Il ritmo feroce di “Piazzale senza nome”

Luigia Sorrentino credits ph. Angelo Nitti

L’esperienza del dolore in Piazzale senza nome 
di Fabrizio Fantoni

Con Piazzale senza nome (Collana Gialla Oro Pordenonelegge-Samuele Editore, 2021) Luigia Sorrentino ci consegna una potente ricognizione dell’esperienza del dolore, vissuta attraverso il parallelismo tra la morte del vecchio e quella del giovane espresso dall’esergo tratto dai Fragmenta di Plutarco: “La morte dei vecchi è come un approdare al porto, ma la morte dei giovani è una perdita, un naufragio.”

In questa citazione ritroviamo il nucleo tematico attorno al quale ruota l’opera poetica dell’autrice che si articola nella correlazione tra due antitesi – approdo-naufragio – in una continua alternanza di avvicinamenti e allontanamenti, sotto la spinta di una lingua che non lascia tregua al lettore, che si colora di scarti improvvisi e repentine accelerazioni, per poi attenuarsi in un andamento orizzontale, ampio, quasi a simulare il respiro universale di una grande fine.

Il morire della persona amata impone il voltarsi indietro, tornare alla terra del padre per evocare la vita segnata dalla sofferenza dei giovani conosciuti nell’adolescenza: la morte del vecchio decreta la fine di un tempo – “la beata, sfiorata giovinezza”– e comanda di dare voce al sangue versato, comprenderne la ragione, dare un nome al dolore.

 

Con Piazzale senza nome Luigia Sorrentino compie un viaggio di ritorno all’origine che si concretizza attraverso il ricordo di una generazione ferita dalla dipendenza e dal convincimento di avere la forza di potersene liberare: Posso smettere quando voglio. In tale certezza risiede l’inganno della giovinezza che porta al naufragio.

“Ricordare una cosa” – scrive Cesare Pavese – “significa vederla – ora soltanto – per la prima volta”.

Nello slancio della memoria luoghi, ritratti, voci, schegge acuminate di storie sono, per la prima volta, sottratte al buio che le imprigionava – rischiarate dalla parola della poesia – e deposte dall’autrice come ex voto ai piedi dell’uomo morente su un confine estremo tra essere e non essere più.

Questo è il tributo che, al cospetto della morte, la vita esige per proseguire.

“avevano negli occhi una perla
la lentezza dei gesti
l’attimo innaturale della bocca
in villa comunale
tre fiale al giorno di morfina

il sonno dai lunghi capelli
tagliava i loro volti

indossavano la pelle di capra

nelle narici oltraggiate
spighe di grano”

La morte dei giovani prorompe sulla pagina con la cadenza rituale di un’antica liturgia.

Nello spazio della villa comunale avviene il sacrificio. L’offerta è il corpo.
La profanazione dell’essere umano è lenta, si propaga come gelo che dalle membra sale fino al cuore: gelo che ottunde, gelo che isola, gelo che cala in una hybris dionisiaca che ha il volto della capra. Il battito cardiaco accelerato, la contrazione del corpo nell’estasi momentanea, sono resi da una lingua martellante che scandisce il rito di iniziazione fino al punto di non ritorno, dove non vi è più dominio e la vita non ha più eredi.

“allora vedi la giovinezza
nella macchia scurissima che la inghiotte
scendi nelle crepe in cui non sei mai stato
nella ferita che voi non avete mai visto

la grande opera è sola”

Come macchia che reclama altra macchia, la dipendenza si propaga tra i giovani -“epidemia” – assumendo forme inaspettate, come l’obbedienza ad un amore sterile e violento.

La tematica della violenza sulle donne trova forma nei versi di rara bellezza dei due poemetti centrali – nell’eponimo Piazzale senza nome e in Nunzia – che sono, senza dubbio, fra i più importanti conseguimenti poetici della Sorrentino.

Lo sguardo dell’autrice si sofferma non tanto sulla perpetrazione dell’abuso, quanto sui segni che la violenza lascia sul corpo e nella memoria dei sopravvissuti: ragazzi che hanno conosciuto e sofferto la condizione dell’emarginazione e dell’abbandono, nei confronti dei quali l’autrice non abbandona sé stessa ad alcun pietismo, né indulgenza. A emergere è il male nella sua più cruda oggettività.

La donna è sola nel suo silenzio, la parola segue il ripetersi meccanico dei gesti nello spossessamento della propria umanità: “tu sei niente, nessuno.”

