Gino Scartaghiande, da “Oggetto e circostanza”

Gino Scartaghiande / Credits ph. Dino Ignani

 

Non ho mai conosciuto la collocazione

Ricordo la sera esattamente
Da collocare, temporalmente parlando,
in un anno compreso tra
Dei muri, delle strade.
Che non (si) potevano (chiamare) più
(essere chiamati) muri, strade.

Il nome

I

Frantumazione di cristallo assorbita dal
corpo, schegge, relitti, aspre punte di vetro
inseguenti il loro metabolismo dentro le
braccia. Ancora disteso sul letto, con lo
spavento che incomincia a precipitare dalle
fenditure, dai vuoti delle finestre. Il nero
oleoso, impossibilmente denso, invade la stanza.
M’invade, copre tutto, assorbe tutto. Congloba
tutto. Tutto in effetti già conglobato da sempre.

Se la stanza, la tua stanza, non è più. Non è
mai stata; se non lo stesso nero universo
oleoso; ondulante. Mare che volge e rivolge
la sua sabbia nera: granellini coinvolti
nelle miriadi di combinazioni.

Ora sai bene, lo sai per certezza: il mare
d’acqua azzurra non esiste, non esiste il
cielo azzurro, non esistono le pareti azzurre
della tua stanza e nemmeno i vetri, i frantumi
di vetro, e le finestre.

L’esistenza non ha di queste topografie.
L’esistenza è oltre lo schermo di una
stella che brilla, oltre il polarizzante
cerchio d’oro del sole. L’esistenza non
è dedita allo sfruttamento della morte.

Coltiva questa frantumazione vetrosa
all’interno di te. Frantuma i milioni
di finestre divisorie, lascia che lo sfaldamento
prenda luogo dove entra l’esistenza.

So di certo chi sei, chi sono. L’asfalto
grigio della strada. Il tuo sangue sull’
asfalto penetratomi sin d’allora. E so
che altre strade dovrò ancora assorbire,
altro vetro frantumare, prima di poter
pronunciare il tuo nome, che sarà anche mio
e infine nostro. Ti chiamerò Rosa Luxemburg.
Mi darai il nome. (lasciare 2 spazi)
Ti chiamerò mentre ti uccideranno. Sarà
come ricevere una tua lettera d’amore.
Dovrò meritarla. Ora ancora no.

I gradini scorrono lontano, fuggono come
tastiere di pianoforte, fuggono in tutte le
direzioni. Non so se muovermi coi piedi o se
affidarmi all’ascolto. Ma devo assolutamente
trovare il punto ove tutti i gradini e
tutte le voci confluiscono. Un foglio
trasportato dal vento, un grido d’aiuto
basterà?

Ora. Sono pronto a barattare ogni cosa
per questo incontro. E vedo talmente bene
il nero che cola sui gradini. Anche dagli
occhi, anche gli occhi che vedono colano
nero, come assassini che complottano,
che attentano.

Sono pronto. Ma non ancora in stato di
grazia. Cara Rosa, oggi è stata una
giornata piovosa, ma stasera il cielo

era sgombro e c’erano le stelle.
Sento di svegliarmi, non so ancora
dove. Con ostinata certezza percorro
tutte le ferrovie della terra.

Morire è un lusso che non possiamo permettere
né alla fantasia né alla pratica quotidiana.
E soprattutto a quest’ora di notte, nella strada
così nera e deserta, col silenzio gravido
che vorrebbe scoppiare in fragorosa giornata
d’estate, con bagnanti al mare e bambini
che giocano, mare che volge e rivolge
la sua sabbia nera: granellini neri
coinvolti nelle miriadi di combinazioni.
Ora sai bene, lo sai per certezza:
il mare d’acqua azzurra non esiste.

