La vostra voce, lettera dalla crisi n. 1

Lettera dalla crisi
a cura di Luigia Sorrentino

Questa mail l’ho ricevuta il 13 maggio 2012. La fabbrica a cui si fa riferimento, presumo, si trovi al nord Italia.
E’ una lettera importante. Credo che a scriverla sia un uomo, forse anche una donna, in ogni caso è ‘una persona’ che preferisce mantenere l’anonimato. La persona che scrive – ha 50 anni – ha già affrontato cassa integrazione, crisi del sindacato, e totale assenza di difesa dei diritti dei lavoratori – diritti legittimi -all’interno della fabbrica nella quale lavora.
La foto qui inserita, è generica, è una foto d’archivio. Non rappresenta la condizione di lavoro di cui si parla nella lettera.
A voi nei commenti

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A Luigia Sorrentino

Gentilissima,
accolgo con qualche difficoltà l’opportunità di dire qualcosa su come sto vivendo con altri/e questa crisi economica. La difficoltà è nel dire stesso, perché spiegare quello che per molti non è un vissuto significa esporsi a un rischio di incomprensione notevole; a volte questa incomprensione a me pare devastante, più dei fatti stessi di cui le farò un esempio.

Lavoro per una ditta da molti anni, tra alti e bassi, e ho già affrontato cassa integrazione, crisi sindacale e non rappresentanza dei lavoratori ormai ridotti a contare solo su se stessi e a guardarsi da delazione, cattiveria spicciola e per sopra mercato a fare ogni giorno i conti con il confino in reparti pesanti, da dove non si esce più. Una volta li si chiamava reparti punitivi, anche per la nocività da cui non ci salvano i controlli dell’ASL. Avendo cominciato a lavorare a quindici anni e dovendo restare in fabbrica fino ai 67 posso dire di sentirmi trattato male e parlando coi colleghi, questo sentimento di essere abbandonati a noi stessi e di pagare perché altri hanno sbagliato, lo sento molto diffuso e crea grande amarezza.
Dire cosa significa, tra altre cose, questa crisi è portarle un esempio della perdita di umanità che comunque non da ora, ma da più di un decennio comporta.

Ci sono lavoratori che subiscono contratti a termine dove lo spazio di contrattazione è nullo. Essere deboli contrattualmente porta a quell’usa e getta cui assistiamo da tempo. Qualche giorno fa una donna, madre di un ragazzo e con un marito gravemente malato, ha perso il posto che occupava in prova perché, anche per lo scarto linguistico di cui non ha colpa essendo straniera, non è riuscita a comunicare alcune cose sembrando per questo impacciata. Nessun errore di per sé, ma pur non essendo né lenta né scansafatiche, sembrava in qualche modo in difficoltà. Capita, se si è precari, di perdere il lavoro sulla base dell’impressione di un momento, senza che chi decide tutto questo consulti un capo reparto che potrebbe dare un’idea più corretta sulla mansione svolta e su chi la svolge. Se certi fatti sono duri per se stessi immagini quale peso hanno per gente indifesa, per chi ha ancora meno opportunità di un altro inserimento.

Vediamo troppe volte come è facile che l’antipatia prenda la mano e porti a un non rinnovo contrattuale e se ci si pensa, nella forma linguistica “non confermato”, c’è una violenza subdola, ipocrita, che non ha il coraggio delle proprie azioni e di dire brutalmente la propria brutalità. E’ tutto. Non so se si possa capire cosa significa per chi è nel bisogno essere in balia di piccoli, stupidi eventi, che fanno la vita di troppe persone, se li si somma.

Quel “dacci oggi il nostro pane quotidiano” sta diventando una prova di coraggio, come se non fosse rimasto altro che tenere insieme i pezzi di famiglie esponendosi alla presa in giro, alla derisione e all’umiliazione, quando sappiamo che proprio questo ha minato il tessuto stesso della società avvalorando comportamenti che demotivano chi non dovrebbe essere demotivato e consegnato al non senso dell’altrui superficialità.

Cordialmente.

(Lettera firmata)

2 pensieri su “La vostra voce, lettera dalla crisi n. 1

  1. Il disagio esistenziale, nella sua forma acuta attuale, si esprime certamente attraverso l’aspetto economico:la mancanza di lavoro, l’abbrutimento nella snervante attesa che, dopo reiterate negazioni, può portare alla totale depressione per cui nemmeno si cerca più il lavoro, comportano una umiliazione e perdita di dignità (sino a sentirsi un “nulla” nella società)difficilmente superabile, con le conseguenze più estreme e deliranti. La situazione economica è l'”emergenza indifferibile”; siamo, in termini di P.S. sanitario, al livello rosso. Capisco il dramma da cui scaturisce la denuncia, il grido di dolore. Più in generale, esiste un’altra situazione, altrettanto grave, che attiene alla moralità generale delle Istituzioni, dei Partiti, dei Politici, degli Imprenditori, di ogni singolo Cittadino: è il lassismo nei confronti delle regole, delle responsabilità, della solidarietà, della Vita, della Natura, del proprio Paese, per cui ognuno approfitta e sfrutta gli altri, soprassiede ai doveri, pronto a reclamare i diritti, ecc. La situazione sta creando un “Sfiducia” profonda che rischia di tollerare e validare ogni comportamento, ogni violenza, ogni rifiuto di empatia. Col tempo, se tale situazione velenosa non viene disintossicata e corretta, si rischia una deriva verso il peggio, verso la messa in discussione di ogni valore del vivere civile…Forse la preoccupazione nasce solo dal mio pessimismo di fondo. Ma non v’è dubbio che urgono responsabili correttivi, da parte di tutti.

  2. Io mi soffermo su questo aspetto della lettera: “Ci sono lavoratori che subiscono contratti a termine dove lo spazio di contrattazione è nullo. Essere deboli contrattualmente porta a quell’usa e getta cui assistiamo da tempo. Qualche giorno fa una donna, madre di un ragazzo e con un marito gravemente malato, ha perso il posto che occupava in prova perché, anche per lo scarto linguistico di cui non ha colpa essendo straniera, non è riuscita a comunicare alcune cose sembrando per questo impacciata. Nessun errore di per sé, ma pur non essendo né lenta né scansafatiche, sembrava in qualche modo in difficoltà. Capita, se si è precari, di perdere il lavoro sulla base dell’impressione di un momento, senza che chi decide tutto questo consulti un capo reparto che potrebbe dare un’idea più corretta sulla mansione svolta e su chi la svolge. Se certi fatti sono duri per se stessi immagini quale peso hanno per gente indifesa, per chi ha ancora meno opportunità di un altro inserimento.”

    Dobbiamo tornare a difendere la nostra dignità di esseri umani.

    Dobbiamo fare chiarezza, capire come stanno realmente le cose. Proteggere i deboli, tornare alla giustizia sociale.

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