Giovanni Ingino, “Il marchio del tempo”

Giovanni Ingino

 

di Maurizio Cucchi

Il punto di partenza di Giovanni Ingino – qui al suo primo libro – , la sua iniziale idea di poesia, parrebbe risiedere in una normale rivisitazione della lirica, come genere primario, come cifra essenziale allo scrivere versi, anche quando il testo si muova poi in altre direzioni. Ma questo punto di partenza, pur nella sua mai del tutto esclusa presenza, non è che un modo per prendere slancio, per aprirsi, per muovere su altre e più libere e prosastiche direzioni stilistiche. Lo si vede persino dall’impostazione grafica delle sue poesie, quando l’ampiezza del verso, e dunque la maggiore larghezza del respiro, prende il sopravvento. Intendiamoci: non si tratta affatto di due momenti di diverso valore espressivo, ma di due linee di tendenza che in questo Marchio del tempo sanno coesistere senza difficoltà, senza contraddizione.

Ma, al contrario, creano effetti interessanti, musiche diverse, una più viva ricchezza, un mondo espressivo utilmente articolato. Anche perché si avverte l’esigenza di questo doppio registro, confermata, tra l’altro, da un ulteriore elemento che anima il tutto, e cioè quello di una circolante attività di pensiero che si esplicita subito, fin dalla poesia che introduce il libro, e che coinvolge addirittura la filosofia di Pascal. Insomma, Ingino procede per immagini e figure, per situazioni concrete e tensione lirica, ma l’efficacia del suo apporto è garantita, essenzialmente, da un filo rosso interno di carattere meditativo che aggiunge spessore e dunque maggiore sostanza. Ma oltre a questo, o come sua naturale prosecuzione o spinta verso un altrove che spesso risiede semplicemente in noi, c’è l’idea di un cammino verso Santiago, di una ricerca di matrice mistico-religiosa, anche come risposta (seppure mai definitiva) alle innumerevoli domande disseminate in modo implicito (ma non solo) nei percorsi della raccolta. Ingino si muove stilisticamente con equilibrio e maturità, passando, come abbiamo visto, da una versificazione tendente a seguire o sottilmente trasgredire le misure tradizionali, a una dilatazione del fiato e appunto del verso, che sconfina in soluzioni a un passo dalla prosa. Fino alla composizione di un vero e proprio microracconto su un personaggio della memoria familiare. Insomma, un esordio senza impacci, senza incertezze, controllato nello stile e felicemente comunicativo.

 

*

Sequeri

 

Ho perduto, vivendo, tutto ciò

che bisognava perdere

senza volere, certo,

spesso anche contro la mia volontà.

E di tutto quello che ho perso,

oggi ho perduto persino il ricordo

tanto che neppure so dire

se sia mai davvero esistito.

E mi ritrovo qui, le tasche piene

di cose che non riconosco

cose di cui non mi importa più nulla

nemmeno se le dimenticherò.

Perché solo ciò che ho smarrito

è, è stato e sarà, per sempre mio.

 

*

 

Diramazioni

Adesso che non posso dire di aver scelto.

Se indietro mi voltassi a quell’attimo

divelto come un fiore divorziato

e poi guardassi giù dai rami,

fino a terra, ai rabeschi stami

e alle stagioni consumate

e tu mi domandassi quanti bivi

ho trascurato per riuscire a stringere

quest’ultimo germoglio, nella bocca

lo terrei come se fosse un figlio.

*

 

Punti di vista

“quando considero la breve

durata della mia vita, assorbita dall’eternità che la precede e da quella

che la segue, il piccolo spazio che occupo e che vedo, inabissato

nell’infinita immensità di spazi che ignoro e che mi ignorano, mi

spavento e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non c’è

motivo che sia qui piuttosto che là, ora piuttosto che un tempo”

(Blaise Pascal, 64)

E se avesse ragione Pascal?

 

Un rivolo smagrito dalla sabbia

relitti di un tempo trascorso

amuleti esposti all’oblio

dei trapassati di domani.

Argonauti senza mito fluttuanti

tra due estremi.

 

Di noi l’eco

prenderà il ricordo,

le compagnìe, la cicala misteriosa

attaccata al suo albero

– il Grande Disegno … –

l’attimo di bellezza si farà

silenzio, la tua misura, la mia,

inizio, fine, cielo, nuvole, polvere,

Nulla.

 

Fintanto che, sul fondo

breve del bicchiere

un moscerino Penserà.

Da: Il marchio del tempo, Giovanni Ingino, Lietocolle 2017

 


Giovanni Ingino
è nato a Milano il 1° ottobre 1962; laureato in giurisprudenza, ha conseguito premi e riconoscimenti in numerosi concorsi nazionali e internazionali. Compare in diverse antologie e libri di poesia (I Poeti dell’Adda, 2014; Premio Mondiale di Poesia Capoliveri 2014 e 2015; Poeti italiani del nostro tempo – Ed. Anscarichae Domus, 2015; “Lezioni di Poesia” di Tomaso Kemeny – Ed. Arcipelago 2015).

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