Brian Patten e la “poetry scene”

Brian Patten

di Bernardino Nera

Non ho mai conosciuto mio padre. Mia madre l’aveva sposato ma si erano separatati prima che io potessi ricordare. Sono cresciuto in una piccolissima casa con una nonna mutilata: lei e mio nonno non si parlavano mai. Era uno spazio molto angusto, deprimente, da claustrofobia. E c’era una zia sempre seduta su una sedia: ci viveva su quella sedia in cucina e mia madre che si chiamava Stella. Ero del tutto convinto che se avessi aperto bocca o detto qualcosa, avrei smosso le acque. E non volevo proprio farlo.” (Cit. Phil Bowen, A Gallery to Play to; Stride, 1999; pag. 42).

 

Subito dopo la nascita di Brian Patten il 7 febbraio 1946, a Liverpool, sua madre Stella, di 18 anni, si separò dall’uomo con cui lo aveva concepito, e il piccolo, trascorso un breve periodo in un istituto, andò a vivere con lei dai nonni, in un’angusta casa a schiera al numero 100 di Wavertree Vale, una zona popolare della città abitata in prevalenza dalla classe operaia.

 

Da giovane la nonna era stata ballerina di varietà, durante la Seconda guerra mondiale era rimasta gravemente ferita alle gambe in un bombardamento aereo tedesco, e in seguito i suoi arti mutilati furono incassati dentro tutori ortopedici per consentirle di muoversi sostenuta da stampelle. La paralisi fisica della nonna diventerà il simbolo della dimensione interiore del poeta, sia esistenziale sia spirituale, di allora, fortemente condizionata da fattori ambientali e socio-culturali di povertà e privazione.
Nel 1975 Patten commentava in un articolo del “Liverpool Daily Post”: “Da bambino i miei campi da gioco erano i terrapieni e gli argini lungo la ferrovia; i vicoletti nascosti, le zone della città devastate dai bombardamenti e le case diroccate”.
Brian aveva un temperamento irruento e una personalità problematica: “C’era una componente violenta nella mia natura con cui ho dovuto combattere a lungo, ma ora è scomparsa”, confessa. Il poeta ricorda le zuffe con altre bande rivali di ragazzi per le strade del suo quartiere: “Prendevamo le catene delle cisterne dai bagni all’aperto e andavamo a cercare altre bande. Era una zona violenta. Ecco come bisognava essere per sopravvivere”.

Il suo profilo scolastico non poteva che essere quello di un bambino chiuso, schivo, asociale, disadattato, relegato all’ultimo banco della classe, sempre bisognoso di interventi didattici di sostegno e di recupero.

Il suo accidentato percorso di studi nella scuola superiore non cambiò affatto quando passò alla Sefton Park Secondary Modern School, la stessa frequentata da John Lennon, da dove un giorno scappò via. La sua insofferenza e l’avversione per la scuola e il sapere di stampo conformista, insulso, banale, non autentico, che a suo dire riceveva, pervadono in particolare le poesie giovanili “Little Johnny’s Change of Personality” e “Schoolboy”, incluse nella raccolta Little Johnny’s Confession, oppure “The Minister for Exams”, parte del volume Armada, del 1996.

Durante l’ultimo anno di scuola, nel 1960, si verificò un’inaspettata inversione di tendenza: il preside lesse per caso un tema scritto dallo studente quattordicenne, dal quale trasparivano un talento e un’immaginazione che andavano incoraggiati.

Lo stimolo ricevuto a scrivere poesia, si rivelò decisivo per il ragazzo quattordicenne: “Scrivere poesie diventò un’ossessione durante il mio ultimo anno di scuola…quando mi sentivo infelice scrivevo sui miei sentimenti, mi aiutava a capirli meglio…ovvio che non ero sempre insoddisfatto ma vedendo molta infelicità attorno a me, cominciai a scriverci su.” (Cit. Linda Cookson, Brian Patten; Northcote, 1997; pag. 4)

Scrivere poesie ebbe sul poeta una funzione liberatoria, di sblocco psicologico, e rappresentò un momento di svolta e di riscatto personale sia nella sua crescita intellettuale sia sul piano comportamentale: “Prima ero un ragazzo molto isolato e veramente ho cominciato a scrivere poesia per dar voce chiara al caos che sentivo dentro a quindici anni. La gente con cui ero cresciuto aveva difficoltà a spiegarsi e l’unico modo che sentivo per poter provare ad esprimere qualsiasi cosa dentro di me, era scrivere poesia.” (Cit. Phil Bowen, op. cit.; pag. 43)

Il passo seguente fu la frequenza di corsi serali di scrittura creativa al Liverpool Institute e la lettura vorace di poesia, con la definitiva metamorfosi in un ragazzo diverso da quello scapestrato e rissoso che era stato fino ad allora.

Purtroppo il successivo matrimonio della madre con un poliziotto alcolizzato e violento rese la sua nuova vita familiare molto difficile: il patrigno, che tornava spesso a casa ubriaco, aggrediva brutalmente sua madre e lui. La tensione e l’angoscia di questa situazione drammatica emergono con forte emotività nella poesia “Little Johnny’s Night Visitor”, in cui il patrigno viene connotato come l’Orco, l’inquietante Uomo Nero che incede minaccioso verso di lui mentre dorme nella sua cameretta.

Il 1961 offrì al ragazzo nuove prospettive: finita la scuola, cominciò a cercare lavoro, e presentò una serie di domande alle redazioni di alcuni giornali. Nell’aprile di quell’anno fu assunto al “Bootle Times” come cronista.

Ma nell’estate del 1963 la situazione precipitò drammaticamente con il tentativo di suicidio di sua madre dopo l’ennesima aggressione subita dal marito ubriaco. Brian attese che lei si riprendesse, poi lasciò per sempre la casa del patrigno per andare ad abitare in una mansarda al numero 32 di Canning Street, nel quartiere centrale Liverpool 8.

A quei tempi il quartiere Liverpool 8 era diventato una specie di città nella città, un microcosmo per giovani artisti, aspiranti e apprendisti musicisti, pittori e poeti, attirati nella città dal fermento artistico provocato e alimentato dai Beatles.

Un quartiere bohémien ma anche, sotto l’aspetto urbanistico, decadente e derelitto a causa delle vaste aree ancora diroccate dalla Seconda guerra mondiale, durante la quale la città era stata quasi completamente rasa al suolo dai caccia tedeschi per l’importanza strategica del suo porto. Nel quartiere viveva e proliferava la poliedrica comunità artistica beat locale, che comprendeva un gruppo di poeti, che erano soliti incontrarsi in un caffè per leggere poesie.