La solitudine, l’accondiscendenza della vittima nei confronti del proprio carnefice e la degradazione dell’essere umano sopraffatto da un amore malato, sono le stazioni di un calvario che l’autrice percorre con lucida e inesorabile fermezza. E poi, la superficialità e l’indifferenza della gente intorno alla vittima, sempre pronta a minimizzare o a dimenticare le responsabilità per il tanto sangue sparso: “…amore mio perché? Perché vuoi toccare il fondo?”. Ecco la sentenza, ecco la condanna di chi non ti crede, di chi non vuole e non può comprendere il tuo dolore.

La sofferenza di questi giovani, esposti all’esperienza della dipendenza e della sopraffazione, non è dissimile dal dolore dell’uomo adulto nei suoi ultimi momenti di vita.

“- È nel dolore totale-. Non oppone resistenza alle braccia che lo sollevano per distenderlo nudo sul tavolo. L’urlo irrompe nella stanza come quello di una capra sgozzata. Porta automaticamente le mani sui genitali per difendersi da gesti che offendono. Nelle sorsate d’alba il midazolam somministrato con l’ago esala nella vena. Poi il respiro sprofonda nella gola carsica risucchiando via, a uno a uno, i nostri volti prima di approdare alla riva, ai cupi occhi della grande notte.”

L’uomo disteso nudo sul tavolo – che incontriamo nella prima prosa – è l’allegoria della condizione esistenziale dell’essere umano assoggettato alle molteplici forme del dolore che si annidano nell’ esperienza umana e, al contempo, è la rappresentazione del nostro sgomento di fronte all’ineluttabile.

Piazzale senza nome ci obbliga a rivolgere lo sguardo alla nostra quotidianità e a prendere coscienza di un’epidemia che negli anni addietro infestava “la piccola Amsterdam” (così veniva gergalmente soprannominata la cittadina in provincia di Napoli dove avvennero i fatti evocati) non è mai stata debellata, ma continua ancora oggi a infierire su molte giovani vite. La dipendenza, in molteplici nuove forme, séguita a privare i ragazzi della propria identità trasportandoli in un altrove illusorio e autistico. L’esperienza del dolore evocata dall’autrice si fa, così, universale e totalizzante arrivando a coinvolgere gli elementi della natura.

Siamo nella dimensione del tragico, dell’irrevocabile.

“In un caldo giorno d’agosto salimmo per l’ultima volta sulla montagna. Trovammo il bosco dei pini agonizzante. Qualcosa di terribile era accaduto. Rocce spoglie e sanguinanti spuntavano sotto i nostri piedi. Alberi scheletrici avvolti dal torpore si stagliavano contro il cielo.
La fine era lì, dove qualcos’altro cominciava.
Un patto muto ci consacrò per sempre al cuore di quella terra scura e insanguinata. Lasciammo tutto, tutto quello che avevamo posseduto, agli occhi scrutatori di quella madre morente. La sua voce tenerissima ci trovò nella fretta di una giornata che doveva finire.”

Che cosa rimane, allora, di questa generazione di giovani che hanno amato il gelo della fine e che sono spariti senza lasciare traccia del loro passaggio? Che cosa rimarrà di noi?

Sono queste le domande che Luigia Sorrentino pone alla poesia. E la poesia risponde con l’esattezza di un dettato che scava nel profondo della nostra interiorità.

“Il tuo letto non è al cimitero, nella nicchia con la parete di marmo. Il cancello chiuso del camposanto non divide i consanguinei. Il recinto sacro ricoperto d’erba non è la tua seconda casa. Tu sei negli utensili che usavi per diserbare il giardino: vanga, zappa, forbici, rastrello, cesoie. Il tuo antico cuore riposa a una distanza breve, perpetua, imponente, come la musica, una pala che scava il sole.”

Noi non lasciamo nulla perché non possediamo niente. Il nostro unico lascito è un’eredità di affetti che si concretizza nel ricordo di pochi gesti nascosti che appartengono ad una realtà feriale e povera, come il giardiniere che piegato sulla terra ara, diserba, semina ed innaffia nella speranza di una fioritura futura. Niente più di questo.

In quest’immagine che chiude il libro troviamo il desiderio di perdonare e perdonarsi e, insieme a questo, un’appagante pacificazione, una gratitudine.

– e voi siete ancora santuario
oscura innocenza
infestati dal morso della capra
sacre gemme
reliquie di sonno
cadute nei dirupi –

 

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