Stefano Raimondi, “Interni con finestre”

Stefano Raimondi

Ci sono case dove il rumore degli altri sale dai muri, dalle canne fumarie. Entra nel letto, invade la testa. Case dove la musica d’altri ha faccia crudele, denti forzuti, che trama dai vetri. E dentro una piazza di stanze si resta a tacere, per dirlo il silenzio, sperando che faccia rumore. Ma la vita fa rumore diceva il ragazzo del piano di sopra, regalandomi intensissimi attimi del suo tremare dentro qualcuno che gridava da fondamenta bellissime.

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Dicembre. Nessuno se ne accorse. Non avrebbe più visto né neve, né stelle comete. La paura scende come zucchero velato, lascia spazi vuoti: sagome di sangue con respiro. Sembrava fatto tutto di cielo il mondo, con le luminarie spezzate: una lucina sì e una lucina no si accendevano su niente, per nessuno, per caso. È adesso che potrei morire – mi dici stirandoti in un bacio. E fai finire, così, la scena di Natale, la notte, il buio dell’albero, il tuo capezzolo rovinato da un morso.

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Sembrano non servire a niente certe storie, certe parole conficcate piano. Si sentono da qui gli strappi e i piccoli centimetri di luce spostarsi sopra una finestra sporta sulla scena della scuola, del giardino, del cubo bianco con terrazza. Non cambia nulla da qui, neppure la strana visuale: quella mistura di fondali che reggono vittorie e fallimenti; quelle che portano sotto, vicino alla cantine, proprio come quando si giocava ai corpi stesi e nessun respiro veniva sprecato: buttato. Dall’altra parte c’era sempre chi guardava: spiava. Si accartocciavano, così, i giornaletti negli stipiti delle porte buie. Sarebbero restati lì per sempre. Era tutta una metafora di carne quella carta appiccicata con dentro tutti. Da lì partivano gli inferni e i paradisi, da lì nel buio: sotto la stessa via di sempre, da sempre. Continua a leggere