Uno dei frequentatori del locale, il musicista e poeta londinese Pete Brown, ricorda: “C’era là quel caffè… chiamato Streate’s Coffee Bar… Quello era il centro dell’attività e degli incontri. Spike Hawkins e un certo Johnny Byrne, un irlandese che viveva a Liverpool in quel periodo ed era amico di Adrian Henri, cominciarono queste letture. Le letture […] be’, Adrian, a dire il vero, non scriveva poesie da sei anni o anche di più […] ma naturalmente era molto informato su tutto quello che stava accadendo nel giro della poesia, però non aveva scritto niente, e Brian Patten e Roger McGough erano completamente e assolutamente sconosciuti e il fatto di esibirsi regolarmente in quel posto, li aveva fatti conoscere e aveva stimolato Adrian a scrivere di nuovo. Si era all’inizio del ’61. Ecco come cominciò l’esperienza della poesia di Liverpool”.

Nell’Ottobre del 1961, colpito da un annuncio letto sul giornale locale “Liverpool Echo”, che recitava: “INCONTRA PETE IL BEAT DA STREATE’S”, Brian Patten mise piede per la prima volta nel caffè: “Mi sono fatto strada giù al club nello scantinato, dove c’erano un sacco di tipi beatnik. A quindici anni ero affascinato da quelli, e là si improvvisavano letture di poesie”. Il 2 novembre 1961, Brian lesse due poesie: fu il suo esordio pubblico di poeta. Dopo quattro giorni in quello stesso locale conobbe un altro poeta nato nel 1937 a Liverpool, Roger McGough, con il quale tenne una lettura di poesie all’Hope Hall (ora Everyman Theatre), dove McGough gli presentò Adrian Henri (1932-2000), poeta e pittore originario di Birkenhead, città sul promontorio al di là dal porto di Liverpool, sull’estuario del fiume Mersey.

Nessuno dei tre poeti era consapevole o avrebbe potuto prevedere che stava nascendo in quei giorni una locale, e che in futuro essi sarebbero stati etichettati come i “Poeti di Liverpool”. In parte perché originari della città e con un background socio-culturale affine anche se, nel caso di Patten, con un percorso di studi non accademico; e in parte perché le loro poesie sarebbero state in seguito pubblicate per la prima volta, nel 1967, in un’antologia collettiva, The Liverpool Scene, curata da E. Lucie-Smith e, sempre nello stesso anno, in un volumetto della casa editrice Penguin: Modern Poets 10: The Mersey Sound, che li consacrò definitivamente all’attenzione del pubblico inglese come i componenti di una scuola poetica.

La poetry scene di Liverpool si configurò sempre più come il prodotto di un contesto socio-culturale fortemente caratterizzato dall’esplosione, prima in America, poi in Inghilterra, di una controcultura o sottocultura giovanile etichettata pop e/o underground, sullo sfondo di un periodo che lo storico inglese Eric Hobsbawm definì “l’età dell’oro”.

Già dalla metà degli anni Cinquanta, nel paese, tra quelli occidentali più sviluppati e avanzati a livello capitalistico e industriale, si stava verificando un boom economico senza precedenti. Questa contingenza favorì, in generale, l’aumento dell’occupazione in tutti i campi produttivi dell’economia nazionale, quindi la diffusione di benessere su scala sociale molto più ampia che in passato, provocò un incremento dei consumi e in particolare dei beni voluttuari, determinò un processo di maggiore democratizzazione all’interno dei vari settori pubblici e istituzionali che contribuì anche a ridurre le tradizionali distanze tra le classi sociali e, infine, portò alla ribalta i teen-agers.

Tuttavia acuì anche l’inquietudine e la rabbia tra quegli strati minoritari di popolazione giovanile più emarginati, perché rimasti fuori o esclusi da tale prosperità, o di ribelli frustrati con o senza causa, che, spesso, sempre in quegli anni, sfociarono in aperta tensione e conflitto con la società e provocarono violenti tumulti e atti di teppismo soprattutto nell’area londinese urbana ed extra-urbana. Le cronache dei giornali del tempo sono piene delle imprese e dei disordini compiuti, ad esempio, dai teddy-boys e, alcuni anni dopo, dei violenti scontri tra bande rivali di mods e rockers sulla costa a sud di Londra.

Comunque, da questa opulenza i giovani ricavarono un’autonomia economica che consentì loro di acquisire un ruolo attivo di consumatori sul mercato e quindi di conquistare visibilità e considerazioni sociali.

Uno degli aspetti socio-culturali più rilevanti emersi da quella cultura giovanile si manifestò nell’orgoglio e nel senso di appartenenza a una specifica area territoriale, in difesa di un’identità culturale esclusiva, aggredita dall’omologazione ai valori standardizzati e omogeneizzati (oggi si direbbe globalizzati) a cui si stavano uniformando i Paesi più industrializzati del mondo occidentale.

Si spiega così l’enfasi sul carattere fortemente locale della poetry scene di Liverpool e sulla sua dimensione provinciale, nel senso non deteriore del termine. Roger McGough ne annunciò la nascita sostenendo che tale evento doveva essere considerato in un’ottica culturale, sociale e quindi politica, di contrapposizione alla capitale Londra, sede della cultura ufficiale inglese e della politica nazionale.

Un altro aspetto caratteristico della cultura giovanile si manifestò nel rigetto della cultura istituzionale, considerata conservatrice e conformista, prosaica e oppressiva, perché ricusava tutto ciò che emergeva al di là degli ambiti e dei canoni ufficiali, tanto da determinare l’esigenza di ridefinire anche il processo di comunicazione/fruizione delle varie forme d’arte in un’accezione più popolare (da cui il termine pop, abbreviazione di popular) e meno elitaria.

A Liverpool il tutto si tradusse nella comunicazione orale della poesia, che veniva non più soltanto pubblicata sulla pagina, ma letta e recitata direttamente a un pubblico di ascoltatori nel corso dei poetry readings. Al riguardo, Renato Oliva scriveva nell’introduzione all’antologia Giovani Poeti Inglesi, pubblicata nel 1976, (pag. XXXIII): “La poesia tende a farsi esperienza comunitaria vissuta, a non consegnarsi esclusivamente al libro, che la congelerebbe in una dimensione definitiva e la relegherebbe nella sfera del privato; si appoggia al suono, al gesto, all’azione, alla proiezione di forme colorate o di luci stroboscopiche, si contamina con altre forme espressive […] si trasforma in teatro, in happening, in arte totale. Si diffonde, sulla scia dell’esempio americano, l’abitudine dei poetry readings, nelle forme più sobrie dei jazz and poetry in concert, o in quelle più vicine all’happening di Live New Departures.”.

