"Però qualcosa chiama"

Copertina Però qualcosa chiamaNota dell’autore,  Valerio Grutt
“Ero un ragazzino di tredici o quattordici anni con la passione del calcio, del rap e delle bombolette spray, quando mi trovai per la prima volta in Cappella Sansevero. Da allora quel luogo non mi ha mai lasciato in pace, ne ero fortemente attratto senza capirne il motivo. Ci andavo spesso, c’era qualcosa, un mistero, un segreto che mi si accendeva dentro al quale non riuscivo a dare parola. Forse la storia del Principe Raimondo, il genio, l’alchimista, forse la bellezza dell’architettura e delle sculture, sapevo che prima o poi avrei dovuto dire, raccontare. Negli anni successivi, perso tra mille interessi e incontri, non ci ho più pensato ma l’universo mi metteva sempre davanti qualcuno o qualcosa per tornare a ragionarci, per ricordare.
La domanda che mi fanno più spesso è: come mai ti chiami Grutt? Non è un cognome napoletano. Mi chiamo Grutt perché nel 1744 Anton Grutt de Herlen, capitano di ventura, arriva in Italia con gli austriaci a combattere contro gli spagnoli per la conquista del Regno di Napoli. Perderà la battaglia, resterà in Italia, metterà su famiglia a Napoli. Ma la notizia è un’altra: tra i colonnelli dell’esercito spagnolo c’era proprio lui, Raimondo di Sangro, Principe di San Severo. Forse un vecchio debito karmico, forse solo la mia immaginazione, ma questo ha contribuito, mi ha dato un’altra ragione per scrivere, per rendere omaggio a Cappella Sansevero, uno dei luoghi più belli e affascinanti del sud Italia. Mi sono finalmente deciso a scrivere, ne è venuto fuori un poemetto, pensato un po’ come un monologo (sarà infatti messo in scena da un attore all’interno del Museo Cappella San Severo in ottobre), un canto felice e disperato per la mia città.
Il Cristo velato non è un Cristo morto, è forse l’unica opera che ritrae il Cristo nel primo attimo della resurrezione. È un’affermazione, un’intuizione alchemica: la vita eterna. Questo Cristo non è solo il Cristo cattolico, non è esclusivamente Gesù ma l’energia di quell’amore assoluto, la forza di tutti i maestri risorti. È un Cristo di strada, vivo da sempre e per sempre. Però qualcosa chiama è un’opera laica sui dubbi esistenziali dell’uomo, sul rapporto dell’uomo con il divino dentro e fuori di lui.”

Estratto da “Però qualcosa chiama“, di Valerio Grutt
Qualcosa ha chiamato la signora
fuori di casa, quando le è crollato
il soffitto della cucina. Ha spinto
Dante nella selva oscura,
quella cosa che ti abbandona per anni
e ritorna una sera al tavolo di un bar
mentre un uomo prende a cazzotti il videopoker.
 
*
Ho visto Gesù vomitare nel cesso
di una stazione, venire al passo nero
delle ore. Con il camice da infermiere,
la divisa da pompiere, sorridermi
da un passeggino. L’ho visto tante volte
e ora non lo riconosco, questa sera
non lo riconosco. Mentre la notte
si gonfia e i ragazzi parcheggiano sotto casa.
È come non riconoscere più
il proprio nome: Valerio, Valerio,
sentirsi dire e non capire. Sentirlo
andare come se ne vanno i treni
con quel grido di motore, Valerio
e sentire le proprie ossa spargersi
nel vento. Cos’è riconoscersi?
Misurarsi le mani palmo contro palmo
e ridere dei capelli che se ne sono andati,
della pancia che è ingrassata.
Cos’è riconoscersi? Sistemarsi
il colletto nello specchio dell’ascensore
o provare a sentire la voce
in fondo, più in fondo, più in fondo
del cuore. La voce che dice Valerio,
che dice mondo, vita. La voce smarrita
che pronuncia l’alfabeto segreto.
 
*
Mentre venivo qui
c’era gente che passava
con quella voglia di scrollarsi
la tristezza di dosso, di trovare
la chiave del mazzo che apre
la porta al primo colpo.
 
I napoletani gesticolano e urlano
perché non sono stati mai capiti,
dalla preistoria alla sirena,
Napoli romana, virgiliana,
vescovile e bizantina, ma anche
sveva, angioina, aragonese
e spagnola, Napoli che vola
sulle curve dello stadio
che un giorno si chiamerà Maradona
e brilla quando ancora
si ripetono per strada le battute
di Totò e Troisi.
 
