Tommaso Di Dio, “Il silenzio, l’assedio”

Tommaso Di Dio

DI TOMMASO DI DIO

Una qualità di silenzio unica, inaudita. Milano, come tante altre città d’Italia e del mondo, è stata fagocitata per alcuni mesi da uno stato di sospensione e apnea. È come se tutta la città e i suoi cittadini avessero smesso di respirare. La città è stata sommersa da un liquido invisibile: aveva il peso del piombo ma era come trasparente, un etere oscuro che, anche di notte, si adagiava come una pellicola sulle facciate delle case, dalle cui finestre rilucevano a centinaia le stanze dove erano intrappolate in una luce d’acquario cose affetti persone.

Mi è davvero difficile spiegare a parole quanto quel silenzio sia stato profondo, sconvolto. Confido che chi qui mi sta leggendo ne abbia una qualche esperienza. In queste settimane ho provato più volte ad ascoltarlo, a dirlo a me stesso, a pensarlo; ma niente, qualcosa sfuggiva, restava inerme al di là dello sguardo. Nella città dove vivo, anche a tarda notte, d’estate, se si tace e si ascolta a finestra aperta, di solito è possibile sentire il grande ronzio delle circonvallazioni, dove operai, automezzi, centraline, termovalorizzatori e ventole, continuano il proprio moto senza mai fermarsi. È il grande boato della città, il rumore bianco del suo sangue in circolo per le strade e le arterie nel suo corpo gigante, che si allarga fino ai confini della Lombardia, con i suoi 10 milioni di abitanti, immerso e connesso dalle sue macchine e strumentazioni, da cui la vita umana occidentale non può più prescindere. Nei mesi feroci della pandemia, gran parte del movimento di questi corpi pesanti è stato abolito; è rimasto invece lo spettrale movimento della luce e delle radiotrasmissioni: la luce che scorreva inesausta per le fibra sotterranea, entrava in ogni palazzo, risaliva i muri, pulsava, mentre il campo del 4G avvolgeva ogni nodo, ogni singolo device alla rete internet mondiale. Il silenzio di questi mesi, infatti, la sua particolare densità, non è stato causato dalla semplice assenza dei motori; è stato tutt’altro dal silenzio che si avverte quando si è dentro un bosco, in mezzo al mare, sulla cima di una montagna. Quello che abbiamo provato è stata invece l’ostinata presenza, finalmente resa palpabile dal diradarsi dei corpi visibili, del moto infinito dei dati che illuminano i nostri schermi. Quel silenzio erano onde, vaste, continue, pulsanti, di informazioni, paranoie, dolori, terrori, paure, speranze, cazzeggio, notizie, faccine. Tutto ciò che agitava il pensiero degli umani, ogni loro spostamento emotivo, era impercettibilmente tradotto in questo scroscio ondulare, frenetico, isterico che finalmente occupava, da solo, lo spazio della terra. Umano e macchinico insieme, ho sentito per la prima volta con la più grande forza questo respiro che è letteralmente l’indescrivibile contemporaneo, il suo sostrato materiale, il fondo brulicante di ogni nostro discorso. A volte, mi affacciavo dalla finestra, guardavo la strada, guardavo le altre finestre; cercavo di cogliere i minimi movimenti della gente, cercavo di sentire cosa si dicevano, cosa provavano dietro le tende, dietro i portoni, cosa si agitava all’interno di quegli spazi chiusi e sigillati e potevo vedere, con una chiarezza mai prima avuta, il fascio di dati che trasudavano e, rivolta contro quegli stessi corpi, a distruggerli, a farli scomparire in un fuoco interno, l’assedio di una forza centripeta, che poteva essere ovunque, che dilagava, che si espandeva.

Quel denso silenzio era assediato: incontrava soglie di discontinuità, elementi di frattura. Lo sappiamo bene cosa era: era il suono della morte. Sono state le ambulanze, di notte e di giorno, che ne rompevano l’astratta compattezza; era la piccola folla di apprensione, mascherine, paura, che circondava l’ingresso e le sale di attesa degli ospedali urbani. Era persino il terrore che ti prendeva per un centimetro di troppo vicino ad uno starnuto, quando eri lasciato solo accanto ai tuoi simili nelle immense file dei supermercati. Alcuni amici, volontari nella croce rossa, mi hanno raccontato di quanto fosse cambiato il loro lavoro. Prima entravano nelle case, sì, ma insieme ai colleghi e grazie all’aiuto della prossemica, degli sguardi, dei gesti, la comunicazione più delicata e l’eventuale ricovero poteva ancora circondarsi di un clima d’umana comprensione: il loro lavoro prezioso instaura un rapporto di cura, di assistenza non solo brutalmente medica. Nei mesi di apice della pandemia, invece, dovevamo entrare da soli, molte volte per ogni turno, in case sconvolte dal pianto, corazzati da tute di protezione che li facevano assomigliare ad astronauti e nascondevano alla vista il corpo e lo sguardo, per prelevare un paziente spesso con la febbre altissima, incapace ormai di camminare e di respirare e portarlo via, davanti agli sguardi attoniti e devastati dei familiari che temevano, che sapevano che, con tutta probabilità, non avrebbero mai più rivisto il proprio caro. È stata la sottrazione delle forze empatiche del corpo visibile a rendere terribili questi mesi. Soltanto i medici e gli infermieri possono sapere davvero cosa sia stata questa morte nella solitudine degli ospedali, questa morte in cui gli occhi di altri sconosciuti umani, dietro plexiglass, guanti, vetri, mascherine, sono stati gli unici ad accompagnare l’ultimo respiro di una vita.

