimo alla fine dell’opera.

L’incontro si propone di mostrare ancora una volta l’inesauribile presenza di questo poeta solitario e misterioso, di cui non sappiamo quasi nulla, vissuto nel primo secolo A.C. e poi dimenticato con l’avvento del Cristianesimo.

Dopo la scoperta del suo manoscritto, avvenuta nel 1417 a opera dell’umanista toscano Poggio Bracciolini, Lucrezio non ha cessato di lasciare un’impronta duratura nell’arte e nella letteratura dei secoli successivi – da Botticelli a Tiziano, a Tasso a Shakespeare, all’Illuminismo, a Shelley, Foscolo, Leopardi, fino all’esistenzialismo di Sartre e di Camus e alle correnti più vive e appassionate del pensiero contemporaneo.

Il libro postumo di Biancamaria Frabotta

Bianca Maria Frabotta
ph©campanini-baracchi

«Nessuno veda nessuno»

di Sacha Piersanti

«Partiste sotto la luna e non ci fu tempo / di cancellare i segni della vostra presenza»: così inizia uno dei momenti più intensi di Nessuno veda nessuno (Mondadori, 130 pp., 15 €), l’ultimo libro di Biancamaria Frabotta, che se non fosse la poetessa (“la poeta”, avrebbe detto lei, senza assecondare l’idiozia degli schwa e degl’asterischi) che è stata e che è, diremmo è partita anche lei, e anche lei non ha avuto il tempo di cancellare i segni della propria presenza.

Ma quando si ha a che fare con un’opera come quella di Frabotta, quando si ha a che fare con Biancamaria Frabotta, è meglio e giusto e necessario non giocar con le parole, non farsi sedurre dagli eufemismi, vezzo imperdonabile degli umani nella Storia, degli umani che nella Storia non san starci lucidi e umani per davvero – Biancamaria Frabotta non è partita, dunque: Biancamaria Frabotta è morta il 1° maggio scorso e Nessuno veda nessuno è il suo ultimo libro. Il suo primo libro postumo.

Strutturato in tre sezioni, disomogenee e però in dialogo tra loro, tre sezioni che interagiscono pur mantenendo una propria relativa autonomia di portata e di tenuta, per temi e toni e per figure, Nessuno veda nessuno si fa leggere come raccolta e romanzo, taccuino e diario, mescolando aneddotica e autobiografia, riflessione teorico-letteraria e storico-politica, intenso lirismo e quasi profetica narrativa: «La sua ultima passeggiata cominciò / in un giorno come un altro» (p. 121), «Ma intatte sono rimaste le folte / radici abbeverate da mani gentili. / Basta un inciampo e si cade / nel costante agguato secolare» (p.74).

S’inciampa e si rovina, si cade a terra e spesso più non ci si rialza, specie quando la fragilità del corpo non è usura del tempo ma proprio condizione di natura e di più: precondizione d’esistenza.

E di fragilità e di cadute, di consistenze precarie, e come già frante di per sé, parla proprio il cuore di questo libro, se la nascita sembra un «piombare» «da un altro pianeta» (p. 36), se i morti che appaiono in sogno faticano a «stare al passo coi vivi» (p. 52) e noi, i vivi, «scaraventati / dentro al mondo» (p. 105), «non siamo mai in noi» (p. 61), ma «siamo uno sciame di molecole / una materica memoria senza ricordi» (p. 9) e «scriviamo nell’aria la nostra resistenza» (p. 10), a caccia di una qualche luce, di una «lampada a fasi alterne» (p. 92) almeno.

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Carlo Bordini, un autore di riferimento

Carlo Bordini

L’ 8 giugno 2022  la sessione di Italian Poetry Today, University of Oxford, ospita una discussione sull’ultimo libro di Carlo Bordini, recentemente scomparso: ‘Un vuoto d’aria’ (Mondadori, 2021).

A presentare e commentare la nuova edizione saranno la curatrice Francesca Santucci e gli studiosi Claudia Crocco e Gianluigi Simonetti.

Poeta appartato e ribelle per vocazione, Carlo Bordini è stato per molti, fino alle generazioni più giovani, un autore di culto, una figura autonoma di riferimento.Composto negli ultimi anni di vita, Un vuoto d’aria, che esce postumo a cura di Francesca Santucci, conserva i tratti più rilevanti della sua fisionomia poetica, in primo luogo l’intensità materica e una potente energia espressiva.

L’alternarsi di versi e prosa poetica genera una forte efficacia comunicativa, pur con volute sconnessioni interne, che va ben oltre i termini di una letterarietà di tradizione e di maniera, del tutto estranea al senso della ricerca di Bordini.

Una ricerca sempre volta, per citare un suo intervento, a quella che definiva iperverità, nella convinzione che «l’arte, ogni forma d’arte, giunge, quando funziona, a una verità più profonda di quella che una persona conosce o crede di conoscere nella sua vita».

Ci troviamo di fronte a un autore che varia le scelte tematiche e formali, e che reinterpreta la stessa poesia d’amore o autobiografica secondo termini del tutto personali. Un autore ben attento all’esempio di Pasolini, capace di ironia e di aperture trasgressive e coinvolto come pochi altri nella stagione dell’impegno, attraversata prima con adesione ideologica e poi con distacco.

Ma nella cui poesia troviamo anche legami con grandi esempi storici, come quelli di Apollinaire e Gozzano.

Bordini è stato un poeta per il quale risulta decisivo il rapporto tra scrittura e psicoanalisi, poiché nei suoi versi «la psicoanalisi è ovunque», come scrive Guido Mazzoni nel saggio introduttivo, «non è solo un contenuto: è una forma, è una macchina semiotica».

E questo nell’ininterrotta indagine sul vissuto che ha alimentato i suoi testi, ai quali possiamo oggi tornare con il pieno interesse dovuto a una riscoperta ormai necessaria.

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I “Depositi piovani” di Luccioli

Massimo Luccioli

In mostra le opere visionarie di Massimo Luccioli

Nota di Fabrizio Fantoni

 

La prima impressione che offrono le opere di Massimo Luccioli è di condensare con rinnovata energia le lezione della più importante produzione artistica del novecento.

Le sue superfici ci restituiscono la matericità di Alberto Burri, la forza evocativa di Leoncillo e la poesia visionaria di Lucio Fontana.

Le opere di Luccioli ponendosi al confine tra scultura e pittura ci portano a contatto con l’inconscio, con la materia archetipica, a volte magmatica, che si muove al di sotto o al di là del visibile.

Il gesto artistico che sorregge le creazioni di Luccioli, seppur animato da un’ irriducibile istintualità, risulta sempre contraddistinto da un controllo e da una raffinata sostenutezza formale assai desueta nel panorama artistico contemporaneo.

Un artista da scoprire ed apprezzare in questa inedita mostra.

Volto di uomo

MASSIMO LUCCIOLI
Depositi piovani
A cura di Mario Finazzi

9 giugno opening
Aleandri Arte Moderna
Roma

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L’amore universale di Tagore

Rabindranath Tagore

AMORE SENZA FINE

Sembra che ti abbia amato in innumerevoli modi,
innumerevoli volte
nella vita dopo la vita, ripetutamente, sempre.

Il mio cuore incantato ha creato e ricreato la collana delle canzoni,
che hai accettato in dono e hai messo attorno al tuo collo a modo tuo,
nella vita dopo la vita, ripetutamente, sempre.

Ogni qualvolta odo vecchie cronache d’amore, è un’annosa pena,
l’antica storia di trovarci lontani l’uno dall’altro o insieme.

Quando mi perdo nel mio passato, alla fine tu emergi da esso,
rivestita della luce di una stella polare, attraverso le ombre del tempo.
Diventi un’immagine di ciò che è impossibile dimenticare.
Tu ed io abbiamo galleggiato qui sul ruscello che ci porta con sé dalla fonte.

L’amore reciproco, nel cuore del tempo.

Abbiamo giocato insieme a milioni di amanti,
abbiamo condiviso la stessa timida dolcezza dell’incontro,
le stesse penose lacrime di addio,
antico amore ma in forme che si rinnovano di continuo.