L’espansione del contesto artistico in una dimensione multimediale fu realizzata attraverso la sperimentazione, la fusione e la contaminazione della poesia con altre forme d’arte, come la musica, la pittura, la drammatizzazione e la coreutica.

A livello locale il processo di transcodificazione artistica della poesia fu elaborato e realizzato in forma di spettacolo denominato event, per la cui progettazione e attuazione i poeti si ispirarono agli happenings, ideati e realizzati in America qualche tempo prima da un gruppo di giovani pittori esponenti della Pop Art: Jim Dine, Allan Kaprow e Claes Oldenburg. Il primo event fu allestito e rappresentato nei locali dell’Hope Hall di Liverpool, nel 1962, da Adrian Henri e Roger McGough, con il titolo di City; altri seguirono negli anni successivi, fino alla fine degli anni Sessanta, quando tale attività artistica cessò.

Un ulteriore fenomeno originatosi nell’ambito della cultura giovanile riguardava la creazione e l’attivazione di canali alternativi di comunicazione per promuovere, all’interno del mondo giovanile, la circolazione di informazioni sulle iniziative del “movimento” e per diffondere le idee dell’“altra cultura”. Per tutto l’arco degli anni Sessanta, si registrò soprattutto in America e in Inghilterra un proliferare di giornali, riviste, pubblicazioni varie, artigianali e ciclostilate, che trattavano i temi più disparati della galassia giovanile e divulgavano opere di arti visive, di narrativa e poesia, di autori sconosciuti che altrimenti non avrebbero mai trovato spazio nel panorama editoriale ufficiale nazionale.

Con questo spirito, l’adolescente Brian Patten nel 1962 ideò “Underdog”, un giornalino ciclostilato che rappresentò il suo contributo più importante alla causa della poetry scene locale, e nelle cui pagine venivano presentati poesie sue e dei suoi amici poeti di Liverpool. Della rivista, pubblicata fino al 1966, uscirono otto numeri, e negli ultimi due furono presentate poesie di autori come Allen Ginsberg, Robert Creeley, del poeta finlandese Pentii Saarikoski, del russo Andrei Voznesensky tradotto da Anselm Hollo, e di Jacques Prévert tradotto da Adrian Henri.

La fine degli anni Sessanta registrò l’esaurirsi della carica vitale della poetry scene locale e l’avvio di percorsi artistici e carriere individuali, che ciascuno dei tre poeti intraprese separatamente dagli altri. Patten uscì di scena trasferendosi a Winchester, e qualche tempo dopo definitivamente a Londra; McGough e Henri erano continuamente impegnati a esibirsi in tour per la Gran Bretagna con i rispettivi gruppi musicali.

La pubblicazione dell’antologia The Liverpool Scene nel 1967, a cura di E. Lucie-Smith, che per la prima volta aveva portato alla ribalta nazionale quel fenomeno artistico, paradossalmente ne sancì anche la fine. I critici dell’establishment letterario, quasi all’unanimità, avevano definito fin dall’inizio il fenomeno artistico della poetry scene di Liverpool come un fenomeno passeggero ed effimero, presagendone una breve esistenza. La previsione più accreditata della sua fine era collegata alla maturazione del pubblico che ne fruiva: una volta diventato più adulto, avrebbe smesso di seguire un’arte ormai passata di moda. Qualcuno si era spinto anche oltre, insinuando che ai poeti sarebbe stato impossibile crescere artisticamente data la limitatezza del loro talento, e che essi non avrebbero potuto offrire alle generazioni successive un prodotto artistico valido.

A distanza di oltre cinquant’anni le cifre registrate nella vendita di libri di poesia e gli indici di affluenza di pubblico agli spettacoli di poetry readings tenuti individualmente dai tre poeti dimostrano il contrario. Sempre nel 1967, uscì la prima raccolta di Brian Patten, dal titolo Little Johnny’s Confession, a cavallo tra le due pubblicazioni citate in precedenza, che comprendevano anche poesie di Henri e McGough. L’opera fece emergere un personaggio: l’adolescente Little Johnny, protagonista di otto poesie, un fragile ribelle, una sorta di alter ego del poeta, spesso accostato al giovane Holden Caulfield di Salinger. Attraverso le avventure del giovane Little Johnny, Patten rielaborava simbolicamente alcune sue esperienze personali, che si possono leggere in chiave universale, come per esempio l’incomprensione e l’incomunicabilità provocate dal gap generazionale nel rapporto genitori-figli (“Little Johnny’s Final Letter”); l’adolescenza come periodo di crisi esistenziale della propria identità (“Little Johnny’s Change of Personality”); la scoperta del mondo degli adulti e la conseguente perdita dell’innocenza infantile (“Little Johnny’s Confession”), e la ricerca di vie di fuga verso altre dimensioni; ma anche i dubbi, le difficoltà e i timori di gestire le nuove situazioni (“Little Johnny Takes a Trip to Another Planet”, “Little Johnny’s Final Letter”); il rifiuto del mondo alienante della scuola, che trasmette un sapere che educa solo al conformismo, che inaridisce la fantasia, la creatività, la propensione e le potenzialità artistiche dell’individuo, diventando strumento di formazione di soggetti passivi da asservire e sottomettere all’autorità dei poteri precostituiti e alle gerarchie istituzionalizzate che li sostengono (“Little Johnny’s Change of Personality”, “Schoolboy”).

Il linguaggio del poeta di Liverpool è semplice e diretto, caratterizzato da un registro linguistico informale, colloquiale, visto che a suo parere la poesia doveva avere le caratteristiche peculiari dell’oralità della lingua per essere comunicata direttamente a un pubblico di ascoltatori e trasmettere emozioni prima di esser capita.

I versi, dallo schema metrico libero, risultano costruiti senza ricorso a particolari artifici ed effetti retorico-stilistici, il ritmo poetico non sempre sciolto e scorrevole ma vibrante, e il tono della dizione poetica prevalentemente lirico e pervaso di accenti cupi e malinconici.

Nel 1969 il poeta pubblicò Notes to the Hurrying Man che, nel complesso, si poneva in linea di continuità con l’opera precedente, soprattutto per quanto riguarda gli elementi che compongono la struttura fono-prosodica dei versi, ad eccezione del tono, che appare meno venato di tristezza e un po’ più pacato e ironico di quello che emerge in “Little Johnny’s Confession”. Mentre la dimensione fantastica che fa da sfondo agli eventi di cui sono protagonisti personaggi o animali risulta elaborata in modo più originale e personale, meno ispirata al mondo della letteratura per bambini (per esempio: Alice in Wonderland, Winnie the Pooh ecc.), o dei fumetti, o ancora del cinema di genere fantastico e di animazione.