Il ritardo assunse toni fatali. Erano
esattamente 5 giorni d’assoluto silenzio.
Muti io e lei. Neri e muti. Da 5 giorni
seduti al tavolino del bar, bevendo un caffè
che non finiva mai. 5 giorni oscuri come 10
notti. Vestiti di una pesante e appiccicosa
calzamaglia nera, sentimmo il turbamento
di una rondine su di un umido filo di
telegrafo, prima di partire, in autunno,
giornata piovosa, quasi sera. E un’altra
rondine sul filo opposto.

Se ora ricominciassi dagli occhi. Permettetemi
di dirvi questo: grappoli di pipistrelli
maturavano assiepati sui miei occhi,
poi gonfiavano sonnolenti e scorrevano
giù a formare pozzanghere.

Erano già 5 giorni. Le pozzanghere
aspiravano a diventare mare. rosa divaricò le
cosce e pisciò per molto tempo. Si sa che
il pianto è cosa diversa. Ma io non ho mai
più visto nessuno pisciare tanto e così bene
e per così lungo tempo. E permettetemi di
dire anche questo: l’amore che ho per Rosa
non è diverso da quello che ho per i poeti.

5 giorni equivalenti a cinquemila anni
d’attesa proiettata nel passato. Berlino
aveva la presunzione della cosa aspettata
e venuta, la superbia di un avvento cristiano,
come un orologio che puntualmente scandisca
secondi e minuti. Ma Berlino con le sue case
da manicomio aveva anche l’impaccio dell’evento
verificatosi senza la precedente attesa. Nascita
non desiderata, Berlino aspettava ancora d’essere
stata attesa; la presunzione che aveva, i campi
di concentramento e le questioni razziali
con cui si imbellettava erano solo momentanee
distrazioni dal pensiero di non essere stata
necessaria, un po’ come le altre città
sparse per il globo.

ho anch’io come Berlino l’impaccio
dell’evento verificatosi gratuitamente
e da circa un miliardo d’anni
aspetto d’essere stato atteso

Le strade enormemente deserte. Il bar deserto.
Tranne noi due e il tavolino e le nostre due
sedie e due tazze di caffè. Gli assassini
avevano nell’aria presente la loro realtà
di fantasmi, ma non era un incubo. Era una
tranquilla gravità oscura. Per le strade
dilagavano pozzanghere di pipistrelli
suicidi e fiotti d’orina.

In quel momento Rosa fu ferita da uno
degli assassini. Non smise di pisciare,
ma io ebbi paura che morisse prima di
potermi parlare. L’assassino le si avvicinò,
era una comune faccia intravista al supermarket,
le diede una scossa leggera, lei cadde.

È triste starsene seduto ad un bar con
la sensazione che la nostra persona
non colmi nessun vuoto dell’attesa cosmica.
Per questo sappiamo che tutte le nostre sciagure
si collocano nel passato e che il futuro
non potrà portarci che dei miglioramenti.
Sappiamo benissimo però che tutto ciò
è anche falso.

La vidi mentre cadeva, mentre l’assassino
cercava di tamponarle la vulva che continuava
ad emettere fiotti d’orina nera. Poi vidi l’
assassino rinunciare. Lei capovolta con le
cosce divaricate, le braccia rilasciate.
La sedia vuota. Lei che andava e veniva
sull’onda morta dei pipistrelli impoltigliati
d’orina. La sedia vuota. Il caffè e la tazza
navigavano già lontano in una traversa
sinistra della strada principale. Il cucchiaino
restato nel piattino, sul tavolo. Mi sentii
nudo, senza neppure l’involucro di pelle,
sentii l’aria tagliarmi i muscoli e vidi
il sangue nero gocciolarmi dappertutto. E
pensai a qualcosa d’azzurro.

Divenni estremamente debole.
Feci in tempo a posare il mio caffè sul tavolo,
cadendo vomitai briciole di vetro sul piede
sinistro di Rosa. Temetti di morire prima di
poter ascoltare ciò che lei aveva da dirmi.
I miei occhi, strano a dirlo, piansero ancora
di più, m’aggrappai disperatamente ai piedi
di Rosa, le strade erano completamente allagate,
i nostri corpi venivano trasportati lontano,
ricordo che prima di svoltare a sinistra
vidi una luce accendersi all’interno del bar.