Oggi questo amore trabocca ai tuoi piedi, ha trovato la sua fine in te.
L’amore di tutta una vita: gioia universale, dolore universale, vita universale.

Si fondono con il nostro i ricordi di tutti gli amori –
e le canzoni dei poeti di tutti i tempi. Continua a leggere

Il virtuosismo tecnico di Antonio Finelli

Antonio Finelli

 “Oltre la realtà”.

Il mondo artistico di  Antonio Finelli

Intervista di

Fabrizio Fantoni

 

Artista tra i più valenti della sua generazione, Antonio Finelli (classe 1985) si contraddistingue per la sbalorditiva perizia tecnica con cui esegue i suoi disegni.

Le sue figure, che si stagliano nette sulla carta, portano con loro la caducità e la fragile bellezza delle farfalle: volti segnati dalla vecchiaia ritratti con lenticolare precisione, immagini che sembrano emergere dal fondo della memoria per mostrarsi  ai nostri occhi un’ultima volta prima di scomparire definitivamente.

Il virtuosismo di Antonio Finelli non è fine a se stesso ma, al contrario, è il mezzo per andare oltre il visibile ed indagare le nascoste armonie che sorreggono i rapporti tra gli uomini.

 

Disegno di Antonio Finelli

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Milo De Angelis, “De Rerum Natura”

Giovedì 16 giugno, ore 19:30 Alla Casa della Poesia di Milano presentazione di Lucrezio a cura di Milo De Angelis.

Il De rerum natura, uno dei capolavori della letteratura latina, è opera ricchissima di temi ed episodi, che vengono affrontati con la violenza espressiva tipica di questo autore misterioso, Tito Caro Lucrezio, di cui si è persa ogni notizia biografica. Tutti noi ricordiamo per memoria scolastica le formidabili scene in cui la natura su manifesta in tutta la sua catastrofica potenza: voragini, incendi, uragani, terremoti, forza immense che sovrastano l’uomo e lo schiacciano, povera canna al vento.

Ma il De rerum natura è anche un trattato sulla vita degli animali, delle piante e del cosmo intero ed è un libro in cui l’uomo viene scrutato in ogni suo aspetto: fisiologico, psichico, morale, con affondi mirabili nelle zone più buie e drammatiche della sua vita interiore, come vediamo nelle pagine del quarto libro dedicate all’amore, tra le più crudeli che siano mai state scritte su questo tema grandioso.

Letture di Viviana Nicodemo

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Claudio Damiani, da “Prima di nascere”

Claudio Damiani Credits ph Dino Ignani

Se fosse che è tutt’altro,
tutt’altro da quello che siamo
tutt’altro da quello che pensiamo
e che vediamo, se quello che ci aspettiamo
fosse tutt’altro da quello che sarà,
se quello che sarà fosse qualcosa di bello
e non avessimo nostalgia della vita,
delle persone care, dei modi, di tutto quello
che abbiamo amato, se non avessimo nostalgia
ma tutto fosse con noi come era già stato
in vita, se ci fosse restituito
ciò che ci è stato tolto, che non c’è stato dato,
ci hai mai pensato? Se fosse che adesso
soffriamo, ma poi non soffriremo più,
tutto ci sarà ridato, e in più
anche altro che non abbiamo avuto
e fossimo così pieni e soddisfatti
da non chiedere più, da non soffrire più
ci hai mai pensato?

***

Di certo nei secoli, nei millenni futuri
saremo chissà dove, in altri pianeti e mondi,
saremo entrati così dentro nella natura
da comandarla a nostro piacimento,
non moriremo più, potremmo allungare la vita
quanto vorremmo, e, posto che davvero
saremo signori della natura,
non mancheranno di certo le sorprese,
dovremo combattere per mantenere il dominio
e non è detto che vinceremo sempre,
io però vorrei mantenere questi boschi
dove cammino nel silenzio tra gli alberi,
mi sta bene stare qui, anche morire fra poco
ma stare qui in questo silenzio, camminare
per questi sentieri, sentire gli alberi accanto
che respirano, stare in silenzio con loro.

***

Pensa se fosse così:
che noi mentre stiamo facendo una cosa
comunissima, tipo portare una cosa
sopra un tavolo, oppure cercarla
ecco aprirsi una porta, e nella stanza
ci sono tutti! è una stanza immensa
e ti salutano gioiosi e applaudono
come un compleanno a sorpresa
e dicono: “Hai visto? Sei consento?
Come stai? Come ti senti?”
e tu lo senti che è stato uno scherzo la vita
o un brutto sogno, o un sogno
bello, ma un sogno, oppure è stata
come una guerra sotto i bombardamenti
e ogni giorno c’erano le sirene,
o c’erano stati giorni belli anche,
di sole, di luce, di silenzio
tu camminavi da solo
in mezzo alle piante amiche.

 

Claudio Damiani, Prima di nascere, (Fazi Editore, 2022)

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Milo De Angelis, “Ritorno”

Pubblichiamo in esclusiva un estratto da : Ritorno, di Milo De Angelis, pubblicato con Vallecchi (Firenze) nel 2022.

Inconfondibile la voce del poeta che affronta il questo fondamentale volume il tema del ritorno come atto conoscitivo (discesa agli inferi) e di mutamento del sé.

OMERO

IX SECOLO A.C.

 

Partiamo dunque da Omero, leggendo il celebre episodio di Argo, nel diciassettesimo canto, che ho cercato di tradurre e di restituire alla tensione sentimentale che lo percorre, persino elegiaca, insolita in Omero.

Ulisse sta per varcare la soglia della reggia. Nessuno l’ha riconosciuto, finora, E anche più tardi le creature umane faranno fatica a riconoscerlo, chiederanno una prova, una garanzia, un segno, una vecchia cicatrice.

Argo no. Argo lo riconosce immediatamente. Ma non riesce a mostrarlo. È talmente grande la sua emozione da creare una paralisi, un blocco, un’assoluta incapacità di camminare e andargli incontro.

Riesce solo a muovere la coda e resta fermo lì, in quel mucchio di letame, pieno di pulci e dimenticato da tutti. Argo è attraversato da una dolcezza infinita e da un infinito dolore.

Muore così, all’ingresso della reggia, nel momento stesso in cui Ulisse varca la soglia, e la sua morte conduce alla rinascita del padrone.

Sono due nell’Odissea, le sentinelle del ritorno, come ha scritto la grande grecista Maria Grazia Ciani, e nessuna delle due è creatura umana.

Sono due: un povero cane dimenticato da tutti e un arco.

Il cane resta muto e esalando l’ultimo respiro restituisce il respiro a Ulisse.

L’arco, oggetto inanimato, si rianima tra le mani del legittimo proprietario e sembra quasi riconoscerlo, come uno strumento musicale che riconosce la mano antica e tanto amata (“toccò con la mano destra la corda, dice Omero, ed essa emise un suono bellissimo, come la voce di una rondine“).

Ecco dunque che il tema del ritorno si connette qui a un altro grande tema che percorre tutta la letteratura occidentale, ossia il tema del riconoscimento, (anagnòrisis) un tema che troviamo tante volte nella tragedia greca (Oreste e Ifigenia, Elena e Menelao), e poi in Dante e Shakespeare, nel Conte di Montecristo, nel Fu Mattia Pascal.

La bellezza di tale anagnòrisis e la sua forza amorosa sprigionata nel mondo mi spingono a pensare che ci sia un segreto legame tra il riconoscimento e la riconoscenza: dobbiamo essere grati a ciò che ci consente, una volta riconosciuto, di percorrere passo dopo passo i sentieri del nostro destino.

