Un’anticipazione dalla raccolta inedita Aspettiamo la mezzanotte

Alessandro Moscè foto di proprietà dell’autore
Qui c’è aria di aldilà,
di più non so dire.
Qui sembra tutto finito
e se mi dicessero
che il vento è il mio fiato
ci crederei stringendomi a me
per l’ultima volta.
Invece domani mi sveglierò
alla solita ora
da questa morte provvisoria
che viene a parlarmi
di notte, quando si annoia.
E’ discreta, non mi chiede
di seguirla nel crepuscolo cinereo,
sa bene che si nasce e si muore
più volte senza scongiuri,
fino all’alba.
La morte entra ed esce da me,
mi acquieta, non ne ho paura
***
L’insegna del benzinaio spenta,
l’aria che si profilava sopra le pompe automatiche
per noi familiari in processione, quasi addormentati
tra i palazzi ocra del rione,
camminatori da vivi e da morti,
riconosciuti nelle aperture dell’orizzonte
appena coperte dai cortili con le panche,
dalle luci basse e palpitanti
di un’ora stanca,
in una via traversa di Fabriano o di Ancona,
trascinati in un aldilà di arazzi,
come fossimo nelle strade marchigiane
tra chi cambia l’olio e i filtri alle utilitarie
nelle stazioni di servizio fuori dal mondo
***
L’acqua guizza nella bottiglia,
nei bicchieri da viaggio rovesciati
sotto questo manto di cielo sporco
che assembla i vagoni del treno,
le poltroncine dove rimangono
le borse con la chiusura a zip
per le unghie laccate delle signore.
Il riflusso di istantanee
scandisce minuti e ore,
un conto lento nella tratta,
esiliato dai finestrini.
Ogni coscienza è un destino,
una distrazione e un dolore
di vite senza fuoco:
è questa la stagione rapida sui valichi
che sovrasta ogni uliveto umbro
e un grumo di ossessioni risucchiate.
Ma se lei si alza non smette di salvare gli occhi
nei fianchi arrotondati
all’altezza del taglio della camicia,
nel movimento che oscura il sacerdote.
Non rispondere mai, amore,
e non smettere di pregare per te
***
Un bracciale di pelle corre lungo la schiena,
in un tonfo di parole
per chi agita i passi tra i corridoi lucidi
e indossa il camice nel battere fiacco delle ore,
nel dramma della notte di un reparto
quando le corsie vacillano di voci tronche,
di volti rimossi dal male,
abitatori di un soffitto e niente più.
Ma i tuoi capelli si annidano nella catenina,
risalgono dai riflessi violacei dei vetri
e sconfinano nel collo ombrato.
Sotto quel camice c’è sempre una stella invisibile,
un sorriso castano e un viaggio lontano,
l’uscita serale quando cade la pioggia
che bacia il freddo,
alleato invincibile prima del sonno e dopo l’amore,
quando non ci si parla per cinque minuti
e i cellulari rimangono spenti
dentro la borsa e nella tasca,
nella mezzanotte della domenica degli stadi Continua a leggere






IL VOLUME
«Sono venuta a confessare un delitto». È una creatura docile e gentile a proferire questa frase terrificante. Si chiama María, ha la fissità di una statua e negli occhi una luce ardente, la stessa dell’isola da cui proviene. L’agente di polizia che in Questura redige la confessione, pur intuendone la pericolosa ambiguità, resta ammaliato e desidera immediatamente conoscere ogni cosa di lei – forse perché, a volte, orientarsi nella vita di una donna significa per un uomo avvicinarsi con ostinazione a se stesso. Fra l’aspirazione al divino e la condanna di avere un corpo, María racconta la sua storia. E rievoca quando rinunciò a tutto per andare a vivere con quello che sarebbe diventato suo marito e insieme il suo carceriere: le loro notti di amore accanito e la vergogna del giorno dopo, la gabbia della gelosia e il miracolo della libertà che non si compie mai. Ammette di essere finita nel labirinto di una passione tanto ineluttabile quanto assassina. Adesso sta scappando, alla ricerca del suo unico figlio. 