La prospettiva favolistica adottata dal poeta nel delineare e animare le storie ideate con tratti fantastici e surreali non è da ritenersi come semplice cornice narrativa ma dimensione “altra”, creata dalla sua immaginazione, probabilmente intesa come dimensione metafisica, onirica dell’illusione, entro la quale proiettare le ossessioni e i tormenti esistenziali di allora per elaborarli simbolicamente, metabolizzarli ed esorcizzarli psicologicamente, oppure come fonte primaria dell’ispirazione e della creatività artistica secondo la tradizionale concezione romantica.

Le due raccolte successive, The Irrelevant Song e Vanishing Trick, rispettivamente del 1971 e del 1976, possono considerarsi complementari, poiché la prima segna la nascita di un amore importante e la seconda la sua fine. Quindi le due opere rappresentano un corpus poetico unico, in cui prevale il tema dell’amore modulato sia in toni appassionati e romantici, sia di tormento e rimpianto per la sua perdita. Agli inizi degli anni Settanta, a una mostra fotografica allestita da un suo amico a Londra, il poeta conobbe Mary Moore, figlia dello scultore Henry Moore. I due si innamorarono, e il loro primo incontro fu descritto nella poesia “Early in the Evening”. La relazione durò fino alla fine del 1975 e risultò assai stimolante e proficua per Patten, che si avvalse anche della collaborazione artistica e del talento della compagna che illustrò i libri per bambini che lui scrisse in quel periodo: Jumping Mouse (1972), Mr Moon’s Last Case (1975) ed Emma’s Doll (1976), seguiti alla pubblicazione della prima opera di questo genere, The Elephant and the Flower, del 1970.

A differenza di Vanishing Trick, che contiene solo poesie d’amore, in The Irrelevant Song, Patten riprende anche tematiche di opere precedenti, riproponendo le allegorie magico-favolistiche che avevano caratterizzato Notes to the Hurrying Man, come, per esempio, Interruption at the Opera House, da cui Lindsay Kemp ricreò e mise in scena uno spettacolo di pantomima.

Sullo stesso filone, in Angel Wings, l’io lirico chiede di nuovo al lettore, come già in altre poesie delle raccolte precedenti, di accettare il patto narrativo di adottare quella “sospensione dell’incredulità momentanea” verso i fatti narrati che, citando ancora Coleridge, “costituisce la fede nella poesia”.

Il tono generale di Vanishing Trick è più elegiaco, e riflette l’umore del poeta, assorto in elucubrazioni sulla precarietà dei sentimenti, in particolare dell’amore, senza mai scadere però nell’autocommiserazione o nell’attrazione morbosa verso tale stato dell’anima e della mente.

Durante gli anni Ottanta, Patten si dedicò quasi esclusivamente a scrivere libri di versi e racconti per bambini, fino alla pubblicazione, nel 1988, della raccolta di poesie Storm Damage. Per la scelta del titolo il poeta si ispirò alle tempestose ondate di maltempo che nell’autunno dell’anno precedente avevano imperversato in tutta la Gran Bretagna provocando ingenti danni. Il riferimento alle turbolenze atmosferiche coincideva anche con le inquietudini che in quel periodo agitavano l’animo dell’uomo, fortemente deluso e depresso per la fine di alcuni suoi importanti rapporti affettivi. Infatti molte delle poesie incluse nella raccolta riflettono l’umore malinconico e una visione pessimistica della vita del poeta, tormentato dal rimpianto per le occasioni perdute e angosciato dal fluire veloce e inesorabile del tempo, con la conseguente perdita della gioventù, l’affievolirsi dell’energia vitale e creativa e infine la morte.

Durante gli anni Novanta, Patten consolidò la sua fama di scrittore di successo, soprattutto di pubblico, di libri per bambini e di performer con un’intensa attività di letture di poesie svolta nei circuiti nazionali e internazionali.

Nel 1996 il poeta pubblicò la raccolta di poesie, “Armada”, che la critica considera tra i suoi lavori maturi più riusciti assieme a “Storm Damage”. Due anni prima sua madre Stella era morta inaspettatamente, e la sua perdita indusse il poeta a rivisitare la sua infanzia attraverso la memoria e i ricordi della vita con lei. I versi che il poeta modula con la sua usuale sensibilità romantica sono fortemente improntati all’evento luttuoso, e danno voce a un’elegia struggente dedicata alla madre, e per estensione anche alla donna comune, la cui vita e morte sarebbero altrimenti state celebrate soltanto nell’ambito privato.

Nel primo decennio del Duemila, Patten ha pubblicato prevalentemente libri per l’infanzia e due antologie di poesie, entrambe nel 2007: Collected Love Poems (Harper Perennial) e Selected Poems (Penguin).

L’anno successivo contribuì attivamente alla realizzazione di alcuni eventi organizzati per le celebrazioni di Liverpool, European Capital of Culture 2008.

Da segnalare, infine, l’opera più recente per ragazzi, Monster Slayer, del 2016, una versione semplificata che narra le gesta dell’eroe anglosassone Beowulf e The Book of Upside Down Thinking, antologia pubblicata nel 2018, che raccoglie versi scritti in Marocco, ispirati dai racconti e storie del Vicino e Medio Oriente, che esprimono, in generale, l’intenzione del poeta di rovesciare il “pensiero convenzionale” occidentale per offrire una diversa prospettiva e visione del mondo. 

LITTLE JOHNNY’S CONFESSION

This morning
being rather young and foolish
I borrowed a machinegun my father
had left hidden since the war, went out
and eliminated a number of small enemies. Since then I have not returned home.

This morning
swarms of policemen with trackerdogs
wander about the city
with my description printed on their minds, asking:
“Have you seen him?
He is seven years old,
likes Pluto, Mighty Mouse
and Biffo the Bear
have you seen him anywhere?”

This morning
sitting alone in a strange playground
muttering you’ve blundered, you’ve blundered
over and over to myself
I work out my next move but cannot move.
The trackerdogs will sniff me out,
they have my lollypops.

LA CONFESSIONE DI LITTLE JOHNNY (Traduzione a cura di B. Nera e F. Marinzuli)

Stamattina
da giovane e sciocco che sono
ho preso un mitra che mio padre
aveva lasciato nascosto dalla guerra, sono uscito,
e ho eliminato un mucchio di piccoli nemici.
Da allora non sono più tornato a casa.

Stamattina
pattuglie di poliziotti coi cani battono la città
con il mio identikit
stampato in mente, chiedendo:
“L’avete visto?
Ha sette anni,
gli piace Pluto, Mighty Mouse e Biffo the Bear,
l’avete visto da qualche parte?”

Stamattina
seduto solo in uno strano parco- giochi borbottando a lungo tra me e me
hai fatto uno sbaglio, hai fatto uno sbaglio
preparo la prossima mossa
ma non posso muovermi.
I cani poliziotto mi scoveranno, hanno i miei lecca lecca.

LITTLE JOHNNY’S CHANGE OF PERSONALITY

This afternoon
While looking for hidden meanings in Superman
And discussing tadpole collections
I discovered I belonged to Generation X
And developed numerous complexes;
I turned on to Gothic fairytales and Aleister Crowley.
Equated Batman with homosexuality,
Began to question your authority, so

Please Mr. Teacher, Sir,
Turn round from your blackboard,
The whole class has its hands up,
We’re in rather a hurry.
The desks are returning to forests,
The inkwells overflowing,
The boys in the backrow have drowned.
Please Mr. Teacher, Sir,
Turn round from your blackboard,
Your chalks are crumbling,
Your cane’s decaying,
Turn round from your blackboard
We’re thinking of leaving.

This afternoon
A quiet criminal moves through the classroom
Deciding on his future;
Around him, things have fallen apart – Something’s placed an inkstained finger
On his heart.

LITTLE JOHNNY CAMBIA PERSONALITA’ (Traduz. a cura di B. Nera e F. Marinzuli)

Oggi pomeriggio
mentre cercavo significati nascosti in Superman
e discutevo sulle collezioni di girini
ho scoperto di appartenere alla Generazione X
e mi sono venuti molti complessi;
mi sono dato ai racconti dell’orrore e ad Aleister Crowley.
Ho collegato Batman all’omosessualità.
Ho cominciato a mettere in discussione la sua autorità, perciò,

Scusi Signor Maestro,
si volti dalla lavagna,
tutta la classe ha le mani alzate,
abbiamo un po’ fretta.
I banchi stanno ridiventando foreste,
i calamai straripano,
i bambini dell’ultima fila sono affogati.
Scusi Signor Maestro,
si volti dalla lavagna,
i suoi gessi si sbriciolano,
la sua bacchetta sta marcendo,
si giri dalla lavagna
abbiamo intenzione di andarcene.

Oggi pomeriggio
un criminale tranquillo si aggira per la classe decidendo del suo futuro;
attorno a lui le cose sono andate in pezzi:
qualcosa ha messo un dito macchiato d’inchiostro
sul suo cuore.

LITTLE JOHNNY’S FOOLISH INVENTION

One day
while playing with old junk in the attic
Little Johnny accidentally invented an atomic bomb
and not knowing what to do with it
buried it in the front garden.

Next morning
during cornflakes and sunrise
he noticed it glowing damp among the cabbages and so he took it out
out into the city
where it smelt of tulips
but was sadly inedible.

What can I do with it, he sighed, having nowhere to hide it?
I’m afraid that soon a busy policeman will come along
To detain me. I’d make a statement. Say
I’d like a new bomb a blue bomb an anti-war bomb
A bomb I could explode in dormitories where my friends are sleeping

That would not wake them or shake them but would keep them from weeping
A bomb I could bounce in the playground and spray over flowers,
That would light the universe for years and send down showers of joy.

But he’d pay no attention
Would take out his notebook and write:
This child is mad
This child is a bomb…

Last night in my nightmares the bomb became transparent and through it my atomic friends walked
naked except for a few carefully placed leaves that were continually rotting.

So now looking much older I trace about obscure cities
looking for a place to leave my bomb, but am always turned away
by minor politicians who say it’s a deterrent. I answer, sure!

It will deter flowers and birds and the sunlight from calling
and one morning during sunrise when I rise and glow I will look outside to make sure my invention has not bloomed
but will see nothing through the melted windows…

L’ASSURDA INVENZIONE DI LITTLE JOHNNY (Trad. B. Nera e F. Marinzuli)

Un giorno
mentre giocava in soffitta con la robaccia vecchia
Little Johnny ha inventato per caso una bomba atomica
e non sapendo cosa farsene
l’ha sotterrata nel giardino davanti casa.

Il giorno dopo
tra i corn-flakes e l’alba
ha notato un vapore fosforescente in mezzo ai cavoli
così l’ha dissotterrata
e portata fuori, in città dove odorava di tulipani
ma purtroppo era immangiabile.

Cosa posso farne, sospirava, non avendo un posto dove nasconderla?
Ho paura che prima o poi un poliziotto vigile verrà ad arrestarmi. Dovrei fare una dichiarazione. Dire

Mi piacerebbe una nuova bomba una bomba blu una bomba anti-guerra
una bomba da far esplodere nei dormitori dove
stanno dormendo i miei amici

Che non li svegliasse o li scuotesse dal sonno che non li facesse piangere,
una bomba da far rimbalzare nel cortile della scuola e spargere fiori dappertutto,
che illuminasse l’universo per anni e mandasse giù
cascate di gioia.

Ma non mi presterebbe attenzione tirerebbe fuori il taccuino per scrivere:
questo bambino è pazzo
questo bambino è una bomba…

La notte scorsa nei miei incubi la bomba è diventata trasparente così i miei amici atomici vagavano nudi
a parte poche foglie piazzate con cura
che marcivano continuamente.

Ora che sembro molto più grande mi aggiro per oscure città
in cerca di un posto dove lasciare la mia bomba ma vengo sempre cacciato via da politici minori che dicono che è un deterrente. Io rispondo, certo!

Lo sarà per far spuntare i fiori e il sole e far librare a volo gli uccelli
e una mattina all’alba quando mi alzerò rilucente
e guarderò fuori per accertarmi che la mia invenzione non sia sbocciata
non vedrò niente attraverso le finestre fuse…

LITTLE JOHNNY’S NIGHT VISITOR

Last night
before sleep ambushed me the bogey-man came.
He limped up the stairs,
stood on the landing, whispered my name.

I pretended not to hear him
I conjured up some heroes.
I was invisible.
I was bullet-proof.
I could fly away from him,
leap out the window, leap
across the rooftops to escape him.

Last night
I heard him try the door of my bedroom.
I heard him cross the room.
I locked the sheets,
I made the bed iron.
I made myself so tiny he could not find me.

Last night,
before sleep could rescue me,
the bogey-man came.
Drunk, he stumbled over words
he will never repeat again.

Father,
please do not stare at me,
Do not come so close.
I do not know how to love strangers.

VISITE NOTTURNE PER LITTLE JOHNNY (Traduz. di B. Nera e F. Marinzuli)

La notte scorsa
prima che cadessi in preda al sonno
è venuto l’uomo nero.
Ha arrancato su per le scale, s’è fermato sul pianerottolo
ha mormorato il mio nome.

Ho fatto finta di non sentirlo ho invocato un po’ d’eroi.
Ero invisibile.
Ero a prova di pallottola. Potevo volar via da lui, scavalcare la finestra, saltare
su per le cime dei tetti per sfuggirgli.

La notte scorsa
l’ho sentito armeggiare alla porta della mia camera. L’ho sentito attraversare la stanza.
Ho serrato le lenzuola,
ho tramutato il letto in ferro.
Mi sono fatto piccolo piccolo per non farmi trovare.

La notte scorsa,
prima che il sonno mi venisse in aiuto,
è venuto l’uomo nero.
Ubriaco, incespicava sulle parole che non ripeterà più.

Padre,
non fissarmi per favore.
Non venirmi così vicino.
Non so come amare gli estranei.

ANGEL WINGS

In the morning I opened the cupboard and found inside it a pair of wings,
a pair of angel’s wings.
I was not naïve enough to believe them real. I wondered who had left them there.

I took them out of the cupboard,
brought them over to the light by the window and examined them.
You sat in bed in the light by the window grinning.

‘They are mine’, you said; You said that when we met you’d left them there.

I thought you were crazy. Your joke embarrassed me.
Nowadays even the mention of the word angel embarrasses me.
I looked to see how you’d stuck the wings together.
Looking for glue, I plucked out the feathers.
One by one I plucked them till the bed was littered.

‘They are real’, you insisted,
no longer smiling.

And on the pillow you face grew paler.
Your hands reached to stop me but
for some time now I have been embarrassed by the word angel. For some time in polite or conservative company
I have checked myself from believing anything so untouched and yet so touchable had a chance of existing.

I plucked them
till your face grew even paler; intent on proving them false I plucked
and your body grew thinner.
I plucked till you all but vanished.

Soon beside me in the light,
beside the bed in which you were lying was a mass of torn feathers;
glueless, unstitched, brilliant, reminiscent of some vague disaster.

In the evening I go out alone now. You say you can no longer join me.
You say
without wings it is not possible.
You say
ignorance has ruined us, disbelief has slaughtered.

You stay at home listening on the radio
to sad and peculiar music, who fed on belief,
who fed on the light I’d stolen.

Next morning when I opened the cupboard out stepped a creature,
blank, dull, and too briefly sensual it brushed out the feathers gloating. I must review my disbelief in angels.

ALI D’ANGELO (Trad. B. Nera e F. Marinzuli)
Al mattino ho aperto l’armadio
E ci ho trovato un paio di ali,
un paio di ali d’angelo.
Non sono stato così ingenuo da credere fossero vere. Mi sono chiesto chi le avesse lasciate lì.

Le ho tirate fuori dall’armadio, portate alla luce della finestra ed esaminate.
Tu sedevi sul letto alla luce della finestra, con un ghigno.

“sono mie”, hai detto;
hai detto che quando ci siamo incontrati le avevi lasciate lì.

Ho pensato fossi pazza.
Il tuo scherzo mi imbarazzava.
Tuttora anche il solo nominare la parola angelo m’imbarazza.

Ho cercato di vedere come attaccavi insieme le ali.
Cercato l’incollatura, ho strappato le piume.
Una ad una le ho strappate fino a che il letto ne era pieno.

“Sono vere”, hai insistito,
senza sorridere più.
E sul cuscino il tuo viso si è fatto pallido.
Le tue mani protese per fermarmi ma
per un po’ la parola angelo mi ha imbarazzato. Per un po’ in situazioni formali e convenzionali mi sono trattenuto dal credere
che una cosa tanto impalpabile eppure tanto tangibile
avesse ragion d’esistere.

Le ho strappate
fino a che il tuo volto non si è fatto ancora più pallido; intento a provarle false
le ho strappate
e il tuo corpo si è fatto più esile.
Ho strappato finché sei quasi svanita.

Ben presto al mio fianco nella luce, accanto al letto dove eri distesa
c’era un mucchio di piume strappate;
scollate, scucite, brillanti,
a rievocare un qualche vago disastro.

Ora di sera esco da solo.
Dici che non puoi più accompagnarmi.
Dici
che senza ali è impossibile.
Dici
che l’ignoranza ci ha rovinati,
l’incredulità ci ha fatto a pezzi.

Te ne stai a casa
ad ascoltare alla radio
una musica triste e strana,
chi si era alimentato di fede,
chi si era alimentato della luce che avevo rubato.

Il giorno dopo nell’aprire l’armadio
una creatura è saltata fuori,
diafana, spenta, e con una sensualità fugace si lisciava le piume gioiosa.
Devo ricredermi sugli angeli.

THE BEAST
Something that was not there before has come through the mirror
into my room.

It is not such a simple creature as at first I thought—
from somewhere it has brought a mischief

that troubles both silence and objects, and now left alone here
I weave intricate reasons for its arrival.

They disintegrate. Today in January, with
the light frozen on my window, I hear outside
a million panicking birds, and know even out there

comfort is done with; it has shattered even the stars, this creature
at last come home to me.

LA BESTIA (Trad. B. Nera e F. Marinzuli)
Qualcosa che prima non c’era è passata attraverso lo specchio dentro la mia camera.

Non è una semplice creatura
come ho pensato all’inizio:
da qualche parte ha portato lo scompiglio

che turba sia il silenzio che gli oggetti,
ed ora rimasto solo qui
intreccio congetture sul suo arrivo.

Si sono disintegrate. Oggi a gennaio,
con la luce ghiacciata sulla finestra, odo fuori
un milione di uccelli in preda al panico e so che anche là

la tranquillità è finita; questa creatura che ha scosso perfino le stelle
e infine venuta a casa da me.

TRAVELLING BETWEEN PLACES

Leaving nothing and nothing ahead; when you stop for the evening
the sky will be in ruins,

when you hear late birds with tired throats singing
think how good it is that they,

knowing you were coming, stayed up late to greet you who travels between places

when the late afternoon drifts into the woods, when nothing matters specially.

TRA UN POSTO E L’ALTRO (Trad. B. Nera e F. Marinzuli)

Lasciando niente e niente più avanti; quando ti fermerai per la sera
il cielo sarà a picco,

quando sentirai gli uccelli cantare
a tarda ora con le gole sfinite
pensa a quanto è bello che essi,

sapendo che stavi arrivando,
si sono attardati per salutare te che viaggi tra un posto e l’altro

quando il tardo pomeriggio
si inoltra fra i boschi, quando niente importa più di tanto.