(Milo De Angelis)

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Bertoni, da “L’isola dei topi”

Alberto Bertoni Castelnuovo Rangone, Poesia Festival 6 marzo 2022

Metamorfosi

Una delle prime cose che farò
quando tutt’e due saremo alberi
sarà dimenticarti
ma senza whisky e senza psicoanalisi

No, saprò dimenticarti
donando le foglie piú casuali,
ribelli, irregolari
alle schiere di passeri sui rami
e – vedrai – saprò dimenticarti
come ho già dimenticato
gli immani soffi atlantici
le diastoli e le sistoli del mare
che si tende o si apre
di sei ore in sei ore
cosí che ogni giorno quattro volte
avanza e si ritira

Io e te con le facce come
cortecce di rughe,
buchi da sembrare tane
e radici del buio piú profonde
io e te saremo entrambi bravi
a dirci come siamo stati
portatori nel complesso sani
d’abbandoni e resistenze

E cosí, rimanendo tali e quali,
fruste di salici, ali
potremo all’infinito ricordarci.

 

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Alessandro Bellasio, presentazione a Milano

A Milano, sabato 4 giugno 2022, alle ore 18, Alessandro Bellasio presenta la silloge Monade (L’Arcolaio) e la raccolta di saggi Disappartenenza. Letteratura e ascesi, i primi due volumi della Trilogia dell’infrangibile, presso la Libreria Popolare di via Tadino.

Intervengono Milo De Angelis, Lorenzo Chiuchiù e Andrea Leone. Continua a leggere

Pier Paolo Pasolini, “Le ceneri di Gramsci”

Pier Paolo Pasolini

I

Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l’abbaglia

con cieche schiarite … questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo

alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio… Spande una mortale
pace, disamorata come i nostri destini,

tra le vecchie muraglie l’autunnale
maggio. In esso c’è il grigiore del mondo;
la fine del decennio in cui appare

tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo…

Tu, giovane Gramsci, in quel maggio in cui l’errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore;

quanto meno sventato e più impuramente sano
dei nostri padri – non padre, ma umile
fratello – già con la tua magra mano

delineavi l’ideale che illumina
(ma non per noi: tu, morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell’umido

giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi? che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. Noia

patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d’incudine
dalle officine di Testaccio, sopito

nel vespro: tra misere tettoie, nudi
mucchi di latta, ferrivecchi, dove
cantando vizioso un garzone già chiude

la sua giornata, mentre intorno spiove.

II

Tra i due mondi, la tregua, i cui non siamo.
Scelte, dedizioni…. altro suono non hanno
ormai che questo del giardino gramo

e nobile, in cui caparbio l’inganno
che attutiva la vita resta nella morte.
Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno

che mostrare la superstite sorte
di gente laica le laiche iscrizioni
in queste grigie pietre, corte

e imponenti. Ancora di passioni
sfrenate senza scandalo son arse
le ossa dei miliardari di nazioni

più grandi; ronzano, quasi mai scomparse,
le ironie dei principi, dei pederasti,
i cui corpi sono nell’urne sparse

inceneriti e non ancora casti.
Qui il silenzio della morte è fede
di un civile silenzio di uomini rimasti

uomini, di un tedio che nel tedio
del Parco, discreto muta: e la città
che, indifferente, lo confina in mezzo

a tuguri e a chiese, empia nella pietà,
vi perde il suo splendore. La sua terra
grassa di ortiche e di legumi dà

questi magri cipressi, questa nera
umidità che chiazza i muri intorno
a smorti ghirigori di bosso, che la sera

rasserenando spegne in disadorni
sentori d’alga…. quest’erbetta stenta
e inodora, dove violetta si sprofonda

l’atmosfera, con un brivido di menta,
o fieno marcio, e quieta vi prelude
con diurna malinconia, la spenta

trepidazione della notte. Rude
di clima, dolcissimo di storia, è
tra questi muri il suolo in cui trasuda

altro suolo; questo umido che
ricorda altro umido, e risuonano
– familiari da latitudini e

orizzonti dove inglesi selve coronano
laghi spersi nel cielo, tra praterie
verdi come fosforici biliardi o come

smeraldi: <> – le pie

invocazioni…. Continua a leggere

Sacha Piersanti, da “L’infanzia stipendiata”

Sacha Piersanti credits ph Dino Ignani

1.
Non ti chiedo strette, mano,
né, gamba, un altro scatto –
non ti chiedo tempo, morte,
né a amore, tuo fratello
tuo amante tuo doppione,
chiedo comprensione –
non chiedo voli al cielo
(senza ali e senza piume
si sta meglio), no, nemmeno,
terra, a te ti chiedo
d’aprirti o farti lieve:

chiedo a Te che scruti
non visto, non vedente,
chiedo a Te, inesistente,
chiedo anzi pretendo
di darle retta quando

allora

alla fine della carne

anziché domande,
invece di preghiere,
invece del perdono
Ti darà consigli –
ascoltala, Ti prego,

la sua infanzia stipendiata
T’insegnerà che non ha età
solo quello che è divino

ma solo l’uomo non ce l’ha
quello che chiami destino.

2. LA PROMESSA DI DIVISA

“Er poliziotto o ‘r finanziere
‘r viggile der fòco o l’avvocato
anche se pure l’infermiere
è sempre mejo der malato.
Basta che prometti, a nì,
de fatte un nòme da divisa,
che non te ritrovi mai
a fatte carpestà.
Adesso che ce penzo,
fai la guardia forestale!”

*
Non dissi altro che sì, certo,
avrei indossato una divisa,
un’armatura fra le tante
che forgia Società.

*
Ma è come il ragazzino
viziato che sgambetta
sotto il tavolo se tenti
d’erigere un castello
con le carte piacentine
la vita mai domata
che ci disobbedisce –
ho provato a rispettarla
la promessa di divisa,
ma mi colse e non potei
far altro che subirla
la marea della parola
che per quanto bassa
diluvia nella gola.

 

3.
Avrei dato tutta la storia del pensiero,
ogni verso della storia,
per seguire fedelmente
il suo bisogno di vedermi
in divisa e sistemato,
ma tra gli spacchi della terra

(camminavo, sguardo in alto,
e dalla pianta la mia spina
dorsale del pianeta
mi richiamava all’uomo)

la vidi – giuro, vidi
l’origine del tutto:
quel niente che noi siamo
senza la parola
a illuderci la mano.

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Camilla Miglio. “Ricercar per verba. Paul Celan e la musica della materia”

Paul Celan

Dalla nota dell’autrice

Camilla Miglio

Paul Celan dà voce ai sommersi, mostrando come i salvati possano scrivere poesia dopo la distruzione, per antonomasia, dopo la Seconda guerra mondiale: il toponimo Auschwitz[1]– cui proprio Celan, in più occasioni, ha aggiunto il ‘Kompositum’ Atombombe. Lo fa cambiando molte regole dell’arte, in una lingua e in una scrittura segnate dall’esperienza individuale, eppure permeate da lingue altre, voci altrui.

Mettendosi in posizione scomoda, non sempre compreso, venne travolto da infamanti accuse di plagio o tendenziose – per lui che “diffidava del bello” – letture estetizzanti.

Diffidava del bello e della lingua tedesca, che interrogava fino in fondo, scavando dentro ogni parola.

Il tedesco dei carnefici era anche la lingua di sua madre, uccisa dai nazisti presso il lager di Michailowka, tra i fiumi Bug e Dnestr nell’inverno ucraino del 1942.

Rivoltando, riaggregando, ricercando la linguamadre Celan ne fa una patria portatile e una “tenda”[2].

Nel suo nomadismo europeo partito da un ‘Est’ ex asburgico, poi rumeno, sovietico e infine ucraino, approda all’Ovest parigino in una lingua diversa eppure familiare, per ventidue anni vivendo in francese, scrivendo in tedesco, traducendo da nove lingue; in una terra altra trovando casa, lavoro, famiglia, ma anche ricoveri in clinica psichiatrica e morte per acqua nella Senna, nel 1970.

A oltre cinquant’anni dalla morte, lo studio di fonti d’archivio consente una revisione del mito di un Celan poeta ‘oscuro’, rappresentato sul ciglio del mutismo, o invece depositario di una parola redentrice dal Male assoluto.

Celan scava, si tuffa più a fondo nella realtà – nel concreto, fisico stare sulla terra di uomini ed elementi. Scava e riaggrega, si tuffa e riemerge altrove, e mai una volta per sempre; seguendo ritmi e figure musicali, ma in un modo del tutto nuovo.

