Maurizio Cucchi, “Poesie 1963-2015”

Foto_CucchiE’ in libreria, il nuovo Oscar Mondadori con tutte le poesie di Maurizio Cucchi a cura di Alberto Bertoni.

Dalla Prefazione di Alberto Bertoni

L’opera di Maurizio Cucchi costituisce, come pochissime altre esperienze della poesia del Novecento, un vero e proprio Canzoniere, quasi un romanzo, costruito a partire dall’esordio con “Il Disperso”, pubblicato per volontà di Vittorio Sereni.

coposcarI suoi componimenti non sono tuttavia monolitici, ma alternano di fase in fase, di situazione in situazione, un carattere più oggettivo o più onirico, dialogico o psichico, un tono più lirico o narrativo, ironico o patetico. Ciò che accomuna questi versi, nell’arco di mezzo secolo di poesia e di riflessione sulla poesia, è da un lato il forte radicamento di Cucchi nella “scuola milanese” e nella sua generazione, quella dei nati all’indomani della guerra, cresciuto tra i fervori del boom economico e del ’68; dall’altro il rifiuto di elevare la fisionomia anagrafica dell’Io poetico a mitologia di sé. Punto di partenza rimane sempre un robusto realismo lombardo aperto all’esplorazione dell’interiorità. Mosso contemporaneamente da forze centrifughe e centripete, questo libro – curato da Alberto Bertoni offre il ritratto più completo di un flâneur milanese e contemporaneo.

 

 

ESTRATTI DA “MALASPINA” di Maurizio Cucchi

Ho imparato a esprimere gli umori –
anche gli umori forti – senza camuffarli.
Senza infingimenti.

Mi godo brevi soste felici
di sospensione e improvvisa
adesione. Mi oriento
verso un mondo più affabile
e poroso.

* * *

Mi muovo verso strati
sempre più occulti, come
un archeologo, o un operaio
che manovra, nell’ignoranza
senza fine delle tenebre,
verso residui fossili, e rivoli
nascosti, mentre trabocca
la sua realtà geografica
di intrecci collettivi, emblemi
o approssimazioni di altri
molteplici intrecci sconosciuti.

* * *

La mia memoria, infatti, è una cantina
e nell’umido dei suoi muri marci,
sgretolati, sento l’impronta strana,
invisibile dei defunti, delle loro mani,
come nei sordidi recessi nascosti
albergano funghi, mucillagini e insetti,
topi che guizzano e acute muffe.

* * *

Innumerevoli sono i sosia
ovunque sparsi e si susseguono
e mi confondono, colpevoli,
in quelle misere tracce scollate
di identità, la mia, nel mondo.
Io stesso, infine, altro non sono
che un comune esemplare,
appartenente a un gruppo,
a una tipologia scontata,
come milioni. Di chi, dunque,
sarà mai la colpa, nel soma
e non di meno nel pensiero?

* * *

Vorrei nuotare nel brodo di gallo,
vorrei avere un cappello fiorito
e uno scialle, una maschera bianca.
Vorrei avere il passo leggero,
ballare anch’io con i ceffi nel borgo.
Vorrei invitare le vecchie affacciate,
cantare e ridere tra i volti grinzosi
e arrossati che vedo nei vetri
dipinti dall’estro violento,
dalla mano dell’artista che canta,
opaco e potente, la terra.
Vorrei portare un berretto
a sonagli…

* * *

In questa strenua gerarchia animale
quanti si azzuffano per il diritto
al primo posto all’ora della ciotola?
Prima che questi lucenti palazzi
verticali siano infine infestati dai topi.

* * *

Ma che cos’è Malaspina? Una voce,
una strana parola, il laghetto
che passava fresco nella stanza buia,
per il ristoro verde di una gita aerea.

Lo rivedo adesso nel gelo, nel bianco
totale, in un estremo paesaggio ghiacciato,
siberiano, alla fantasia, che si compiace
di un’escursione che il tempo ha già ibernato.

* * *

Facevo di corsa il ballatoio,
innamorato dell’esplorazione
già minima, eppure inesauribile.
Davo un’occhiata alle finestre estive,
alla vaschetta dell’acqua contro il muro,
sbirciavo il poggiolo dei Mainardi
e lei, che rimagliava le scrolére,
fino al sordido buco della vecchia,
povera diavola nei suoi pidocchi,
povera Angiolina sdraiata sui lastroni.

* * *

Nel tempo che invece non esiste
che è un’illusione o solo svolgersi
ordinario di un sé fino a maturazione
e fine, sbando definitivo e arresto
per lo spin del misero soggetto
nel paradosso semplice del mondo,
giacciono strati, subsidenze, depositi
di inesplorata materia remotissima.

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Maurizio Cucchi è nato a Milano, dove vive, il 20 settembre 1945. È consulente editoriale e pubblicista. In poesia ha pubblicato: “Il disperso” (Mondadori 1976 e Guanda 1994), “Le meraviglie dell’acqua” (Mondadori 1980), “Glenn” (San Marco dei Giustiniani 1982. Premio Viareggio 1983), “Donna del gioco” (comprendente anche “Glenn”, Mondadori 1987), “Poesia della fonte” (Mondadori 1993), “L ‘ultimo viaggio di Glenn” (Mondadori 1999), “Poesie 1965-2000” (Mondadori, 2001), “Per un secondo o un secolo” (Mondadori, 2003), “Jeanne d’Arc e il suo doppio” (Guanda, 2008, “Vite pulviscolari” (Mondadori, 2009), Malaspina, (Mondadori, 2014), “Rebus macabro” (Edb Edizioni 2014), “Sua Eminenza verbale” (Stampa2009, 2014). Ha curato un’antologia di “Poeti dell’Ottocento” (Garzanti 1978), il “Dizionario della poesia italiana” (Mondadori 1983 e 1990), e, con Stefano Giovanardi, l’antologia “Poeti italiani del secondo Novecento” (Mondadori 1996). In prosa: “Il male è nelle cose” (Mondadori, 2005), “La traversata di Milano” (Mondadori, 2007), “La maschera ritratto” (Mondadori, 2011), “L’indifferenza dell’assassino” (Guanda, 2012), “Il ritmo della città” (Meravigli, 2015). Ha tradotto dal francese opere di vari autori tra i quali Stendhal, Flaubert, Lamartine, Villiers-de-I’Isle Adam e Valéry.

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