Una volta, alcuni anni prima, a Mantova e
a Verona, in due bar deserti successe la
medesima cosa che a Berlino. Impressionante
l’identità degli assassini e delle loro
azioni. Oscura è restata l’identità delle
vittime.

Saremmo affogati? Affogati nei neri prodotti
della nostra decomposizione? O era un modo
diverso di resurrezione, una maniera di dire
– NO! – agli assassini?

Dal suo interno Rosa si svuotava sempre più,
fegato ed ossa marce prorompevano fuori dalla
vagina. All’esterno la pelle restava meravigliosamente
tesa e delicata. Io aggrappato alla pelle del suo
piede sinistro avevo terminato la consunzione d’
ogni mia fibra. Di me restavano pochi milligrammi
di polvere di calcio fosforoso sull’alluce
sinistro di Rosa, il resto completamente
sminuzzato fino all’atomo andava girovagando
in quella strana marea di notte berlinese
insieme agli atomi di lei, poiché anche di
Rosa non era restato che un millimetro di
pelle sull’alluce sinistro dove io poggiavo
il mio ultimo milligrammo di fosforo.
Era un modo altrettanto bello d’amarsi.
Non il cazzo che viene a porre la sua
prepotente eiaculazione in una delle quattro
cavità del cuore, e nemmeno un braccio che
rovistasse l’utero con la mano pronta a
ghermire ovaie.
Insomma io e Rosa non avemmo bisogno
di fedi nuziali e nemmeno di vivere
nella stessa metà di secolo, non avemmo
bisogno di questi trucchi per amarci.

Saremmo affogati? Berlino, Mantova e Verona
coi loro supermarket pieni d’assassini
in miniatura ci avrebbero soffocati,
avrebbero posto fine alle rivoluzioni,
esigevano altre catarsi d’angeli?

Una sera d’estate Rosa mi fece capire
che sarebbe stato utile e bello parlare
con un geranio perché si perde la maggior
parte del tempo a parlare con fiori stupidi.

Ah! il piccolo grumo di calcio fosforoso
si dissocia e il millimetro di pelle
si disintegra allontanandosi e grido che
non voglio essere lasciato

Ah! i nostri miliardi d’atomi vaganti dentro
oscure galassie, i nostri miliardi d’atomi
solitari non s’incontreranno mai, le
probabilità sono alquanto esigue, mia
Rosa, mio amore, non potrò mai bere
un caffè con te

Ah! il nero, il nero, il nero. Ho perduto
le mani e il viso. Ho perduto tutto
il mio corpo

Ah! più niente. Solo il nero.

Non ascolteremo amici, non ascolteremo,
sappiate che le nostre due orecchie
se ne sono per sempre andate. Io
non sto dicendovi niente e non vi
vedo, come voi non potete vedermi.
Qualche volta viaggiando all’interno del
nero ho creduto di sfiorare i vostri
cuori, ho creduto di poter raggiungere
con essi la compenetrazione illuminante.
I vostri cuori mi sorrisero come dei
ciechi, se mi avessero visto avrebbero
capito che io portavo solo notte.

Due miliardi d’anni fa la nostra elettricità
viaggiava altrettanto sorda e muta della
carne di cui oggi s’è svestita.

Non potremo uscire, non potremo
entrare; il verbo essere è tutto
un maledetto imbroglio.

Allora?

Questo è il rifiuto della necessità di
dover capire, è il rifiuto della eternizzazione,
il rifiuto del sentire, il rifiuto della carne
viva e della carne morta. Per il resto
non credo assolutamente. Non
accetto nessun discorso che non parta da
un a priori assoluto. I rattoppamenti non
mi piacciono. E poi a questo punto il piacere
non è altro che un letamaio dove ronzano
mosche. Ed io mi sento una mosca dal ventre
nero e puzzolente. Ho fatto tilt.

