Il ritorno di “Poesia e destino”

Un libro, POESIA E DESTINO, dopo una lunga assenza, torna nelle librerie italiane con l’assoluta voglia di esserci.

L’autore, Milo De Angelis, ripropone nel 2019 integralmente il volume stampato con Cappelli nel 1982 senza alcun ripensamento. Queste pagine,  spiega Milo De Angelis nella nota introduttiva, “da una parte possiedono qualcosa che mi è rimasto dentro [ …] e dall’altra qualcosa che ho perduto per sempre.

 

POESIA E DESTINO
Nota introduttiva di Milo De Angelis

 

Perché ristampare queste mie vecchie pagine? Perché da una parte possiedono qualcosa che mi è rimasto dentro – intatto, quasi intoccabile dal tempo – e dall’altra qualcosa che ho perduto per sempre. Molti temi di Poesia e destino sono quelli che mi scuotono ancora oggi: la tragedia, l’eroismo, l’adolescenza, il mito, il gesto atletico. Ma il tono è un altro. Il tono è furente, perentorio, imperativo, dà sempre l’impressione di un ultimatum che io pongo a me stesso e a chi mi legge. E’ come se da lì a poco dovesse scaturire una sentenza senza appello, l’ultimo grado di un processo dove si gioca la condanna o la salvezza. E questo tono guerresco circola nel sangue di una sintassi verticale, scoscesa, rapidissima, piena di strappi e impennate, la stessa di Millimetri, per intenderci, che è stato scritto nei medesimi anni. Ora non potrei nemmeno immaginare quella corsa sulle macchine volanti della parola. Me ne sono accorto trascrivendo il libro in un file per necessità editoriali. A volte ero pienamente d’accordo con me stesso, felice di essere rimasto fedele alle grandi passioni giovanili. Ma molto più spesso non capivo, letteralmente, il nesso troppo segreto tra due termini o due affermazioni. Dovevo leggere e rileggere, farmi aiutare dall’insieme della pagina.

 

E tuttavia questa antica furia mi piaceva e mi piace ancora adesso. E forse può colpire chi legge Poesia e destino in questo tempo. Specialmente se ricorda cosa erano quegli anni – il libro è stato scritto di getto nell’estate del 1981 – dove dominavano le scritture sociali alla ricerca di immediato consenso e dove alcune strade notturne erano sentite vicine alla follia e venivano frequentate con circospezione, divieti di transito e di sosta. D’altra parte erano ancora sconosciuti alcuni autori che hanno nutrito queste pagine – da Maurice Blanchot a Paul Celan, da Ion Barbu a Marina Cvetaeva – e con quelli più noti, con Nietzsche o Rimbaud, non era ammessa una simile intimità, un’adesione così gridata da sembrare fratellanza.

 

Il libro è diviso in tre parti, come vedrete. La prima riguarda i nomi suddetti, con particolare insistenza sullo sfondo greco in cui sono situati. Quella successiva – la mia preferita – è una riflessione ad alto tasso metaforico sul tema dell’impresa, dell’eroismo solitario e del pericolo mortale che ci nomina e ci azzanna. La terza percorre l’immenso universo indiano, cercando un arduo punto di contatto tra i suo Assoluti e l’unicità della singola voce. Ma in tutte e tre circola l’alta tensione di cui dicevo prima, perché la vera poesia naviga in mare aperto e prima o poi dovrà interrogarsi sulle ragioni che l’hanno spinta a veleggiare, sul porto che ha lasciato, su quello che l’attende, sul naufragio che all’improvviso può cancellarla.

Milo De Angelis, ottobre 2018

GLI ASSENTI

Ogni manuale di Storia della Letteratura italiana registra un lungo vuoto che va più o meno dal quinto secolo fino al Ritmo Laurenziano e poi al Duecento: interi secoli sono trascorsi creando chiese, pitture o trattati e dimenticando di lasciarci dei versi. Le pagine che descrivono questi secoli sono grigie e impigrite, con le solite interpretazioni storico-economiche che cercano in vari modi e con varia finezza le difficoltà di una nascita poetica. Ma poi, qualche pagina dopo, ecco all’improvviso l’entusiasmo: appaiono San Francesco, Jacopone, Guittone, tutti gli altri. Gli assenti sembrano ormai accantonati.
Così avviene — prodigiosamente — che anche un manuale per le scuole possa insegnare qualcosa, nel momento in cui rifiuta di battersi il petto per chi non ha potuto; oppure di vagheggiare una «storia scritta dalle vittime», come dice il proverbio, lasciando dubbio se le vittime siano gli assenti o chi fa la questua perché nessuno manchi all’appello. Ma se qualcuno ti grida il suo amore, come potrai cucirgli la bocca elencandogli tutti quelli che non te lo hanno gridato? C’è una viltà più grande di questa? Pensiamo ancora una volta ad Arianna, quando il suo filo conduce Teseo alle soglie della grotta. Teseo le racconta tutti i suoi anni nel labirinto, gli anni in cui non ha potuto abbracciarla. Ma intanto, lì fuori, splende l’Egeo, che chiama entrambi senza tregua. Teseo temporeggia, indugia sulla gioia che per tanto tempo gli è mancata, finisce per chiedere ad Arianna di partecipare al buio dei suoi anni amputati. E l’Egeo continua a chiamare, con quel suo azzurro denso, tanto diverso da tutti gli altri mari. Ecco allora che Arianna, piena di amore e di sdegno, taglia il filo e uccide.

da Poesia e destino di Milo De Angelis (ed. Crocetti, 2019, pagina 35)

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Milo De Angelis è nato nel 1951 a Milano, dove insegna in un carcere di massima sicurezza. Ha pubblicato Somiglianze (1976); Millimetri (1983); Terra del viso (1985); Distante un padre (1989); Biografia sommaria (1999); Tema dell’addio (2005); Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010), Incontri e agguati (2015). La sua opera completa è raccolta in Tutte le poesie (Mondadori, 2017).

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