Stefano Bortolussi, “I labili confini”

I labili confini” di Stefano Bortolussi, con Prefazione di Roberto Mussapi, riprendono la tensione epica e narrativa del libro che l’ha preceduta (“Califia”, Jaca Book 2014), riproponendone una delle figure principali nel poema “La scelta del plantigrado”, che occupa tutta la prima parte dell’opera. Tracciando un ponte inusitato tra i miti moderni del noir e del cinema americano e quelli della classicità il poema mostra un mondo di pericoli, slittamenti e metamorfosi sempre in agguato dietro schermi, tornanti e facciate hollywoodiane. La seconda parte, intitolata “Di altri spiriti guida”, partecipa del medesimo senso di meraviglia, ispirato da un universo naturale quasi panteistico, osservato ed esplorato nelle sue sorprese e nelle sue irruzioni ierofaniche.

Dalla prefazione di Roberto Mussapi

I labili confini” è un libro di metamorfosi. È la nuova opera in versi di Stefano Bortolussi, segue “Califia”, poema anche epico il cui titolo è il nome antico della California. Aura mitologica nel nome e nel poema, modernamente fluente e baluginante in un clangore contemporaneo, una riscoperta del sedimento nella realtà di oggi.
Americana ancora l’ambientazione di questo nuovo libro diviso nettamente in due parti, meglio ancora due libri perfettamente accostabili e facenti parti di un felice unicum.
Anche qui dell’aura americana emerge la realtà incessante della metamorfosi, che è poi lo spirito del prototipo poundiano e del Ponte di Hart Crane, due pilastri della poesia di Bortolussi. Continua a leggere

Stefano Bortolussi, “Califia”

 

bortolussiCalifia è un libro che la nostra poesia d’oggi aspettava. Necessario, augurale. Bortolussi qui fonde lirica ed epica in un poema potente, di ampia e profonda risonanza. Califia è il primo nome dato alla California da Cortés, toccando le rive di quella terra, convinto che fosse un’isola: la battezzò così in onore di una leggendaria regina di donne guerriere in un’isola immaginaria dell’oceano indiano.

Califia è una sorta di “viaggio a Occidente” mentale e poetico, un “tutto” poematico e in parte drammaturgico, un’immersione nel profondo di una terra vista e vissuta come luogo di meraviglie e ierofanie, in cui mito e contemporaneo si fondono: il surfer, il povero migrante messicano vittima sacrificale dal coguaro,  la musica West Coast anni Sessanta il grande regista Billy Wilder che assume la voce di Coyote, nella realtà atemporale, incantante di questa Atlantide americana. Le Metamorfosi di Ovidio, lo sciamanesimo degli indiani d’America, l’ombra di Hart Crane, il poeta del ponte di Brooklin, la lezione di Ritsos, Walcott, pochissimi altri autori “poematici” del nostro tempo, animano, in un respiro internazionale, una versificazione pacata e ardente, ventosa e narrante: un’indicazione di rotta per i poeti delle nuove generazioni: “-perché come mi ha dettato questa terra,/come di questa terra hanno scritto i suoi poeti,/ io sarò il viaggio, il viaggio sarà me.”

 

ROBERTO MUSSAPI

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