II

Dopo aver rosicchiato tutti i vetri di
finestre. Dopo che tutto il nero era entrato.
La lotta era un dispiegarsi d’energia all’interno
del nero. Ma ora anche il nero se ne va. Resta nulla.
Ogni cosa che potrà venire in seguito la si dovrà
prima creare.

Ma innumerevoli gerani fioriti fioriti fioriti fioriti fioriti SÌ!
verrà verrà verrà il fiore atteso verrà

Qui procedendo in movimento di antico sonno
gli atomi sparsi s’incontrano, ricompongono
e scompongono stati energetici.
Noi qui perdiamo la cognizione del vuoto e del nulla.
Noi disconosciamo la materia e l’energia. Noi non pensiamo;
noi non pensiamo né l’azione, né la stasi. Non abbiamo pietre
di paragone. Noi non misuriamo. A noi in assoluto non importa.
Qui non si fa questione di nero o di bianco. Ogni relatività
non è più posta. Noi ci poniamo qui come altro.
L’atomo, l’elettrone e il quanto d’energia sono
rigettati. Accettiamo solo le risultanze dell’assurdo,
ma respingiamo l’assurdo come ipostatizzazione.
Respingiamo i procedimenti.

Qui la parola
il nome si fa
trovare solo
per dire
cose che non
siano quella
parola quel
nome

Qui così. Voi incastrate cieli. Voi rattoppate
cieli cucendoli coi voli delle rondini. E i
tetti delle case s’allungano su case microscopiche.
Voi guidate automobili con cristalli insanguinati.
Voi andate impossibilitati ad andare. Voi sollevate
veli dalle città di polvere. Voi andate via dalle finestre.
Voi cantate albeggiando sui ruderi del futuro. Ogni uomo
ha i propri due occhi su di un pianeta che non è la terra.
Noi sentiamo la sera. Noi sentiamo le città bruciare.
Noi innaffiamo muri. Noi andiamo nel cielo che è un
cimitero non dimenticato. Noi e Voi ricomponiamo.
Noi e Voi percorriamo
gradini orizzontali. Noi e Voi conserviamo il NOME
e la sua dissonanza e la sua pace.

III

Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,
dietro pensando a ciò che si preliba,
s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.

Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;
ché a sé torce tutta la mia cura
quella materia ond’io son fatto scriba.

Il bosco trasfigura tra le mille aureole
del sole cristallino. Noi non siamo mai
stati così leggeri; il fresco degli alberi
è una culla di riposante bellezza. Il cielo
non è per niente lontano. Per arrivare qui
non abbiamo percorso strade, ci siamo solo
affacciati da un balcone luminoso come per
una sospensione d’aria.


Gino Scartaghiande, da
 Oggetto e circostanza (Il labirinto, 2016)

 

Gino Scartaghiande è nato a Cava de’ Tirreni (SA), il 23 maggio 1951. Vive e lavora tra Roma e Salerno. Laureato in Medicina. Ha pubblicato: “Sonetti d’amore per King-Kong”, Cooperativa Scrittori, Roma-Milano, 1977; “Bambù”, Antonio Rotundo Editore, Roma, 1988; “Oggetto e Circostanza”, Il Labirinto, Roma, 2016, Premio Nazionale Frascati Poesia Antonio Seccareccia. Sullo scorcio degli anni settanta è stato tra i collaboratori di “Prato pagano” e tra i fondatori di “Braci” (1980-1984). Intenso il suo sodalizio d’arte e di vita con poeti e artisti operanti a Roma; tra gli altri, oltre a quelli gravitanti attorno alle due riviste sopra citate, è stato legato da profonda amicizia con Elio Pagliarani, Amelia Rosselli, Giovanna Sicari, Paola Febbraro, e, fuori di Roma, con gli artisti e i poeti cosentini di “Inonija”, la rivista ideata da Angelo Fasano. Sue poesie sono state tradotte in francese e spagnolo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *