Esecuzione dell’ultimo giorno

Lorenzo Chiuchiù

L’IRREVERSIBILE

Su Esecuzione dell’ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù

di Alessandro Bellasio

Da una parte, gli scrittori con la parola giusta per ogni occasione, sia essa lieta o funesta; dall’altra, gli scrittori con quelle e solo quelle, ineludibili parole – le parole del loro destino. Perché è del destino, è della frontalità irriducibile dell’esserci, che qui si tratta. Di un musicista, randagio e geniale, bersagliato dalla verità e dalle sue apparizioni saettanti, dedito anima e corpo alla realizzazione di un progetto devastatore e senza ritorno: comporre l’ultima sinfonia, la sinfonia dell’estremo, la partitura capace di intercettare la musica delle sfere e di piegarla a sé, evocando la fine del mondo. Questa (prendendoci licenza deittica) la vicenda al centro di Esecuzione dell’ultimo giorno, primo romanzo di Lorenzo Chiuchiù, nel quale avvertiamo tutta la potenza tellurica della sua poesia, ma qui votata a un respiro, a una orchestrazione che imbocca la via, a sua volta ultimativa e totalizzante, della letteratura assoluta. E per ottemperare a questo voto, Chiuchiù decide di seguire l’eco di una storia terribile e lontana, quella di Aleksandr Nikolaevič Skrjabin, pianista russo che ebbe l’intuizione di un’opera musicale capace di far divampare il cosmo, svellendone i cardini sonori. Da questa traccia prende ispirazione il racconto, che segue poi in realtà una direzione completamente autonoma, anzitutto tramutando Skrijabin in Viktor Semënov: il nome, carico di fatalità (nomina sunt numina), della piazza dove Dostoevskij, ormai certo della fine, venne graziato.


Ed ecco allora il problema: quale lingua convocare, che possa rendere giustizia alla scintilla e alla fiammata di un materiale tanto incandescente? Chiuchiù azzarda, e, come il suo Semënov, persegue la sola cosa che valga ancora la pena di perseguire, l’impossibile. O meglio: ne viene perseguito, perché si tratta di una scrittura dove, finalmente, non abbiamo l’impressione che chi prende parola si senta a casa propria, e che ci blandisca per farci accomodare: non vediamo disporsi davanti a noi il bel salotto di un repertorio autoriale, no, qui ci troviamo agli antipodi rispetto alla letteratura-prontuario – a quella forma di scrittura, subalterna e degradata, cui ci hanno abituati decenni di pubblicazioni votate all’immediatezza mortifera della trasparenza e della comunicabilità, che nella sua cifra significa poi reversibilità dei contenuti e permutabilità degli stili. Niente di tutto questo, e non per scelta, ma per forza di cose. Qui siamo in piena guerra, il lettore è travolto fin dalla prima riga, fin dal primo giro di frase, dalla furia del testo. Ma ciò accade perché è lo scrittore, lui per primo, ad essere stato sferzato, ad aver subìto la collisione frontale con quei nuclei psichici, con quelle potenze, e ad esserne stato polarizzato. Qui non ci sono coordinate, ambientazioni, nemmeno Perugia è davvero Perugia, bensì una città mnestica – siamo in territori siderali e inabitabili, siamo nell’irreversibile e vi sentiamo soffiare il vento gelido delle forze. Tutto è unico e conclusivo, è l’elementare a prendere parola e a dettarsi: chi scrive ha il compito di trasferirne nell’idioma lo scintillio e il brivido, sapendo che non vi sarà una seconda chance. Assistiamo così allo scatenarsi di una lingua fatta di accensioni e di torsioni, di illuminazioni ed estasi fulminee, dove ogni singolo atomo prosodico, ogni componente sintattica è agitata da tensioni estreme, proprio come quell’uomo, Viktor Semënov, di cui immortala tutta la furia, l’amore e il desiderio divorante.

Letteratura assoluta, dicevamo in precedenza. Nella quale, secondo l’antico magistero hölderliniano, convergono e deflagrano, rovesciandosi continuamente l’uno nell’altro, il lirico, l’epico e il tragico. Un cammino impervio, una scrittura che vuole rendere conto niente meno che del tutto, e che di conseguenza ci domanda un’adesione totale, la stessa che si vede imposto chi è perseguito da quest’opera, la stessa che abita e perseguita Semënov, cifra e martire (testimone, come vuole l’etimo) di quel pericoloso prodigio che è sempre il manifestarsi della vera arte.

Ma quale dunque, si chiederà il lettore, avido di riscontro, la legittima genealogia, o anche solo la possibile parentela, di un’opera del genere? Ammesso sia utile munirsi di bussole là dove ogni cosa punta il nord dell’assoluto, al nostro lettore dobbiamo confessare che sarebbe arduo rinvenire qui legami vincolanti: il libro si staglia solitario nel panorama della nostra presente letteratura. E, più che di legami, sarebbe forse lecito parlare invece di corrispondenze, di rimandi segreti, perché con questo tipo di scritture non si danno in nessun caso filiazioni, ma solo premonizioni e interni rispecchiamenti, sempre isolati e irreplicabili. Potrebbero allora venirci in mente i Tarahumara di Artaud, i Cervelli di Benn; o le pagine più abbacinanti di Novalis, certi passaggi folgoranti del Lenz büchneriano. Dove a dominare è una precisa idea di risonanza e di lingua, il manifestarsi imperioso di uno stile necessario, consequenziale e inevitabile, di cui un autore non può disporre a piacimento ma che, al contrario, dispone dell’autore soggiogandolo ai suoi vortici, prima che sia di nuovo il silenzio. Un libro – e come raramente ormai accade, anche un’idea di letteratura e di arte, soprattutto pensando al percorso letterario di Chiuchiù nel suo complesso – con cui non si scende a patti, un’opera che è una scure e un vomere, che vi chiede tutto ma in cambio vi dà tutto.

Diceva Ingeborg Bachmann nelle sue lezioni francofortesi, riportando un celebre passo tratto dall’epistolario di Kafka, che la grande, vera letteratura dovrebbe essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi, un fendente in grado di ridestarci e di dirci se siamo ancora vivi oppure già morti. Così fa Chiuchù, con la sua scrittura furibonda e adamantina, così fa Semënov, quest’uomo per sempre al di là di rimedio e soccorso, sapendosi al tempo stesso incurabile e indistruttibile: testimonianza di quel sorgivo, perentorio amore che appartiene all’unica volta, all’ultima volta, che nella vita è quella dell’istante, del gesto e dell’arte.

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