A Marsciano presentazione di “Stellezze” di Paola Febbraro

Appuntamento

La Biblioteca comunale di Marsciano (Perugia) “Luigi Salvatorelli” ospiterà venerdì 23 novembre 2012 alle ore 17.30 la presentazione del libro di poesie “Stellezze”, edito da Lietocolle e dedica a Paola Febbraro una nuova sala della biblioteca.
La raccolta di versi “Stellezze” è un’opera pubblicata postuma.
Paola Febbraro – nata a Marsciano il 9 gennaio 1956 – è infatti scomparsa a Roma il 22 maggio 2008, all’età di 52 anni.
Paola Febbraro ha partecipato nel 1979 al Festival di Castelporziano come ideatrice e redattrice di Quotidiana di Poesia. Con la silloge “Turbolenze in aria chiara” è stata finalista del Premio Laura Nobile nel 1994. Sempre nel 1994 ha curato per la rivista Galleria, “Lezioni e Conversazioni” con Amelia Rosselli, nel numero monografico a lei dedicato. Paola Febbraro è stata una poetessa dalla raffinata sensibilità che ha cercato nella poesia le forme di una scrittura universale capace di essere compresa da tutti e intuitivamente interiorizzata. Alla serata sarà presente la curatrice del volume Anna Maria Farabbi.

La presentazione sarà intramezzata da una performance musicale a cura dell’Istituzione Scuola comunale di Musica “Fabrizio De André”. Al termine dell’incontro si svolgerà la cerimonia di intitolazione a Paola Febbraro di una sala lettura della Biblioteca comunale.

Dalla presentazione a “Stellezze” di Anna Maria Farabbi
Il 17 luglio 1995, Paola Febbraro mi scrisse una lettera, in qualità di redattrice di una rivista fondata all’interno dell’Università La Sapienza di Roma. Aveva avuto il mio indirizzo da Milo de Angelis. Voleva dei miei inediti e, soprattutto, conoscermi. Una ventina di giorni dopo, la sua seconda lettera mi offriva confidenze e percorsi di ricerca.

Anche io sono umbra, sono nata a Marsciano anzi ad Ammeto una frazione a solo un chilometro dal paese (credo che oggi tale distanza sia stata completamente risucchiata). Sono nata in una casa sopra un mulino e poi trasportata a Roma e qui sono vissuta e vivo. Ma ho trascorso parecchie estati ad Ammeto, in campagna. I sapori gli odori i colori che mi porto dentro sono quelli e credo che questo sia un motivo in più per cui le tue poesie mi “rintronano” dentro.

Mi sono fatta leggere le ninna nanne da mia madre che è molto attaccata alle sue origini umbre. Sono andata a trovarla a Sermugnano, un piccolo paese dell’alto Lazio, vicino ad Orvieto, dove i miei per fortuna hanno comprato una piccola casetta, e così di notte me le ha lette tutte, sapevo che sarebbe stata contenta di risentire il suono di certe parole.

Ti mando quindi con piacere questo piccolo corpus poetico “e forse io ti chiamo amore” per farmi conoscere da te. Ti mando anche questo trittico a cui non so dare titolo ma che percorre le tappe di una mia adesione alla vita e alla poesia e che, guarda caso, inizia sulla cima di un sassoso Monte Peglia.

Nella lettera, Paola cita le mie ninna nanne scritte in dialetto. Leggendola, mi colpì, in particolare, la relazione tra figlia e madre, quel passaggio intimo della poesia, che io considero una delle grazie più rare che possano accadere nella vita di un’artista.

Dopo la morte di Paola, la madre Giovanna mi ha chiamata, affidandomi l’officina degli inchiostri della figlia, nell’urgenza che continuassero a respirare, viaggiando verso una pubblica¬zione nuova.

Anni prima, Paola inoltrò a Michelangelo Camelliti una sua raccolta dal titolo AMICIZIE. Il 7 agosto 2006, l’editore le scriveva la sua valutazione positiva, stendendo la sua proposta di pubblicazione. Così, mi è sembrato naturale, d’accordo con la madre, coinvolgere Lietocolle.

