Tracce di invisibile nell’opera di Giulia Napoleone

di

Fabrizio Fantoni

 

Si è svolta, nella Pinacoteca Comunale di Città di Castello, la mostra antologica dedicata all’opera di Giulia Napoleone, intitolata “Segni senza confinecurata da Lorenzo Fiorucci.

L’esposizione, articolata e stratificata, si propone al visitatore non semplicemente come rassegna di lavori, ma come autentico percorso esperienziale, capace di coniugare introspezione e contemplazione cosmica.

Attraverso una selezione accurata di opere – disegni, inchiostri, incisioni, pastelli, oli su tela e libri d’artista – si delinea un tracciato visivo che supera la mera dimensione estetica, per diventare geografia interiore, fatta di vibrazioni percettive e visioni rarefatte. L’indagine formale condotta dall’artista si configura come riflessione profonda sulla genesi e sul dissolvimento della forma, intesa come manifestazione transitoria e dinamica di universi pulviscolari, generati nelle pieghe più remote dell’inconscio.

Particolarmente significativi sono i libri d’artista, nei quali si manifesta con evidente forza poetica il dialogo sottile tra immagine e parola, tra il gesto grafico e la scrittura, dando corpo ad una sintassi visiva che unisce lirismo e rigore.

I colori – prevalentemente il rosso e il blu – assumono il ruolo di presenze pulsanti, capaci di interagire empaticamente con le risonanze emotive dello spettatore.

Nell’universo visivo di Giulia Napoleone, la scansione ritmica dei segni dischiude una dimensione musicale che si percepisce non con l’udito, ma con la mente. I tratti non solo tracciano, ma modulano. Come in una partitura silenziosa, ogni segno possiede un proprio tempo, una propria intensità, una pausa necessaria.

Ne risulta una vibrazione visiva che si accorda a frequenze interiori, generando corrispondenze sottili, imprevedibili e profonde con lo spettatore.

L’esperienza di fronte alle sue opere è una sinestesia del gesto: i colori diventano suono, lo spazio diventa ritmo. Il blu può evocare un accordo grave, il rosso una nota acuta, e lo spazio bianco una sospensione armonica.

L’interiorità di chi osserva si sintonizza con quella dell’artista, stabilendo un dialogo in cui ogni composizione si fa melodia tacita, capace di risuonare nella memoria emotiva.

La struttura ritmica non si rifà ad un tempo lineare, bensì ad una ciclicità senza fine. I segni non conducono a una conclusione, ma si aprono continuamente alla possibilità di nuove letture e nuovi ascolti visivi. In questo senso, la musica delle sue opere non è mai esaurita: è una partitura aperta.

Ne scaturisce una cartografia dell’anima, priva di margini, che accoglie l’osservatore trasformandolo in parte integrante dell’opera stessa. Continua a leggere

Alberto Burri cent'anni dopo


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In occasione del Centenario dalla nascita di Alberto Burri che ricorre nell’anno 2015, Importanti iniziative sono state prese tra Europa e Stati Uniti per ricordare il lavoro del grandissimo artista.
Quando qualcuno chiedeva a Burri di spiegare il significato delle sue opere, egli rispondeva: “Se avessi pensato di doverle spiegare, non le avrei mai realizzate”.
Nota di Silvana Lazzarino
Nel panorama dell’Informale che guarda ad una rappresentazione astratta di tipo segnico con cui definire la realtà nei suoi diversi aspetti si inserisce con una connotazione originale l’opera di Alberto Burri. Nato a Città di Castello (Perugia) il 12 marzo del 1915 e morto a Nizza il 13 febbraio del 1995, dopo la laurea in medicina e successivamente all’esperienza della guerra si dedica all’arte privilegiando quale mezzo espressivo diversi materiali: dalla sabbia, al catrame, dalla iuta alla plastica. Continua a leggere