 

Note:

[1] Rimando al saggio di Adorno che ha scatenato, tra anni Cinquanta e Sessanta, il dibattito se fosse “barbarico” fare poesia dopo Auschwitz: Theodor W. Adorno, Kulturkritik und Gesellschaft, in Id., Prismen. Kulturkritik und Gesellschaft cit., p. 334; trad. it. Critica della cultura e società, in Id., Prismi. Saggi sulla critica della cultura cit., pp. 249-282; si veda anche la correzione di punto vista, a proposito di Celan in Ästhetische Theorie, a cura di Gretel Adorno e Rolf Tiedemann, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1970, pp. 475-477; trad. it. di Enrico De Angelis, Teoria estetica, Torino, Einaudi 1975; cfr. su questo argomento “Die wahre Flaschenpost”. Zur Beziehung zwischen Theodor W. Adorno und Paul Celan, “Frankfurter Adorno Blätter”, VIII (2003), pp. 151-176: 164-167. e Paola Gnani Scrivere poesie dopo Auschwitz. Paul Celan e Theodor W. Adorno, La Giuntina, Firenze 2010; si veda anche il recente volume collettaneo Auschwitz dopo Auschwitz. Poetica e politica di fronte alla Shoah con un testo inedito di Günther Anders, a cura di Micaela Latini ed Erasmo Storace, Meltemi, Roma 2018. Rimando anche a Giorgio Agamben Quel che resta di Auschwitz, Bollati Boringhieri, Torino 1998.

[2] Zeltwort (parola-tenda), in un verso di Anabasis (DG, p. 151, trad. it. P, p. 441) – ma la memoria corre a Isaia 33, 20: “I tuoi occhi /vedranno Gerusalemme, dimora tranquilla, tenda inamovibile, i cui / paletti non saranno più divelti, né più staccata alcuna delle funi” e al libro Sefer ha-zohar. Idra rabba. Il libro dello splendore. Grande assemblea, in Giulio Busi-Elena Loewenthal (a cura di), Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995 e 1999, p. 484.

IL LIBRO

In cerca di una realtà “abitabile” e dei suoi resti cantabili dopo le distruzioni novecentesche, la poesia di Paul Celan continua a parlare all’umanità di oggi esposta all’(auto)distruzione, mostrando come tutto si tenga, in una grande rete di relazioni.

Celan risillaba il ritmo e le forme del mondo annotando libri di geologia, astronomia, fisica quantistica, botanica; dizionari, articoli di giornale, opere filosofiche e letterarie.

Attraversando i territori della natura più lontana dall’umano – pietre, cristalli, sedimenti e faglie geologiche; spazi siderali e cosmici – egli crea una morfologia nuova, senza origine, in continua trasformazione.

 

 

Restituisce vita a ciò che è passato, dà nome e voce ai corpi di cui resta solo l’impronta o l’alone per il tempo di una poesia, di una canzone. Le forme musicali, anch’esse frammentate e fossili, diventano forza aggregatrice della materia esplosa. Ricercar è il titolo di questo libro, come quello di una poesia che Celan non volle pubblicare. Continua a leggere

Utopia. Festival Internazionale di Poesia

IL 28° FESTIVAL INTERNAZIONALE DI POESIA “PAROLE SPALANCATE”

NEL SEGNO DELL’UTOPIA

 

Dal 9 al 19 giugno torna a Genova il Festival Internazionale di Poesia “Parole spalancate” con la sua 28a edizione dedicata a un tema quantomai stimolante: Utopia.

Come ogni anno la poesia viene presentata in tutte le sue forme e in rapporto alle altre arti, in particolare musica, teatro, cinema e arti visive, attraverso decine di eventi gratuiti tra letture, performance, concerti, incontri, mostre, installazioni e proiezioni.

Numerosi come di consueto i poeti in programma, tra i quali gli italiani Magrelli, Brè, Anedda, Mascolo, Pazzi, Minore, Cavalli, Tavernati, Anedda, Burbank, Fontana, Lo Russo, Parrini, Dagnino e stranieri da tutti i continenti:   Les Wicks (Australia), Damaris Roman (Colombia), Kamal Chowdhury (Bangladesh), Sahar Ajdamsani (Iran), Violaine Forest (Canada), Lamia Makkadam (Tunisia/Paesi Bassi), Ana Blandiana (Romania), Zahra Mroueh (Libano), Shannon Sullivan (Stati Uniti) e la partecipazione di Edith Bruck.

Per la sezione “Ricostruzione poetica dell’universo“, che da anni esplora visioni alternative e nuovi scenari possibili per il futuro, l’ospite d’onore di quest’anno è l’imprenditore della moda Brunello Cucinelli, illuminato capo d’industria che ha uno stretto legame con la cultura e la poesia e ha fondato una sorta di città ideale a Solomeo. Lo intervisterà il direttore del Secolo XIX Luca Ubaldeschi. L’altro grande ospite è Edoardo Boncinelli, celebre genetista e filosofo, recente autore di un libro di aforismi poetici dal titolo “Arcibaldone”.

Con la sezione “Scrittori da una realtà parallela“, curata da Marino Muratore, il Festival sviluppa e amplia la sua attenzione verso il mondo della disabilità, già esplorata negli anni scorsi. Sono previsti laboratori e incontri, con ospiti quali il noto attore Cesare Bocci e Daniela Spada con un testo teatrale sull’improvvisa malattia che sconvolge l’ambiente familiare; Monica Taini con una storia di una bambina sorda;  Guido Marangoni che con due libri e uno spettacolo racconta la storia della sua figlia affetta da Sindrome di Down; Marta Telatin, autrice non vedente del libro “In tutti i sensi”, che teorizza l’esistenza di 27 sensi e non solo dei 5 conosciuti.

Molto importante è inoltre la sezione che Parole spalancate dedica quest’anno alla Voce in collaborazione con la Scuola Italiana di Cantoterapia e con il Festival del Doppiaggio “Voci nell’ombra” e che esplora l’oralità nella poesia, la cantoterapia, il canto armonico, la voce teatrale, il canto lirico, il doppiaggio cinematografico.

Sono da sottolineare le presenze di Carlo Valli, attore teatrale e grande doppiatore (la voce di Robin Williams fra gli altri) e della cantante tedesca Anna-Maria Hefele, una delle esponenti di canto armonico e di sperimentazioni vocali più importanti al mondo.

Con questa edizione sarà inaugurato anche il Premio Alberto Lupo, per ricordare un grande artista genovese troppo spesso dimenticato, protagonista al cinema, in TV, in radio, in teatro e interprete della poesia in televisione.  Quest’anno il Premio Alberto Lupo andrà a Carlo Valli.

Sempre per il tema dell’Utopia, interverranno Paolo Albani, scrittore e studioso delle lingue immaginarie e Graziano Graziani, voce nota del programma Fahrenheit di Radiorai, che ha recentemente scritto un libro sulle nazioni immaginarie e micronazioni.

Le nuove tecnologie saranno le protagoniste della presentazione del Museo Immersivo in Realtà Aumentata/Virtualededicato al poeta ed intellettuale Luciano Morandini. Con speciali visori il pubblico potrà addentrarsi e passeggiare negli spazi virtuali del museo MIRA.