Manca sempre qualcosa per onorare l’altare dei profumi. Entrare in casa d’altri e toccare le impronte digitali di chi ci ha abitato emoziona, spesso sconvolge. Questo mio impegno tra le carte di Paola Febbraro, oltre a ripercorrere il lungo filo intenso della nostra amicizia e del nostro baratto da poesia a poesia, mi ha investito del drammatico peso della sua opera: anni, mesi, minuti del giorno e della notte respirati nella passione e nel precipizio, fondando una salda, indiscutibile qualità che esige rispetto, diffusione e visibilità.
Ho accolto con amore questo impegno perché credo che ciascuno di noi debba essere responsabile delle creature che porta dentro, del loro fare, della loro opera, nel senso che ne e è erede, testimone e voce di trasmissione.

L’essenza di Paola Febbraro è composta, secondo me, da due semi potenti:
la sua interità di creatura immersa totalmente nella poesia, fuori da qualunque mercato, commercio, compromesso letterario e il suo orecchio assoluto, insonne, inquieto, tragico e tenerissimo e, allo stesso tempo, sensibile e irritabile fino allo spasimo e alla contrazione.

Non voglio scrivere in queste prime pagine una mia radiografia critica. Preferisco che sia Paola stessa a farsi incontrare frontalmente, senza alcuna mediazione.
Ho ripensato ad una notte di molti anni fa, trascorsa nel cuore di Bologna, insieme a carissimi amici: Paola ed io, parlando, condividevamo la certezza che il canto si offre da solo, da solo con l’ascolto di chi gli va incontro.
Per questo, ho scelto quattro sue lettere tratte dalla mia corrispondenza e da quella con Vittoria Ravagli (che qui ringrazio per la sua partecipata collaborazione) e, ultimo in ordine, un testo quasi epistolare CLIMA VITAE, pubblicato in Plurabelle, (cfr. nota). Attraverso queste cinque lenti d’ingrandimento leggiamo la concentrazione permanente di Paola, in un coinvolgimento esistenziale e affettivo totalizzante e sfibrante. L’urto con il lettore è immediato e irrimediabile: mette a fuoco il fuoco della sua poesia, l’apertura generosa, il bisogno di una solidarietà di ricerca, di condivisione, di crescita, di confronto nell’esplicito segno femminile.

Le poesie che seguono sono in parte interamente inedite, mai pubblicate in volume, a volte sono apparse in riviste, ormai introvabili. La maggior parte sono testi inviati a me personalmente, alcuni a Vittoria Ravagli, all’editore Camelliti, o conservati tra le sue carte.

Lavorando nel suo archivio, ho potuto constatare l’abitudine di Paola nel trascrivere estratti da opere altrui per trasmetterli con entusiasmo di condivisione, o il ribattere a macchina o a computer incessantemente proprie scritture, con varianti anche minime e sottrazioni. Come a cercare, in modo esasperato, memoria, limpidità e precisione.

Sempre, forte attenzione al vocabolario e alla lingua, intesa come patrimonio organico, con l’intento di declinarla in modo nuovo, al femminile, attraverso una cultura interiore che si riappropria lentamente e poeticamente di un’identità profonda, arcaica, originale. Anche, soprattutto, vivendola nella scansione di un tempo quotidiano, volendo mettere in discussione abituati comportamenti e usi linguistici. Lei stessa cita la chiave dei suoi studi: Irigary, Gimbutas, Zambrano.

Le note finali del libro cercano di completare il tracciato di lavoro dell’autrice.

Il titolo stellezze è tratto da un neologismo di Paola creato nella poesia Febbraio 1999.

La copertina è stata disegnata da Paola. Rivela la sua ironia e giocosità che non tutti conoscono.

Qui stringo a me Vittoria Ravagli, Elio Talon, Andrea Trombini, Marco Ribani, Raffaella Raponi, con cui ho condiviso il dialogo amicale con Paola, passeggiate parole soste.
Più di tutti, abbraccio e ringrazio la madre Giovanna Febbraro (negli ultimi tempi Paola si firmava con una doppia F puntata, a significare il doppio identico cognome della sua famiglia paterna e materna) a cui si deve la pubblicazione di quest’opera.

Ho ritenuto indispensabile rispettare le scelte di scrittura di Paola Febbraro, segni che al lettore, a prima vista, possono sembrare refusi e che, in realtà, aderiscono filologicamente al testo originale dell’autrice.

da “Stellezze” di Paola Febbraro

Cara,
ho finito appena di leggere poesie scritte da una donna una sezione delle quali si titola
Maternità
ma non è di questo che ti volevo parlare volevo dirti
lasciati abbracciare
fidati di me
prova a farti prendere la mano e ad attraversare il bosco insieme ad un’altra donna

niente niente niente e nessuno può essere così concretamente vero per una donna come
l’abbraccio di un’altra donna
l’ho scoperto da poco e ho voglia ecco sì di gridare che niente niente e nessuno niente niente e nessuno è stato così rivoluzionario per me
quanto avere fiducia in un’altra donna a
llora
allora
cara
io adesso piango cioè verso lacrime no non è vero io lascio scivolare le lacrime le faccio uscire fuori
questo pianto è necessario
questo pianto è necessario per sapere quanto quanto quanto ci è mancato l’abbraccio di
nostra madre
ma anche e soprattutto quanto l’abbiamo anche rifiutato l’abbiamo cercato altrove soprattutto l’abbiamo cercato negli uomini
ma senza l’abbraccio della madre non ci può essere rapporto d’amore scambio di affetto con gli uomini
e anche l’abbraccio con la madre significa, lo capisco solo ora, accogliere in maniera
diversa la pazzia

io trovo una mia determinazione solo in questo o almeno mi si ripiantano i piedi in un luogo dove mi sento di esistere che mi appartiene

è vero, sembra a volte che sempre dobbiamo salvarci la vita non è
non è con le lacrime in bocca che posso venirti a trovare

questa immobilità
centrale
che dà la scrittura

ottobre 1996

Come ti ho detto mi sono messa, ritrovata-forzata ma di bella forza, a guardare/leggere versi-appunti da un inizio – per me poetico, di scrittura che diventava poesia: struttura linguistica del respiro e di una storia.
Il libro, opera grande piccola che sia non importa ora, è sì nelle mie mani ma lascio che navighi dentro e fuori di me. Lo faccio, è un fare e non più un contemplare.

Ho un progetto, per me è parola importante non so dirti ora carnalmente cosa sia,
so solo che saperlo significa per me poter andare indietro anche molto e ritrovarmi in quel che ho sempre scritto da … allora ma non basta significa come tu una volta scrivesti: la direzione: la mia mi viene da chiamarla rigenerazione: è una fase certo, è una pianura, è la mia immersione e poi la superficie, il contatto, il rispetto
(che forse il segno del capricorno non abbia quella coda di pesce? sì ce l’ha, ne sono felice) in questa rigenerazione ce n’è un’altra di parola da macinare – un confronto -:
sperimentazione
i miei maestri primi in scrittura o poetica i primi innamora¬menti o quelli che ora mi piace ricordare perché li sento miei: i surrealisti, i dada, i futuristi russi. Poi l’incontro con il “genio” di Gertrude Stein questa mastodontica nonna seduta in poltrona che scriveva anche insieme ai pittori cubisti. Poi è venuto Burroughs – l’americano che per certi versi ora dico è stato come la versione maschile di G.S. e quindi dico senza astio con più “seguaci” della Stein. Burroughs è stato l’incontro con l’origine della scrittura (per lui atzechi e maja) scrittura: segno che è anche magico e mi ha detto, anche violentemente, quanto le parole scritte e dette possono fare anche del male perché le parole fanno. Periodo di viaggi chiamiamoli psiche¬delici anche. Poi ho vissuto del dolore forte. Anche per questo. ma non ti sto a tampinar la mente.

ho come un vuoto di memoria e lo rispetto.
Poesia allora è venuta dopo come un respiro: l’incontro prima con la poesia di Amelia che in questo vuoto doloroso mi ha fatto respirare e risalire, anche, poi l’incontro anche con lei di persona, il suo consiglio, l’aiuto. E qui la mia storia è molto densa, troppo … contemporaneamente incontro
Pagliarani, vado al suo laboratorio di poesia. Io non lo conoscevo come poeta intero, intendo. Avevo fatto drammaturgia di un suo testo teatrale che a lui, come s’era messo in scena era piaciuto. Lui mi disse delle mie prime poesie (così le chiamavo e le chiamo ancora) belle davvero. Io mi spaventai insieme ad esserne contenta, lo nominai dentro e fuori di me maestro nel mio cammino verso la oggi conquistata coscienza del mio lavoro. Pagliarani è stato quello che ha detto una semplice cosa a cui ho sempre in cuor creduto poeta è artista e così raccontava la storia della poesia.
Così nel suo laboratorio primavera 88 finalmente imparavo a rapportarmi con la storia della poesia che mi piaceva e insieme conoscevo la sua poesia e le motivazioni etiche e di struttura.
Pagliarani poi invitò Amelia (e solo Amelia) come ospite d’eccezione ed eccezionale perché ci parlasse della metrica. Io ero piccola, spero che tu capisca, e stavo anche molto “male” ero densissima e ingarbugliatissima … dico questo incontro Pagliarani e la Rosselli perché a leggerli sembrano così diversi o agli antipodi ma solo, cara amica, nei libri o antologie.

Questo insegna così tanto, non trovi?
Da allora ho cominciato a leggere tanta poesia direi quasi esclusivamente poesia soprattutto mi sono aperta agli italiani: Saba e poi la Dickinson naturalmente la Achmatova, Hilda Doolittle, tutta la Rosselli, Rilke, San Francesco, Cavalcanti … le donne. Un bacio a presto.

Febbraio 97

Sto pensando alla differenza tra un poeta che ‘canta’ e un poeta che scrive. Nel senso che all’origine non c’è solo il ‘cantore’ ma anche la figura dello scriba.
Altrettanta Sacra
forse lo Scriba ha a che fare di più con la Legge con il Libro
forse lo Scriba scrive la Parola di Dio o della Legge
penso alla Bibbia al Corano al Libro dei Morti etc.
ci sono poeti ‘scriba’ e poeti ‘cantori’
poeti che hanno un rapporto con il Libro
e altri con l’Emozione

“mi capisco molto meno quando parlo che quando taccio” scrive Hugo von Hofmannsthal
Anche io, e dico, ma guarda un po’,
il Tacere il Silenzio serve per rapportarsi a se stessi e non agli altri, banalità certo
ma il fatto è che non c’entra il rapporto per Hugo c’entra solo il Capirsi tra sé.
Perché Capirsi è così importante? Così capitale?
Io ho così voglia di non capirmi ma di sentirmi. Di comportarmi.

Corrado Bologna a introdurre la citazione scrive:
“tacere è l’unica maniera per lasciare sedimentare la voce interiore della
coscienza”

ed io mi chiedo: possibile che la Voce Interiore sia sempre e solo Coscienza?
Sia sempre collegata alla Coscienza. Possibile che la Voce Interiore non possa essere il profumo della terra bagnata dalla pioggia, l’odore dell’erba secca…?

Poi Cacciari che dice:

“La Voce non ha luogo proprio”
Ma come è possibile se viene dal corpo? ops scusa cacciari la voce tutto maiuscolo!!…voce di coro: e te pareva!!

Invece ho visto un concerto di musica indiana dove i due musicisti mentre suonavano dialogavano con gesti della testa e sorrisi. C’era una tale gioia ma anche una tale come ‘furbizia’ tra loro, come se si dicessero ogni tanto: ‘guarda qua che stiamo facendo, incredibile’ ‘senti qua come l’abbiamo fatta uscire fuori sta Forza di Gravità, sto Giro … di di …
ed era
tabla e ‘specie di mandolino a corde’
i due insomma
e così forte e bella e erotica era la sensazione di star guardando due uomini che stavano compartecipando in diretta della
Fisica Chimica Astrologia della Terra e del Sistema Solare e ancora più là e più qua, tra uomini
E’ così … gli indiani sanno vivere la costruzione e la distruzione.
Mi piacciono molto.

24 luglio 2000

1 pensiero su “A Marsciano presentazione di “Stellezze” di Paola Febbraro

  1. Ciò che mi colpisce è la sua totale dedizione alla poesia, una dedizione che ne brucia ogni energia, e che, per fortuna, collima col suo progetto di vita, poiché oltre la poesia, per lei, c’è…ancora poesia o il…deserto. Di poesia si nutre e con la poesia, e solo attraverso di essa, si rapporta con il resto del mondo, tuttavia sempre di un mondo …poetico, che legge o fa poesia. La sua essenza o ragion d’essere è…incenso che brucia sull’altare della poesia. Alla poesia è ancella interamente votata, con lucida consapevolezza. Nei versi si avverte un’ansia di scrittura… come un bisogno di respiro, un bisogno d’aria.

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