Opere Inedite, Barbara Bracci

barbara bracciA cura di
Luigia Sorrentino

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Questi miei versi cercano vita nello spazio intermedio che corre, da sempre, tra terra e cielo.

Hanno origine da una certezza, la mia terra appunto, quella  campagna che ho vissuto fin da bambina, che mi ha ispirato la prima poesia ( o meglio, il primo, seppur sentito, “tentativo poetico”) e che continua a vibrarmi dentro con una quasi ancestrale nostalgia.

Questa stessa terra che ancora oggi abito, che amo, costringe ora il mio occhio adulto a una via di fuga verso il cielo, a indagare l’Oltre con uno sguardo laico, al mistero della vita.

Una sorta di mistica terrena che  provo a trattenere sul foglio, grazie agli infiniti legami visivi, emotivi e forse anche filosofici che la poesia mi offre.

Barbara Bracci

 

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E l’autunno ti viene dentro,

improvvisamente.

Ti fa su e giù in gola,

ti sconquassa le vene.

Nessuno ci crede.

Ma questa sarà la stagione

delle api e delle femmine.

 

*

 

Le onde mi corrono incontro,

ma si rompono prima.

Come un desiderio che sa

qual è l’attimo buono

per spezzare il gioco,

e rovesciare l’acqua in fuoco.

 

*

Nello sconfinamento,

si tenta l’arrampicata.

L’esistere, infine:

disegno di graffi nell’aria.

 

*

C’è un angolo remoto in te,

 in pelliccia d’estate

e  pelle nuda d’inverno.

Millimetro immenso, impenetrabile.

Raggiano acque. Vengono scintille.

Nessuno fa centro.

 

*

 

I doni della luce alla terra no,

 non sono uguali.

Poi alzi gli occhi e vedi

che non risparmia nessuno…

 

l’insostenibile infinito contropeso azzurro.

 

*

Perché è nera la notte?

Perché è una cancellatura enorme…

una somma – di voci –

senza risultato, senza soluzione.

 

*

Mossi dallo stesso vento

si tirano occhiate celestiali.

Ma nuvola e punta d’albero

non si conosceranno mai.

 

*

Tinte chiare,

monti di grafite,

 qualche tratto nascosto,

da decifrare in controluce.

Di quel che gomma-luna non cancella della notte.

 

*

Temporale.

Il cielo aveva poco tempo per amare.

Resta l’opaco delle cose fatte in fretta,

un lenzuolo stropicciato di nuvole…

la terra, che fuma la sua sigaretta.

 

*

 

Tra chi va e chi viene,

tra chi nasce e chi muore,

c’è qualcosa che non si muove,

nonostante il nome:

il Grande Carro.

Dal mio balcone, a destra, lassù.

Sopra il melo che c’è ancora

e la vite che non c’è più.

 

*

Campo di grano, cielo intatto.

Cerco il mare e la sabbia,

in questo capovolgimento di gialli e di blu.

Amore, amore in fuga…

 la nostra bomboniera è una nuvola.

 

*

 

Piove.

La stretta del cielo
fa di ognuno un riflettore.

Liquido occhio
oltre lo scarto cosmico

Noi siamo il periscopio
E fondale si spalanca.

Piove, così si scopre,

che siamo fatti d’acqua.

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Barbara Bracci è nata nelle campagne umbre, un giorno, a primavera. Ha pubblicato le raccolte Libra e Avena (quest’ultima scritta insieme a Costanza Lindi). Ha dedicato la sua tesi di laurea magistrale a uno studio sperimentale intitolato: “Poesia e marketing in Italia: problemi e prospettive“. Da tre anni è coordinatrice artistica degli eventi di poesia organizzati in Umbria dall’associazione “Casapoesia” e fa parte del “Gruppo Letterario Women@Work”. Ha collaborato a progetti poetico-letterari come il sito “Vir-Us”,  “La Biblioteca d’Oro”, “Collettivo Idra”, “Il Biblioteradio”. Ha curato, per il portale Umbriatouring, la rubrica “I luoghi della poesia”. Il suo blog personale, il Poesiabar, è un caffè virtuale dove si parla di poesia.

 

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