IT IS TIME TO TIDY UP YOUR LIFE

It is time to tidy up your life!
Into your body has leaked this message
No conscious actions, no broodings Have brought the thought upon you.
It is time to take into account
What has gone and what has replaced it. Living your life according to no plan.
The decisions are numerous and The ways to go are one.

You stand between trees this evening;
The cigarette in your cupped hand
Glows like a flower.
The drizzle falling seems
To wash away all ambition.
There are scattered through your life
Too many dreams to entirely gather.
Through the soaked leaves, the soaked grass,
The earth-scents and distant noises
This one thought is re-occurring:
It is time to take into account what has gone,
To cherish and replace it.
You learnt early enough that celebrations
Do not last forever.
So what use now the sorrow that mount up?

You must withdraw your love from that Which would kill your love.
There is nothing flawless anywhere,
Nothing that has not the power to hurt.
As much as hate, tenderness is the weapon of one Whose love is neither perfect nor complete.

E’ TEMPO DI RIORDINARE LA TUA VITA (Trad. B. Nera e F. Marinzuli)
E’ tempo di riordinare la tua vita!
Nel tuo corpo è filtrato questo messaggio nessuna azione conscia, né rimuginata
ti hanno provocato questo pensiero.
È tempo di considerare
cosa se n’è andato e cosa ha preso il suo posto.
Vivere la tua vita senza alcun progetto.
Le decisioni sono numerose e la via da prendere è una.

Te ne stai tra gli alberi stasera;
la sigaretta nella mano socchiusa riluce come un fiore.
Il piovischio che viene giù sembra lavar via ogni ambizione.
Disseminati nella tua vita troppi
i sogni da raccogliere del tutto.
Attraverso le foglie madide, l’erba madida,
i profumi della terra e i rumori lontani
questo unico pensiero è ricorrente:
è tempo di considerare cosa se n’è andato,
farne tesoro e sostituirlo.
Hai capito ben presto che i festeggiamenti
non durano per sempre.
E adesso a che serve il dolore che cresce?

Devi allontanare il tuo amore da quel
che può uccidere il tuo amore.
Non c’è niente di perfetto, da nessuna parte,
niente che non abbia il potere di ferire.
Come l’odio, la tenerezza è l’arma di colui
il cui amore non è né perfetto né completo.

WHEN YOU WAKE TOMORROW
I will give you a poem when you wake tomorrow.
It will be a peaceful poem.
It won’t make you sad.
It won’t make you miserable.
It will simply be a poem to give you when you wake tomorrow.

You will find it under your pillow.
When you open the cupboard it will be there. You will blink in astonishment,
shout out, ‘How it trembles!
Its nakedness is startling! How fresh it tastes!’

We will have it for breakfast; on a table lit by loving,
at a place reserved for wonder.
We will give the world a kissing open when we wake tomorrow.

We will offer it to the sad landlord out on the balcony. To the dreamers at the window.
To the hand waving for no particular reason we will offer it.
An amazing and most remarkable thing, we will offer it to the whole human race which walks in us
when we awake tomorrow.

DOMANI AL TUO RISVEGLIO (Trad. B. Nera e F. Marinzuli)

Ti offrirò una poesia domani al tuo risveglio. Sarà una poesia pacata.
Non ti renderà triste. Non ti renderà infelice.
Sarà una semplice poesia da offrirti al tuo risveglio, domani.

La troverai sotto il cuscino. Quando aprirai la credenza, sarà lì.
Rimarrai ad occhi aperti per lo stupore,
griderai, “Come freme!
La sua nudità è sorprendente! Che sapore fresco!”

La mangeremo a colazione;
su una tavola illuminata dall’amore,
al posto riservato alla meraviglia. Daremo al mondo un bacio sulla bocca al nostro risveglio, domani.

La offriremo al triste padrone di casa fuori sul balcone. Ai sognatori alle finestre.
Alla mano che saluta senza un perché la offriremo.
E cosa ancor più sorprendente e straordinaria,
la offriremo all’intero genere umano
che è dentro di noi
al nostro risveglio, domani.

ALBATROSS RAMBLE

I woke this morning to find an albatross staring at me.
Funny, it wasn’t there last night.
Last night I was alone.

The albatross lay on the bed. The sheets were soaking.

I live miles from any coast.
I invited no mad sailors home. I dreamt of no oceans.

The bird is alive, it watches me carefully. I watch it carefully.
For some particular reason I think Maybe we deserve one another.

It’s sunny outside, spring even.
The sky is bright; it is alive.

I remember I have someone to meet,
Someone clear, someone with whom I’m calm,
Someone who lets things glow.

As I put on my overcoat to go out I think that maybe after all
I don’t deserve this bird.

Albatrosses cause hang-ups.
There’s nothing much I can do with them. I can’t give them in to zoos.
The attendants have enough albatrosses.
Nobody is particularly eager to take it from me.
Maybe, I think, the bird’s in the wrong house.
Maybe it meant to go next door. Maybe some sailor lives next door. Maybe it belongs to the man upstairs.
Maybe it belongs to the girls in the basement. It must belong to someone.
I rush into the corridor and shout:
‘Does anyone own an albatross? Has anyone lost it? There’s an albatross in my room!’

I’m met by an awkward silence.

I know the man upstairs is not happy.
I know the girls in the basement wander lost among the furniture.
Maybe they’re trying to get rid of it And won’t own up.
Maybe they’ve palmed the albatross off on me.

I don’t want an albatross; I don’t want this bird; I’ve got someone to meet,
Someone patient, someone good and healthy, Someone whose hands are warm and whose grin Makes everything babble and say yes.
I’d not like my friend to meet the albatross.

It would eat those smiles;
It would bother that patience;
It would peck at those hands
Till they turned sour and ancient.

Although I have made albatross traps, Although I have sprayed the thing with glue, Although I have fed it every poison available, It still persists in living,
This bird with peculiar shadows Cast its darkness over everything.

If I go out it would only follow.
It would flop in the seat next to me on the bus, Scowling at the passengers.
If I took it to the park it would only bother the ducks, Haunt couples in rowing boats,
Tell the trees it’s winter.
It would be patted by policemen as they gently asked:
‘Have you an albatross licence?’

Gloom bird, doom bird,
I can do nothing about it.
There are no albatross-exterminators in the directory; I looked for hours.

Maybe it will stay with me right through summer; Maybe it has no intentions of leaving.
I’ll grow disturbed with this bird never leaving,
This alien bird with me all the time.