Per la sezione “Poevisioni“, l’ospite d’onore è il regista polacco Krzysztof Zanussi, al quale sarà dedicato anche una retrospettiva con i suoi film più importanti, tra i quali “L’anno del sole quieto” che vinse il Leone d’Oro a Venezia del 1984. Continua a leggere

Giovanni Giudici, “Salutz”

Giovanni Giudici

III. 1

Ma siete voi – voi pure che non siete
Voi che in un tempo al vero
E al non vero equalmente rispondete –
Di viso in viso e corpi
Filtranti noi per futile parete
Poi che quasi da morti
Vivemmo là donde nessuno a dire
Non ritornava non ritornerà
Sub quale specie appaia uno sparire:
Mai lo sapremo mai –
Nell’alba di Toledo vi riudivo
E i tristi carri della pioggia intanto
A un rovo di parole restai vivo –
Se voi non foste non sarebbe il canto

 

VI. 2

Poi che diceste che sono
La talpa – o sia
Bestiola della quale non si dà
Lume né biografia –
D’ubbidienza la cieca galleria
Tortuosamente prono
Scavai come la più diritta via
Al mai-saper-dov’è vostro perdono:
Nero del nero, buio
Del buio – il mio peccato
Voi decideste, penitenziarìa
Di tutto e tutto tutto in che ho fallato:
Sempre mi fruga dove più m’infuio
Toro e lione mai non esser stato

 

VII. 2

Lichtlein che a grado a grado m’abbandona
Così come declina
Candelina nell’alba
E negli anni prestanza di persona –
Onore della lingua mia italiana
A voi, Minne, perlina su perlina
Parola da parola
Io compitavo a un filo di collana
Nota su nota della mia viola
E voce a spente voci di fontana –
Dal cuore della mia profonda cina
Anima senza nome a voi pregando
Consunta vista ormai
Occhi a un tepore di fango Continua a leggere

Teresa Maresca. “Il kimono d’oro dell’imperatore”

Testo presentazione mostra

Le cose sono andate esattamente così.
Avevo lavorato a un gruppo di opere diverse dalle mie solite: sono un pittore che usa pennelli e colori sulle tele, e  di solito prediligo le grandi dimensioni. Ma da tempo guardavo con più assiduità i libri sull’ Ukiyo-e, l’arte fluttuante dei maestri incisori del periodo Edo ,  Hiroshige, Utamaro, Okusai, fino a quando ho avuto la tentazione di provare a tradurre i loro temi con il mio modo.

Prima di me avevano intrapreso quella strada molti pittori come Monet, Whistler, o Gauguin, ma io sono innamorata di un piccolo olio di Van Gogh che copia fedelmente un’incisione di Hiroshige, un ramo di pruno fiorito.

Mi sono chiesta come sarebbe stato dipingere fiori di loto galleggianti,  alberi in fiore, aceri, templi buddisti immersi nei giardini; come sarebbe diventata la mia pittura declinata tra quei soggetti.

Prima di tutto è cambiata la dimensione, le opere si sono rimpicciolite, un solo fiore  ha riassunto interi stagni. Poi sono cambiate le tecniche, non ho dipinto su tela ma su fogli di rame sottilissimi,  lastre di ferro,   tavole di legno, e addirittura su seta.  Inoltre ho realizzato un libro d’artista, una copia unica, legata a mano, disegnata interamente da me, che inoltre ho inventato la storia del kimono d’oro.

Il rapporto con l’arte orientale da cui ero partita c’era sempre, ma dovevo verificarlo.

Quando sono entrata nella galleria di Renzo Freschi con il libro e qualche altra opera sotto il braccio, non sapevo che cosa sarebbe successo.  Avrebbero retto al confronto con quegli oggetti bellissimi che raccontano di una cultura antica?

Renzo Freschi è stato molto accogliente. Mi ha lasciato sistemare le mie opere tra i suoi Buddha di pietra e gli Specchi di bronzo, e ha ascoltato paziente la storia vera da cui è nato il  libro sul kimono d’oro. Non ci eravamo mai incontrati, anche se ero spesso entrata in galleria.  “Facciamo una mostra”, mi dice,  “dove il libro è il punto di partenza.” Continua a leggere

Eloisa. Per Biancamaria Frabotta

 

Biancamaria Frabotta / Credits ph. Dino Ignani

di
Maria Borio

 

 

 

e pensare che quello che ti
chiedo è ben poco,
e per te facilissimo!

(Eloisa a Abelardo, Lettera 2ª)

Qui dimora l’intero e tu disperso
ci ragioni. Che io canti, più buia
sordidamente, ombra più pesante
del marmo che mi riposa non conta.
Una sola rondine non mi ti rende
la stagione perduta.
e io troppo tempo ho abitato in te
come la ragnatela in un tronco morto

al limite di una terra promessa
non cogliendomi (fu soltanto evocazione
addestramento allo stupro
il fantastico frutto dell’occidente)
mi hai nominata più bianca della luce
nido di un’idea intricata, torpida fantasia,
pupilla cieca del tuo occhio.

Si sfilava il sibilo della teoria lunga
delle stanze: davanti alla porta chiusa
sarò la sorella di quei meli che fuori
si spogliano lisciando a sangue i sensi
e solo la sera ne spegne il tocco.
Un triangolo è divino quando ogni punta è Dio
e ogni lato un’esca. Non c’è veglia più amara
per me che sono lontano dalla festa.

Le parole non ti costavano molto, ricordi?
scivolavano via per filo e per segno
come canoe fluiscono sul filo della corrente.
Non c’era rapida che ne scuotesse il corso
scorresse anche fino al mare il discorso
del tuo sogno soltanto noi ne scontavamo il costo.

Ma subito potessi smemorarmi
annottassero ovunque le pupille degli uomini desti
in un mondo di dormienti
un bestiario delicatamente miniato dallo stilo di chi può
almeno fin quando arriverò
placida onda di lago a lambirti
i piedi di umide e molli zolle di prato
almeno fin là dove arriva l’essere
e il chierico si fa pierrot
la canaglia un’ariosa città
ogni passante un amico, un evento
allora
l’acqua coprirà il prato e ogni traccia di nome.1

In un momento in cui la scrittura delle donne era presentata prevalentemente come narrazione emotiva di aspetti che riguardavano il corpo e le condizioni materiali a cui le donne erano soggette (sessualità, matrimonio, emarginazione sociale e lavorativa), la Frabotta dà uno sviluppo intellettuale alla riflessone esistenziale e politica della condizione femminile. Il percorso si sviluppa progressivamente dalle poesie apparse su «Nuovi Argomenti» e su «Tam Tam» alla plaquette Affeminata (1977), che verrà rielaborata e inserita come sezione centrale nella raccolta Il rumore bianco(1982).

Gli stereotipi di fragilità e sensibilità lunare della donna vengono ribaltati. In Affeminata l’impegno e la militanza femminista rielaborano la condizione della donna usando la poesia come colto pamphlet di denuncia. L’io-donna è presentato in modo icastico come quello della «femmina culturale»2. La denuncia femminista e il fervore ideologico della militanza vengono completati con una riflessione filosofica e dialettica sulla dualità uomo-donna: il poemetto Eloisa, in particolare, posto come sezione di chiusura del libro, sancisce la sintesi di questo percorso.

Eloisa può essere descritta come un palinsesto allegorico che rielabora la vicenda storica di Abelardo ed Eloisa in un topos universale di dualità uomo-donna3. Ma con la storia di Eloisa l’autrice non vuole un’identificazione romantica, che potrebbe condurre a una stereotipata sovrapposizione. Cerca, piuttosto, un confronto che faccia trasparire la ricerca intellettuale e la complessità della mente femminile in un’opposizione speculare a quella maschile. L’esilio di Eloisa indica la condizione storica minoritaria della donna, la cui voce è audace e al tempo stesso vincolata a una posizione di separatezza. Ne sono simbolo il buio e l’ombra del monastero, dove è preclusa una reale partecipazione alla vita. Come è difficile per Eloisa recuperare l’esperienza affettiva e la pienezza carnale («Una sola rondine non mi ti rende / la stagione perduta»), viene rappresentata la lotta per l’affermazione sociale della donna per cui si batte l’autrice militante. Continua a leggere

Segni e poesia nelle opere di Giulia Napoleone

Giulia Napoleone


di
Fabrizio Fantoni

 

Giulia Napoleone torna a rinsaldare il suo antico sodalizio con la poesia presentando una mostra di rara eleganza, intitolata Giulia Napoleone per Mantova Poesia ospitata  presso la casa del Rigoletto.

Sedici opere su carta (dedicate ad altrettanti poeti scelti dall’artista: Annelisa Alleva, Maria Clelia Cardona, Milo De Angelis, Roberto Deidier, Biancamaria Frabotta, Gilberto Isella, Maria Gabriela Llansol, Fabio Merlini, Alberto Nessi, Yves Peyré, Giancarlo Pontiggia, Roberto Rossi Precerutti, Leonardo Sinisgalli, Luigia Sorrentino, Marco Vitale) in cui la parola poetica si fa segno verticale che scava gli strati più profondi della nostra interiorità.