*
Ecco i cieli, i fiumi, le corse
degli autobus verso l’ignoto.
In ogni luogo si svuotano cucine,
restano pentole sul fuoco. Si alzano
i verdi campi sui monti bruciati dall’estate.
Si fermano semafori, commessi. Si aprono
braccia come ombrelli, saltano i pesci
dai secchi, ridono i bambini belli.
 
“Non ci è concessa la morte” sento piano
sono parole del guardiano che si svela
“siamo uno con lui, da sempre ci siamo
e per sempre restiamo”.
 
Ora sento il perché della corsa
so come sfuggire alla morsa
del lamento, dell’avvilimento.
Di tutto questo andare e venire
dalle camere da letto, dagli studi
dei dentisti, dei commercialisti.
Si uniranno tutti i puntini, come
in quei giochi della settimana enigmistica
e verrà fuori il suo disegno.

Foto di Daniele FerroniDall’Introduzione al libro
di Beatrice Cecaro
Però qualcosa chiama… ripete a se stesso un uomo ascoltando una voce che rimbalza come palla tra le statue, il pavimento a labirinto, la volta, gli angeli scolpiti, i santi dipinti di una misteriosa chiesa nascosta tra i vicoli di Napoli. Però qualcosa chiama… confida al custode che lo guida lentamente all’interno della Cappella Sansevero tra genìe ricordate e radici svelate. Qualcosa chiama… e non è la leggenda nera che vuole il settimo principe di Sansevero, Raimondo di Sangro, in grado di ricreare la vita, resuscitare i morti, pietrificare corpi. Non è il fascino del Principe Alchimista che cambia natura alle pietre preziose, inventa colori oloidrici, rende potabile l’acqua marina, crea una cera senza l’aiuto delle api. Non è il principe inventore che con la sua carrozza marittima naviga nel golfo di Napoli meravigliando il popolo; illumina di destino un cristo velato e vivo; veste Re Carlo di Borbone con una stoffa impermeabile; inventa una macchina tipografica capace di stampare a più colori con una sola passata di torchio; una macchina idraulica capace di far risalire da qualsiasi altezza l’acqua; un archibugio ad una sola canna che poteva sparare indifferentemente a polvere e a vento; la lampada eterna; il teatro pirotecnico. Non il Principe massone autore di libri scomodi. Non è il sussurro dei secoli che lo dipinge novello Faust più vicino a Satana che a Dio. Non la morte fisica messa in dubbio da uno sciame di dicerie e superstizioni che narrano di un corpo addormentato e fatto a pezzi da un servo distratto. Non i passi dei giudizi, gli indici puntati, i bisbigli dei lazzaroni, le esalazioni degli esperimenti, i libri occultati, la condanna della Chiesa. Non un ponte crollato per volere divino una notte di fine ottocento ma qualcosa di intimo e ancestrale si muove tra i marmi, i colori e gli stucchi della Pietatella. E’ una preghiera che si spande nell’aria intrisa di storia templare. E’ la voce della conoscenza, il richiamo dell’appartenenza che si insinua tra simboli, stemmi, principesse ricordate, fiaccole abbassate, guerrieri addormentati e angeli commossi. E’ il potente battito del riconoscimento che Valerio Grutt descrive in queste pagine mentre si appresta a tradurre l’enigmatico testamento di pietra che il Principe di Sansevero ha lasciato a chi ha occhi per guardare e orecchie per ascoltare. […]

Valerio Grutt è nato a Napoli nel 1983. Ha pubblicato “Una città chiamata le sei di mattina” (Edizioni della Meridiana, 2009), “Qualcuno dica buonanotte” (Alla chiara fonte editore, 2013), Andiamo (Edizioni Pulcinoelefante, 2013), e “Però qualcosa chiama – Poema del Cristo velato” (Edizioni Alos, 2014). Alcune sue poesie sono state pubblicate nell’antologia “Subway. Poeti italiani underground” (Ed. Il saggiatore, 2006). Sceneggiatore e regista ha realizzato video e cortometraggi, tra i quali “Paolina mia” e “Dante on the road”. E’ stato direttore editoriale della rivista “Popcorner”, direttore artistico del festival Lyrics – Autori di Canzoni e cofondatore del Centro Internazionale della Canzone d’Autore. Dirige il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e la collana di poesia Heket.

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