And now my friend is knocking on the door, Less patient, frowning,
A bit sad and angry.

I’ll sit behind this door and make noises like an albatross.
A terrible crying.
I’ll put my mouth to the keyhole and wail albatross wails. My friend will know then
I have an albatross in my room. My friend will symphatize with me,
Go away knowing it’s not my fault I can’t open the door.

I’ll wait here; I might devise some plan:
It’s spring and everything is good but for this.
This morning I woke with an albatross in my room.
There’s nothing much I can do about it until it goes away.

L’ALBATRO ERRANTE (Trad. B. Nera e F. Marinzuli)

Al mio risveglio stamattina ho trovato un albatro a scrutarmi fisso. Strano, ieri sera non c’era.
Ieri sera ero da solo.

L’albatro se ne stava sul letto.
Le lenzuola erano fradice.

Vivo a miglia di distanza dalle coste. Non ho invitato marinai pazzi a casa. Non ho sognato oceani.

L’uccello è vivo, mi guarda attento.
Lo guardo attento.
Per qualche motivo particolare penso
che forse ci meritiamo l’un l’altro.

Fuori c’è il sole, è primavera. Il cielo è luminoso, è vivo.

Ricordo che devo incontrare una persona,
una persona serena, con la quale sono tranquillo, una persona che fa brillare le cose.

Come indosso il cappotto per uscire penso che, tutto sommato,
non mi merito quest’uccello.

Gli albatri sono una palla al collo. Non so cosa farmene.
Non posso consegnarli allo zoo.
I custodi ne hanno già abbastanza.
Non c’è nessuno quanto mai disposto a portarselo via. Forse, penso, l’uccello è nella casa sbagliata.
Forse voleva andare alla porta accanto.
Forse alla porta a fianco ci vive un marinaio. Forse appartiene all’uomo del piano di sopra. Forse appartiene alle ragazze del seminterrato. A qualcuno deve appartenere.

Mi precipito verso l’androne e grido:
“C’è qualcuno che ha un albatro? Qualcuno lo ha perso?
C’è un albatro in camera mia!”

Mi ritrovo in un silenzio imbarazzante.
So che l’uomo del piano di sopra non è felice.
E che le ragazze del seminterrato vagano perdute tra i mobili. Forse stanno cercando di sbarazzarsene
E non lo vogliono ammettere.
Forse l’hanno rifilato a me.

Non lo voglio un albatro, non voglio quest’uccello,
devo incontrare una persona,
una persona paziente, buona e sana,
una persona con le mani calde e col ghigno che fa farfugliare e dir di sì.
Non voglio che la persona amica veda l’albatro.

Lui divorerebbe quei sorrisi, metterebbe alla prova quella pazienza, beccherebbe quelle mani
fino a farle diventare sgradevoli e decrepite.

Sebbene abbia fatto delle trappole per l’albatro, sebbene l’abbia cosparso di colla,
sebbene gli abbia servito tutti i veleni possibili, continua ancora a vivere,
quest’uccello dalle strane ombre
ha proiettato il buio dappertutto.

Se esco non fa che venirmi dietro.
Si metterebbe a sedere nel posto a fianco al mio sull’autobus,
scrutando torvo i passeggeri.
Se lo portassi al parco darebbe solo fastidio alle anatre, tormenterebbe le coppie sulle barche a remi,
direbbe agli alberi che è inverno.
I poliziotti lo accarezzerebbero chiedendo cortesi:
‘Ha una licenza per albatri?’

Uccello sventurato, uccello malaugurato, non ci posso far niente.
Non ci sono sterminatori di albatro sull’elenco; ho cercato per ore.

Forse rimarrà con me per tutta l’estate;
forse non ha intenzione di andarsene.
Sarò ossessionato da quest’uccello che non se ne vorrà mai andare,
quest’uccello alieno al mio fianco tutto il tempo.

E adesso quel qualcuno sta bussando alla porta, meno paziente, accigliato,
un po’ triste e nervoso.

Starò seduto dietro questa porta e farò i versi come fossi un albatro. Strida terribili.
Metterò la bocca sulla serratura e mi lagnerò— lamenti d’albatro. Quel qualcuno capirà allora
che ho un albatro in camera. Mi capirà,
e se ne andrà via sapendo che non è colpa mia se non ho potuto aprire la porta.

Aspetterò qui, devo escogitare un piano,
è primavera e tutto è bello a parte questo.
Stamattina mi sono svegliato con un albatro in camera. Non posso far niente finché non se ne andrà via.

THE ARMADA

Long, long ago
when everything I was told was believable
and the little I knew was less limited than now,
I stretched belly down on the grass beside a pond
and to the far bank launched a child’s armada.
A broken fortress of twigs,
the paper-tissue sails of galleons,
the waterlogged branches of submarines –
all came to ruin and were on flame
in that dusk-red pond.
And you, mother, stood behind me,
impatient to be going,
old at twenty-three, alone,
thin overcoat flapping.
How closely the past shadows us.
In a hospital a mile or so from that pond
I kneel beside your bed and, closing my eyes,
reach out across forty years to touch once more
that pond’s cool surface,
and it is your cool skin I’m touching;
for as on a pond a child’s paper boat
was blown out of reach
by the smallest whisper of death,
and a childhood memory is sharpened,
and the heart burns as that armada burnt,
long, long ago.

L’ARMATA (Traduzione a cura di Bernardino Nera)

Tanto, tanto tempo fa
quando tutto quel che mi dicevano era credibile
e il poco che sapevo era meno limitato di adesso,
mi distesi pancia a terra a ridosso di uno stagno
e calai in acqua l’armata di un bambino verso la sponda lontana.
Una corazzata sconnessa di ramoscelli,
le vele dei galeoni di carta velina,
i rami zuppi dei sottomarini:
tutto colò a picco infuocato
in quello stagno color rosso-crepuscolo.
E tu, madre, stavi dietro di me,
impaziente di andar via,
vecchia a ventitre anni, sola,
il cappotto leggero che svolazzava.
Il passato ci segue da vicino come un’ombra.
In un ospedale a qualche miglio dallo stagno
in ginocchio accanto al tuo letto e, con gli occhi chiusi,
ripercorro quarant’anni a ritroso per toccare ancora una volta
la fredda superfice dello stagno,
ed è la tua pelle fredda che tocco;
come la barca di carta di un bambino sullo stagno
sospinta via irraggiungibile
dal più lieve sospiro della morte,
la memoria dell’infanzia si acuisce,
e il cuore brucia come l’armata,
tanto, tanto tempo fa.

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