Le pitture di Giulia Napoleone pongono l’osservatore sulla soglia di un universo che si forma di fronte ai suoi occhi: le geometrie delle sue opere evocano l’immagine di una sostanza primordiale, originata e consumata dalla sua stessa storia in cui le forme, fisse e mobili al tempo stesso, vibrano come le orbite dei pianeti o i nuclei delle cellule.

È il perenne vorticare della polvere che compone il mondo, il mistero dell’incommensurabile che si riversa nell’infinito e i segreti movimenti dell’inconscio ad essere oggetto della ricerca artistica di Giulia Napoleone attraverso un’invisibile rete di corrispondenze con i versi dei poeti da lei amati.

Si veda, ad esempio, l’opera dedicata alla poesia di Giancarlo Pontiggia intitolata “ Una linea infinita di tempo” in cui la circolarità dell’esistere viene resa dal contrasto di una linea bianca su un fondo di colore nero uniforme – ma differenziato nella stesura – che trasmette un senso di spazio continuo ed infinito.

La percezione delle pitture di Giulia Napoleone risulta in un primo momento frammentaria: l’occhio si sposta continuamente da un punto all’altro, seguendo relazioni di intensità, tono, forma e direzione. Il punto focale della composizione, con un ritmo musicale simile ad una composizione jazz, si contrae e si espande in un equilibrio cromatico e di forme che si fa specchio delle nascoste armonie del mondo reale.

Giulia Napoleone per Giancarlo Pontiggia

Il senso di straniamento che ne deriva trova corrispondenza nei versi di Giancarlo Pontiggia.

Una linea infinita di tempo
ci precede; un’altra
ci segue: attonite le contempliamo,
sospesi fra due mondi
indifferenti, lontani. Eppure, niente li separa

se non te, che guardi.

I segni che erano prima di noi e che restano, immortali, dopo di noi: ecco il punto di congiunzione dell’opera pittorica di Giulia Napoleone con la poesia degli autori da lei scelti.

Giulia Napoleone per Luigia Sorrentino

Su questo limite estremo fra due universi – quello del contingente e quello arcaico ed immersivo creato dall’opera d’arte – l’osservatore non può far altro che interrogare l’ombra.

Lo spazio nero che campeggia al centro della carta intitolata “Piazzale senza nome” – ispirata all’omonima raccolta poetica di Luigia Sorrentino – è  l’immagine della notte da cui proveniamo e in cui torneremo e, al tempo stesso, la rappresentazione grafica del nostro trasalire di fronte al compiersi dell’esperienza umana.

In questo non luogo oscuro e solenne come una cattedrale, delimitato da un pulviscolo che stempera il colore nero del nucleo – come la notte lascia il posto ad un’alba senza incubi – ecco riecheggiare i versi di Luigia Sorrentino

– e voi siete ancora santuario
oscura innocenza
infestati dal morso della capra
sacre gemme
reliquie di sonno
cadute nei dirupi –

La geometria del cerchio più volte utilizzata da Giulia Napoleone nei suoi dipinti, evoca il tema del ritorno.

Giulia Napoleone per Milo De Angelis

Scrive Milo De Angelis in una recente pubblicazione: “ C’è un posto in fondo al nostro essere e noi, scendendo a picco, liberandoci dai passatempi della vita quotidiana, concentrandoci interamente sull’essenziale, possiamo indirizzare il cammino verso questo porto, che è la méta ultima della nostra vita. Ma perché ciò avvenga, dobbiamo capire dove siamo. E per capirlo dobbiamo ritornare. Per questo il viaggio in avanti verso il nostro porto è nel medesimo tempo un viaggio all’indietro verso ciò che siamo stati, verso i luoghi che abbiamo amato” (Milo De Angelis, Ritorno, edizione critica, Vallecchi 2022). Continua a leggere

Qualcuno. Per Biancamaria Frabotta

Biancamaria Frabotta / Credits ph. Andrea Annessi Mecci


Carmelo Princiotta

 

Biancamaria Frabotta è morta a Roma il 2 maggio 2022. Diceva che i poeti fanno le pulci alle parole, e non temeva di usare il verbo morire. Si è spenta, è scomparsa, se n’è andata, ci ha lasciato… sono espressioni improprie, che, per aggirare un tabù, tradiscono i fatti.

Nessuno di questi verbi corrisponde al suo morire, almeno nella mia esperienza.

Biancamaria Frabotta era nata a Roma l’11 giugno 1946, nello stesso anno della Repubblica, sotto la costellazione dei Gemelli. Roma è la città madre, come ha scritto in tante sue prose, di cui alcune raccolte nel memoir Quartetto per masse e voce sola (2009). Civitavecchia era la città della madre, «Eugenia / nata De Falchi», celebrata nel poemetto La viandanza. Il nome autoriale è Biancamaria, anche se quello anagrafico era Bianca Maria.

Considerava la scrittura una «seconda nascita», come scrisse nel suo primo libro di poesia, Il rumore bianco (1982). Credeva che la cultura potesse e possa rimetterci al mondo.

Nella sua opera si è declinata sia come poetessa che come poeta. Specie all’inizio, rivendicava per sé la parola poetessa. Poi usò anche la parola poeta, sia al maschile che al femminile. Non era per i generi convenzionalmente intesi: lo dimostra fin dal titolo la plaquette con cui esordì, Affeminata (1976).

Per rimettersi al mondo, era andata alla ricerca delle madri e delle sorelle culturali, con l’antologia Donne in poesia (1976), pubblicata pochi mesi prima della plaquette d’esordio. Il sottotitolo, Antologia della poesia femminile in Italia dal dopoguerra ad oggi, non la convinceva del tutto: più che di poesia femminile avrebbe voluto parlare di poesia di donne.

«Il nostro uso della definizione “poesia femminile” o meglio “poesia di donne” vorrebbe […] contrapporsi all’uso che convenzionalmente se ne fa», scriveva nell’Introduzione, perché all’epoca si poteva ancora affermare in un dizionario della letteratura contemporanea che Anna Maria Ortese era «sostenuta da un’intelligenza virile e da una sensibilità femminilmente emotiva».

Secondo Dacia Maraini, che accompagnò con una nota critica quell’antologia, la scrittura delle donne si distingueva per un diverso «punto di vista». Secondo Biancamaria Frabotta, questa differenza aveva a che fare anche con l’uso del linguaggio: «Divenni femmina, nel linguaggio, prima che nel corpo» è una delle frasi di Autoritratto al buio, comparso moltissimi anni dopo su questo blog. E bisognerebbe leggere attentamente Letteratura al femminile (1980) per comprendere appieno il senso di un titolo che non pone affatto un’equivalenza fra letteratura femminile e letteratura al femminile. Continua a leggere

“Una scelta”, Liz Lochhead

Liz Lochhead

A cura di Bernardino Nera

Liz Lochhead nasce a Motherwell, Lanarkshire, Scozia, verso la fine del 1947, entrambi i suoi genitori, sposati nel 1944, avevano prestato servizio durante la Seconda Guerra mondiale, la madre come ausiliaria nelle file dell’A.T.S. (Auxiliary Territorial Service) e il padre militare. Da ragazza era stata un’avida lettrice di romanzi e di poesia e nel corso degli anni scolastici nella scuola superiore, aveva mostrato una spiccata propensione per le materie letterarie e per l’arte.

Nel 1965, dopo gli studi secondari non seguì il consiglio del preside e dei suoi insegnanti che le avevano consigliato di immatricolarsi all’università, ma si trasferì a Glasgow per iscriversi alla locale School of Art. Il suo stile figurativo di disegno e pittura, si rivelò però, controcorrente rispetto alla tendenza più in voga in quel periodo: l’astrattismo, a suo parere privo di una dimensione narrativa, così Liz visse l’esperienza accademica con forte disagio personale e un senso di inadeguatezza. Di qui, il passaggio alla scrittura poetica attraverso il tirocinio nell’ambito di un corso di scrittura creativa organizzato da un docente dell’Art School e alla frequenza dei laboratori “extra mural writers” organizzati dal poeta e critico Philip Hobsbaum, che le servirono da corsi di formazione e le permisero di perfezionare il suo stile.

