Stefano Guglielmin, “Ciao cari”

guglielminAvvertenza al lettore
di Stefano Guglielmin

In questo libro si parla di persone. Ne Il mondo visto da dentro, la lingua si piega in un’intimità dialogica con i cari estinti, cercando chiarezza, la messa in forma del lutto e del suo superamento. Sperimentare, qui, significa lasciar-essere la distanza che mi separa dai defunti, ma anche riappropriarmi di un vissuto rimosso, senza turbarlo con la violenza di costruzioni formali metaletterarie. In tal modo, l’io storico ribadisce un diritto di esistenza, ma lo fa con la debolezza di tutte le strutture pervase dall’ombra, attraversate dall’alterità, senza pretese di dominio sul fatto e sulla sua carica emotiva spiazzante.

I testi de Il mondo visto da fuori sperimentano con maggiore libertà, modulandosi sullo stile delle figure nominate o cogliendone ossessioni, atteggiamenti, circostanze. La pluralità del dire nasce dalla fedeltà all’oggetto, dal calco che esso produce sul canto, deformandolo, a volte sino ad annullarlo, altre volte esaltandolo. Questo significa che sublime e antisublime, liricità e prosaicità, scrittura denotativa o connotativa, si danno ogni volta da capo nel singolo testo, a seconda di variabili non previste, bensì che scaturiscono dall’incontro con l’oggetto, ne sono la conseguenza. Sullo sfondo di entrambe le sezioni, la fiducia che qualcosa di prossimo all’autenticità si conservi nel dire così concepito. Un’autenticità depotenziata, residuale eppure tenace nel trasmettersi di lettura in lettura. E che pertiene non tanto all’io quanto alla specie, in ordine al desiderio, alla paura della morte, all’esilio antropologico, del quale non disponiamo la risoluzione e per questo, forse, scriviamo.

 

ESTRATTI

Da “Ciao, Cari“, di Stefano Guglielmin, Edizioni La Vita Felice, 2016, (13,00 euro)

Dalla sezione Anonimi

Anonimo (dilaniato)

L’albero della carne, con il frutto nato da padre&madre morti
e dissepolti. Potrebbe essere un mirto o l’arancio che fa da gancio
al braccio: c’è un tozzo di muscolo brachiale e l’ulna capovolta
che s’infoglia, un boccone piccolo impigliato e un rosso
come di mattone misto a merda; il fecaloro non si vede
e così il verme a cui s’ammoglia.

* * *

Anonimo (commensale dell’EXPO)

C’è sempre un lampo
insostenibile, una crepa
che ricorre e resiste
in ogni lauto pasto
incrina l’aureola alla festa
mentre vorresti, fra i
commensali, una parola
onesta, un giro
concavo che attraversi
un bosco senza lupi.

In controcanto
si muove un’energia buona
dentro la mano, che ama
tuberi e verdure; il mondo
terzo ci posa il labbro
su quella luce, come sul miele:
per qualche mese
almeno, l’opera si compie
salda la sua crepa.

* * *

Anonima (a Castelporziano)

Ricordo Bellezza a Castelporziano
e una tossica quando chiese alla Rosselli:
“Come fai a sentire così, come fai?”

Nei cavi che gli Area diffusero
a Milano, nel settantasei, la voce dei corpi
in piedi dentro le spine

mentre Artaud morì seduto, dopo cinquantuno
rime sul tappeto, con la sua scarpa in mano
avvelenato o perché, dopo lo Sterminio,
non può che vincere il rumore.

Eppure lei, come fa a sentire così
alla quinta edizione del nostro errore
di essere qui, in via di trapasso
o di estinzione, come fa

Amelia, come fa, lei, ancora a cantare?

* * *

Anonimo (in epigrafe)

È sempre bella la foto in epigrafe:
nessun buio alle spalle e sorriso e
luce. Il futuro nel lampo degli occhi
mentre la morte sale dai piedi
là dove non guardiamo, non tocchiamo.

* * *

Anonima (folla)

Tanta gente con la bava alla bocca, ovunque:
l’uomo è fangosa corrente, polta che discende
ai margini, da infelicità mossa. E natura
suona a una casa vuota.

* * *

Anonimi (paesaggi da facebook)

Un bambino senza gambe, la selva di palazzi
il dettaglio della carne con i vermi, un culo
di donna, un muscolo, il bosco d’autunno
la biondina con le trecce, la cassata siciliana
il selfie, l’inclinazione sessuale, l’ozono
il caffè d’orzo, l’assenza di grassi, le arance
rosse, l’OGM, la strage di foca bianca
una poesia della Dickinson, i girasoli, lo sponsor
che ti bacia la guancia e sorride.

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ciao_cariStefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI), dove vive e lavora come insegnante di lettere. Laureato in filosofia, ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (1985), Logoshima (1988), come a beato confine (2003), La distanza immedicata / The immedicate rift (2006), C’è bufera dentro la madre (2010), Le volpi gridano in giardino (2013), Maybe it’s raining. Selected poemes 1985-2014 (2014) e i saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (2001), Senza riparo. Poesia e finitezza (2009), Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (2011) e Le vie del ritorno. Letteratura, pensiero, caducità (2014).
Ha pubblicato anche racconti; l’ultimo, per un editore rumeno, si trova in L. Liberale (a cura di), Père-Lachiase. Racconti dalle tombe di Parigi (2014).
Membro della Società filosofica Italiana. Dirige le collane di poesia “Laboratorio” per le edizioni “L’Arcolaio”, “Segni” per conto de “Le Voci della Luna” e, assieme a M. Ferrari e M. Morasso, “Format” della “Puntoacapo Editrice”. Gestisce il blog di poesia Blanc de ta nuque.

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