Nel brulicante silenzio iperconnesso di questi mesi, si è morti così, a distanza. Arrivava la notizia della morte, arrivavano il dolore, il pianto, ma non se ne poteva avere prova materiale: il corpo del morto ci era sottratto, così la celebrazione del lutto, l’abbraccio, la consolazione del pianto in comune. È come se proprio il sogno della tecnologia ci avesse mostrato un suo lato oscuro. La tecnologia infatti non è altro che capacità di creare effetti a distanza[1]. Se ci pensiamo un momento, fra un bastone e internet non c’è molta differenza. Sia l’uno che l’altro sono forme di prolungamento del corpo, estensioni spaziali e temporali della volontà e dell’azione. Dal bastone, dalla voce all’algoritmo, la storia dell’umano può essere letta come una storia dell’estensione della sua capacità di agire a distanza, un potenziamento degli organi, dei suoi apparati. Se con il bastone, l’uomo primitivo poteva raggiungere il favo di miele ad una misura doppia rispetto al proprio braccio, adesso con un click possiamo farci recapitare una merce dall’altro capo dell’oceano. La distanza colmata in un battibaleno è il vanto della tecnologia; eppure mai come in questi mesi, abbiamo sperimentato quanto la distanza dai corpi sia dolorosa e incolmabile. La tecnologia ha sì la capacità di estendere i nostri sensi e la nostra azione, ma crea un vuoto: uno spazio cavo, dove può regnare la paura, la manipolazione, la frustrazione, lo spaesamento, il terrore. Nella sottrazione del corpo dei nostri morti, nella fretta con cui si andava a cremarli, a trasportarli altrove, a renderli polvere e nulla, a farli sparire, abbiamo toccato il margine di una distopia: cosa significhi un mondo che dimentichi il senso del corpo proprio, che tenti di colmare con gli strumenti ogni distanza. Abbiamo sentito tutti l’immensa nostalgia per il nostro corpo, inteso come relazione con gli altri, come contatto, come bisogno, non solo epidermico, ma emotivo, radicato, che possa dirsi pieno con i nostri simili. Nello sgomento per quei corpi morti lasciati senza l’affetto, soli, abbandonati (così simili per altro ai morti in mare di cui è cosparso il fondo del Mediterraneo), risuona allora un monito: per quanto inseguiremo il sogno di un’Occidente iper-tecnologico e iper-connesso, esteso per ciascuno a tutto globo, nulla avrà senso se non sarà accompagnato da una parallela presa di consapevolezza di quanto l’umano debba sempre ricordarsi di tornare a se stesso, alla propria inermità corporea, alla propria prossimità relazionale. La distanza aperta e colmata dagli strumenti della tecnologia è un’illusione, è una magia da quattro soldi, se non mi permette di tornare a me stesso; e dire me è dire relazione fisica con gli altri, mediante la quale solamente ho memoria del corpo unico, non replicabile che infine sono.

*

È stato Károly Kerényi, nella sua monumentale ricostruzione del mito di Dioniso, a ricordare che in greco epidēmía era il termine che veniva usato, alternativamente a quello di epipháneia, per indicare «l’arrivo nel paese» di un dio[2]. Lo studioso ungherese precisa che fra “epidemia” divina e “visita” da parte di una malattia c’è almeno un’innegabile affinità: «era comunque l’irrompere di qualcosa in grado di sopraffare». Per i greci l’epidemia di un dio era un momento da celebrare, da ricordare mediante riti, perché mostrava la correlazione fra un evento cosmico e l’uomo. È qualcosa che fa tremare così tanto che Callimaco, nell’Inno ad Apollo, lo ricorda così: «Quale tremore ha scosso i rami del lauro di Apollo! Trema l’intera travatura». Oggi la parola “epidemia” ha completamente perso per noi ogni legame con l’esperienza del sacro; ci rimane l’arido vero della scienza, le sue cifre, le sue precarie statistiche. Ma oggi sentiamo che nondimeno non ha perso il legame con ciò che trema, con l’esperienza del tremendo: il legame con ciò che ci supera, che sopravviene e ci sopraffà. Ascoltando questo tremore che continua, questo assedio nel silenzio alla vita delle cose umane, forse possiamo cogliere un’occasione ancora per ritrovare il senso di un’ecologia possibile; un modo, per noi umani, per stare insieme alle cose la cui incolmabile distanza sempre ci supera.

_________

[1]   Si veda Carlo Sini, L’uomo, la macchina, l’automa, Bollati e Boringhieri, Torino, 2009.

[2]   Károly Kerényi, Dioniso, Adelphi Milano, 1992, p. 142-3.

 

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