Nel 1971, vinse il premio ad un concorso di poesia indetto da Radio Scotland con due poesie: Revelation (Rivelazione) e Poem for Other Poor Fools (Poesia per altri poveracci) e l’anno successivo pubblicò la sua prima antologia Memo for Spring.
In seguito a questa pubblicazione, la poetessa iniziò un’intensa attività di letture di poesia in molte località della Scozia, compreso il prestigioso Edinburgh Festival, di fama internazionale, che le procurò una certa popolarità e le valse il riconoscimento dello Scottish Arts Council Book Award.

Nel corso degli Anni Ottanta, iniziò la scrittura anche di testi per il teatro, fra cui in particolare: un adattamento del Tartuffe di Molière, rappresentato nel 1986, il rifacimento di Dracula di Bram Stoker nel 1985, e Mary Queen of Scots Got Her Head Chopped Off, nel 1987. Nel 1981, pubblicò l’antologia di poesie The Grimm Sisters e nel 1984, la raccolta Dreaming Frankenstein & Collected Poems.

Tra le sue opere poetiche successive, si segnalano la raccolta The Colour of Black & White: poems 1984-2003, pubblicata nel 2003 e la più recente Fugitive Colours del 2016.
Nel 1986, sposò l’architetto Tom Logan con il quale ha condiviso la sua esistenza fino al 2010, anno della sua scomparsa.

Nel 2011, la poetessa viene insignita del titolo di ‘Makar’, poeta nazionale della Scozia, succedendo al suo amico e mentore Edwin Morgan che era stato il primo a fregiarsi di tale titolo dalla durata in carica di cinque anni. Nel corso dello stesso anno pubblicò A Choosing (proposta da Argolibri in traduzione italiana con il titolo: Una scelta), che raccoglie testi composti in un arco temporale di quasi quarant’anni a partire dalla pubblicazione dell’antologia del 1972. Continua a leggere

La divina Abramović al San Carlo

“7 Deaths of Maria Callas”

di Luigia Sorrentino

Si è tenuta il 13 maggio alle 17:00 a Napoli la prima italiana di “7 Deaths of Maria Callas” con Marina Abramović in scena al Teatro San Carlo  fino a domenica 15 maggio.

Lo spettatore che ha seguito il lavoro svolto da quarant’anni dalla celebre artista serba si troverà di fronte a un’opera profondamente diversa da quelle a cui aveva assistito in passato.

Il desiderio di mettere in scena la Callas era qualcosa che covava da molto tempo nella mente di Marina. Nella sua autobiografia, la Abramović ha scritto di sentire la necessità di voler creare un’opera dedicata alla vita e all’arte di Maria Callas.

Nello spettacolo l’artista ricostruisce scene di donne morte in sette opere liriche. “Perché lei, la Callas, è morta come molte delle sue interpreti, per amore, di crepacuore, per amore di Aristotele Onassis. La Callas è morta come le donne che cantava”.

Tutto fa pensare che Abramović presti il suo corpo sacrificale anche a tutte le donne  che nella contemporaneità hanno sofferto per amore, che sono state picchiate, abusate, che hanno subito violenza, presta il suo corpo a quelle donne che sono sopravvissute e a quelle che non ci sono più. 

Ma il motivo che spinge la Abramović a mettere in scena la Callas è anche un altro.

C’è qualcosa in comune fra loro. Una somiglianza. Un sentire comune.

Forse è l ’amore per l’arte e l’essenza profondamente spirituale il punto di contatto fra Marina Abramović e Maria Callas. Un’aderenza nata quando Marina aveva quattordici anni: “Sedevo nella cucina di mia nonna che aveva sempre la radio accesa. A un certo punto ascolto una voce: ricordo di essermi alzata in piedi ed essermi messa a piangere. Non avevo idea di chi fosse quella voce, era una voce di donna e lo speaker disse che era la voce di Maria Callas.”

Senza dubbio nelle sette morti di Maria Callas vi è un pensiero cosmico che mette su un piano analogo la vita e l’espressione artistica di Marina Abramović, con la vita e l’espressione artistica di Maria Callas.

Fra le due donne vi è un pensiero unico che travolge e unisce le due dive apparentemente diverse, ma in realtà molto simili. L’una è il corpo tragico dell’altra: quell’andare vacillante del corpo nella vita.

Entrambe sono eroine tragiche: l’una, Marina, regina della Performance art, l’altra, la Callas, regina mondiale dell’opera lirica.

A unire le vite delle due artiste c’è dunque un comune sentire: “essere possedute dall’arte e dall’amore”, qualcosa che coinvolge la vita di Marina e Maria: il donare la propria anima e il proprio corpo, il donarsi strenuamente.

Lo spettacolo inizia con un prologo musicale di grande intensità scritto dal compositore serbo Marko Nicodijević. Un grande talento, se si pensa che è nato nel 1980.

Sulla destra del palcoscenico si intravede la sagoma di una donna distesa su un letto, una donna che sembra ammalata o in punto di morte. É la figura della Callas che sta lì, deposta come qualcosa che dimora da sempre nel cuore di Marina. Sta lì immobile,  è come se chiedesse di non essere abbandonata da tutti quelli che aveva incontrato nella sua grande carriera di artista: “Luchino, Pier Paolo, Zeffirelli, dove siete adesso?” chiederà la Callas-Abramović nell’ultima scena. E ancora: “Elvira, Franco, Giancarlo, Aristotele, Bruna? Bruna?”

Ma quante volte è morta Maria Callas?

Marina ci mostra sette morti scelte tra le più importanti opere liriche interpretate da lei e le circoscrive in  sette quadri – sette cieli -. Dal chiarissimo e azzurro colmo di nuvole, al cielo scuro, a quello nerissimo, e infine,  al cielo rosso che è il rogo in cui morirà Norma.  L’’opera cinematografica diretta da Nabil Elderkin è immersiva, siamo tutti coinvolti, nelle immagini forti, drammatiche alle quali assisteremo. I protagonisti della carneficina sono Marina Abramović e Willem Dafoe.

A morire di malattia nel corpo della Abramović è Violetta de La Traviata, poi Tosca che si lancia da un grattacielo di New York guardando davanti a sé l’Empire State Building. Commovente e tragica approda sul cofano di un’auto nel centro della metropoli. Poi la Abramović è Desdemona strozzata da un serpente stretto attorno al collo dalle mani cruente di Willem Dafoe (Otello). E ancora: Carmen, imprigionata in una corda da don José e poi accoltellata.

Nel sesto quadro Abramović è Lucia di Lammermoor: tutto l’ universo congiura contro di lei. E allora colpisce violentemente la sua immagine nello specchio, spacca tutti gli specchi, fino a ferirsi a morte. Lo spargimento di sangue copre totalmente il volto della Abramović, c’è sangue sulle mani, lei stessa piange sangue. Ebbene, tutto questo sangue sparso ha qualcosa di universale. Esprime un’innocenza fondativa e un’emergenza, un pericolo che incombe come una minaccia su tutte le donne.

Marina in “7 Deaths of Maria Callas” esprime gradualmente un mondo desertificato e sterile come quando interpreta la morte di Madame Butterlfly sedotta, abbandonata e suicida e infine, quella di Norma, la casta diva senza più alcuna forza vitale che avanza tragicamente verso il fuoco tenendo per mano il suo uomo.

Poi cala il buio in sala.

Prima dell’ultima scena, attesa. La musica avvolge lo spazio. È forte, roboante, riempie tutto il teatro.

Poi lo spettatore si trova nella stanza della Callas a Parigi, nel 1977, l’anno in cui la cantante muore.

Ha 53 anni. È distesa sul letto. Il corpo è già troppo pesante. La retina percepisce una luce, un profumo di lavanda. Riesce a malapena a alzarsi dal letto, a compiere qualche movimento. Abbagliata dalla luce attraverserà una porta dalla quale non tornerà mai più.

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Giulia Napoleone alla conquista di Mantova Poesia

Giulia Napoleone

Nota critica 
di
Alessandra Leone

C’è un nesso tra arte e poesia? Forse il non detto, ciò che rimane sospeso, il sottinteso, ciò che dipende da chi guarda o legge l’opera in base alla propria esperienza personale, pur avendo entrambi un linguaggio universale senza ieri, oggi e domani, ma che varrà per l’eternità?

Sono domande che sorgono spontanee vedendo la mostra di Giulia Napoleone, inaugurata sabato 7 maggio 2022 a Mantova alla Casa di Rigoletto, edificio storico raffigurato nella scenografia originale della prima dell’opera omonima di Giuseppe Verdi.

Curata dallo scrittore Stefano Iori e organizzata dall’associazione La Corte dei Poeti, “Segni e poesia” è inserita all’interno dell’ottava edizione del “Festival Mantova Poesia”, con i patrocini di Regione Lombardia, Comune e Provincia di Mantova e potrà essere visitata tutti i giorni dalle 9 alle 18 fino al 5 giugno prossimo (ingresso libero).

Il testo in catalogo, a cura di Rosa Pierno, ci inserisce nel magico mondo della Napoleone, fatto di amore, eleganza, sensibilità, bellezza, curiosità e indiscusso talento. Un mondo fatto di grandissima cultura e tecnica, come si può notare dai sedici disegni a inchiostro di china su carta a mano (courtesy Galleria Il Ponte di Andrea Alibrandi, Firenze), con cui l’artista rende omaggio a dei versi di alcuni dei suoi poeti preferiti. Da un’attenta lettura, da un attento ascolto e ascolto di sé, nasce la scintilla, l’ispirazione e l’ideazione delle sue opere.

I poeti ai quali la Napoleone ha dedicato i suoi disegni sono: Annelisa Alleva, Maria Clelia Cardona, Milo De Angelis, Roberto Deidier, Biancamaria Frabotta, Gilberto Isella, Maria Gabriela Llansol, Fabio Merlini, Alberto Nessi, Yves Peyré, Giancarlo Pontiggia, Fabio Pusterla, Roberto Rossi Precerutti, Leonardo Sinisgalli, Luigia Sorrentino e Marco Vitale.

Il verso Ma non ha regole, mai, la via del dolore, contenuto in Tutte le poesie di Milo De Angelis lascia intravedere il percorso tortuoso, i percorsi del dolore che non sono mai lineari e regolari. Le spine vegetali rappresentate come segni difensivi propri dell’uomo e dell’esistere. Luce come metafora di verità; luce come purezza e possibilità di chiarezza, che porta con sé i due aspetti del vedere e dell’essere abbagliati da tale luce, da tale forza e profondità.

Nel disegno Piazzale senza nome tratto dall’omonimo titolo del libro di poesia di Luigia Sorrentino c’è “un luogo rarefatto, quasi privo di elementi compositivi, nel quale il nesso tra spazio e vuoto resta nella dialogica di un esito, pur se esso è difficilmente determinabile. Lo spazio contiene il vuoto o viceversa?”, continua la Pierno.

“È con la percezione e l’intuito, la ragione e l’emozione, che la scoperta dell’arte ammanta di tesori i riguardanti. L’opera dà modo di osservare i passaggi infinitesimali che a stento l’occhio riconosce nella straordinaria, ponderatissima distribuzione dei brevissimi tratti d’inchiostro, i quali delineano la prima ordinata aureola di stelle/pianeti e la seconda, disordinata come la nube di Oort”.

Oltre alle interpretazioni attraverso i disegni dei poeti su detti, è presente anche il libro Nell’aria del mattino (frammenti di un prologo), firmato da Elio Pecora e con pastelli di Giulia Napoleone, i cui testi sono stampati a mano sui torchi della Stamperia d’arte il Bulino a Roma (2020). Continua a leggere

Crocetti ristampa “I luoghi persi” di Umberto Piersanti

Umberto Piersanti

Nota critica di Alberto Fraccacreta

 

 

La poesia di Umberto Piersanti raggiunge uno snodo fondamentale del suo percorso con il trittico einaudiano che da I luoghi persi (1994) arriva a Nel tempo che precede (2002) e a L’albero delle nebbie (2008).

Tre libri unitarî, sospesi sul filo di «cronaca e memoria», sapidamente conchiusi nel «tempo differente» del mito che risospinge il canto melodioso in allegorie tassiane, cioè in ambientazioni pastorali locate nella foresta delle Cesane, eletto a locus amoenus topico, a pochi chilometri da Urbino.

I luoghi persi, che è appunto il primo capitolo della costituzione e sistemazione più matura del mondo di Piersanti, ritorna oggi per Crocetti (introduzione di Roberto Galaverni, pp. 108, euro 12,00), con alcuni inediti – dodici per la precisione – approntati dall’autore tra il febbraio e il dicembre 2021.

A quasi trent’anni di distanza dalla prima uscita, a differenza di molte sedicenti avanguardie, la silloge non ha perso nulla del suo smalto, tutto giocato su un vitalismo botanico, su un’edoné gentile e biaccata «sotto le querce gialle e il pungitopo».

E le nuove liriche riescono miracolosamente a essere in chiave, segno che l’azione elegiaca del poeta urbinate si mantiene su registri analoghi anche a distanza di decenni (radicalizzando, anzi, la portata di un messaggio di fondo che potremmo definire “parnassiano”).

Come osserva Galaverni con molta adesione nel testo prefatorio, «questa poesia da una parte racconta dell’aspirazione del poeta verso una specie di patria edenica, di paradiso terrestre, di luogo protettivo e, detto nel senso più pieno, materno; un luogo – la parola come si vede è fondamentale – di percezioni piene, di estasi sensibili, d’integrità e di perfezione, lì dove non ci sono più angosce e paure e solitudine, dove non c’è il tempo che scorre, che consuma, che porta via i bei momenti, gli amori, le persone e le cose che importano, e noi con loro». Nulla di più condivisibile.

L’integrità, la pienezza dell’esserci e la strenua volontà di accaparrarsi uno scampolo di paradiso terrestre sono il senso della ricerca del luogo perduto: località dell’infanzia, suprema tensione dell’umano a un gesto “totale”, all’incarnazione femminile della giovinezza sveviana; eppure ecco il «tempo» che «muta», la «vicenda» che «cambia» nel divenire e nell’incessante metamorfosi delle stagioni.

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Una poesia di Biancamaria Frabotta

Gli eterni lavori

Dalla valletta degli ulivi una neve marina
veste di bianco le bacche della piracanta.
Potessi poggiando la testa sul cuscino
udire il mormorìo dell’anima che dorme
quando sibila la sofferenza delle piante.
Potessi, ospite impensierita, dal pietrisco salvare la salvia
che perde al vento, talvolta, una fogliolina accartocciata
accorrere dove il ramerino implora una sponda
l’ibiscus un tepore che non è qui e un’arancia
s’affaccia fra il plumbago e le spine di Cristo.
Solo al tatto la riconosco quella pace truccata
che al mattino scuote la coperta dei sogni.

Da Mani mortali, Mondadori 2012. Continua a leggere

Milo De Angelis presenta a Milano Sylvia Plath

Sylvia Plath e Ted Hughes

Giovedì 12 maggio, alla Casa della Poesia di Milano alle ore 19:30  serata di poesia su Sylvia Plath a cura di Milo De Angelis.

Sylvia Plath è una poetessa geniale, capace di associazione violente e inattese, capace di unire cose che sembravano lontane e che invece attraverso la sua voce si scoprono congiunte da un legame segreto.

Proponiamo in questo incontro alcune testimonianze che riguardano l’ultimo periodo della vita di Sylvia Plath. Sono poesie, soprattutto, ma anche brani dell’epistolario – in particolare le lettere alla madre – e un testo del marito Ted Hughes a lei dedicato.

Presentazione di Paola Loreto
Letture di Viviana Nicodemo
via Formentini 10 – ingresso libero Continua a leggere