Antonia Pozzi, “una giovinezza che non trova scamp

Antonia Pozzi al rifugio Principe di Piemonte 1934

di Monica Acito

 

Ci sono esistenze che sono perle, luminose e selvagge al tempo stesso. Perle che la vita si passa tra le mani, accarezzandole e sgranandole come rosari, fino a lanciarle al di là del confine stabilito da tutte le leggi del mondo.

L’esistenza di Antonia Pozzi è stata come una perla dalla bellezza ingenua e brutale, quasi infantile. La sua storia è sempre stata con me, fin da quando ero piccola: la figura di questa ragazza, per sempre giovane e intrappolata nel suo dolcissimo ricordo, è qualcosa che da sempre mi affascina e terrorizza.

La sua vita è durata solo ventisei anni: nei ricordi di tutti, Pozzi sarà sempre ragazza, anche se con le sue parole è riuscita ad attraversare tutte le stagioni della vita. Bambina, adulta, fanciulla, vecchia: la voce di Antonia Pozzi ha molto da insegnare anche a chi non scrive soltanto poesia.

La sua è una voce spaventosamente limpida, isolata e solitaria nel panorama letterario del Novecento.

Una fiammella conturbante che continua a brillare negli anni, perché l’esperienza di Antonia Pozzi è qualcosa che non può prescindere dalla sua stessa vita, che è essa stessa un pezzo di poesia.  Non possiamo pensare al suo profilo senza partire dalla fine, che contiene e ingloba tutte le movenze di questa giovinezza che non trova scampo.

Quel giorno del 3 dicembre 1938 c’era la neve: il freddo pungeva sulla pelle e deve anche aver pizzicato le guance di Antonia, che aveva deciso di prendere la bicicletta e costeggiare i campi intorno all’abbazia di Chiaravalle, alle porte di Milano.

La neve quel giorno era eterea e silenziosa, più del solito: la neve di dicembre era il manto perfetto per ricoprire le guance, il corpo e la vita di una ragazza di ventisei anni. Antonia Pozzi, il 3 dicembre 1938, salutava la vita terrena nel bianco della neve, mentre un piccolo rigagnolo le scorreva vicino, raccogliendo nell’acqua l’ultimo respiro di un’anima viscerale e disperata.

Milano, 3 marzo 1931
[…]
Sfocia così il tumulto
d’ogni mio male
nel riposo di un’estasi
senza confine
e l’anima ritrova la sua pace,
come un folle balzo di acque
che si plachi, incontrando
la suprema quiete del mare.

(Nel duomo, Antonia Pozzi, Tutte le opere, Garzanti)

Nella poesia di Antonia Pozzi c’è una giovinezza senza scampo, come la definì Eugenio Montale. La sua giovinezza è qualcosa di fisso e immobile, cristallizzato nel tempo, un animale imbalsamato di cui non riesce mai a liberarsi.

La sua poesia è densa e rarefatta al tempo stesso: vi è il tumulto rabbioso della giovinezza, ma anche la pace a cui anela; vi è la follia e il modo per placarla, le acque turbinose e la suprema quiete del mare.

Le parole sono ciò che la fa vivere, respirare e amare: il suo primo amore arriva proprio per mezzo delle parole, e arriva in un’aula del liceo classico Manzoni. Lì Antonia si innamora di Antonio Maria Cervi, il suo professore di latino e greco.

Quell’uomo all’apparenza impenetrabile, ligio al dovere e così lontano da lei, è il primo a mostrarle il lato umano delle parole, il significato di quei segni d’inchiostro impressi sulle pagine.

Antonio Maria Cervi mostra alla giovane Antonia il lato plastico e vivo delle parole: in questa storia d’amore si fa strada l’idea di un’erotica dell’insegnamento, di un lato reale e carnale della letteratura. Nasce ben presto una relazione, sofferta e dolorosa per via del ruolo professionale di Antonio.

La storia è osteggiata dal padre di Antonia, avvocato filo-fascista, ma la ragazza è molto innamorata del suo professore: nelle lettere che scrive all’amata nonna Nena, Antonia definisce il suo maestro come “una gran fiamma dietro una grata di nervi, un’anima purissima anelante”.

Antonio Cervi purtroppo si trasferirà a Roma e il loro amore diventerà soltanto epistolare: la portata del dolore di Antonia è ben tangibile in questa sua poesia:

“Ricongiungimento”

Se io capissi
quel che vuole dire – non vederti più – credo che la mia vita qui – finirebbe.
Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l’altra
che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui – zattere sciolte – navighiamo a incontrarci.

(Antonia Pozzi, Tutte le opere, Garzanti)

Dopo la maturità classica, Antonia si iscrive alla facoltà di Lettere della Statale di Milano, dove si appassiona alle lezioni di filosofia di Antonio Banfi: entra così a far parte del circolo dei “banfiani”, un cenacolo frequentato anche da Vittorio Sereni, Giulio Preti, Alberto Mondadori ed Enzo Paci.

Un ambiente intellettualmente stimolante, ma anche maschilista e pieno di delusioni per Antonia, che si sente dire da Banfi di passare al romanzo storico e da Enzo Paci di “scrivere il meno possibile”.

Antonia capisce ben presto di non appartenere alla Milano “bene”, alla Milano altolocata, emblema di un Nord Italia efficiente e glaciale. Non le appartengono i discorsi di sua madre- donna aristocratica, ma dipendente dal marito- né la emozionano i salotti borghesi della città, pieni di discorsi vuoti.

Ciò che le fa vibrare l’anima sono i campi della pianura lombarda, la natura incontaminata e ancestrale di Pasturo, paesino della Valsassina amato fin dall’infanzia, dove spesso Antonia si rifugia sotto l’ombra delle sue “mamme montagne”.

Un legame primordiale che nutre anche la sua scrittura, “per un’ebbra ed inconscia frenesia di contatti selvaggi con la terra”. Nel petto di Antonia però c’è sempre una macchia, qualcosa che si allarga e si slabbra a dismisura, sempre di più, che né la natura né l’amore né la poesia riescono a richiudere. Qualcosa che non ha forma, che ha soltanto contorni frastagliati e che nemmeno lei riesce a capire fino in fondo: le sue poesie, però, riescono a dare voce e anima concreta a quella materia scura.

Antonia Pozzi vorrebbe scorticarsi, uscire dalla sua pelle e guardarsi in terza persona, spesso sente anche il terrore della finitezza delle parole, e ha paura che non le bastino. In una lettera del 1935, Pozzi scrive che “l’età delle parole è finita per sempre”, e sente il suo sangue sgorgare insieme all’inchiostro. La poesia di Antonia Pozzi è, infatti, qualcosa che ha molto a che fare col sangue, con la linfa che scorre nelle vene di chiunque abbia una storia da raccontare.

Dopo aver letto “Tonio Kröger” di Thomas Mann, Pozzi si interroga sul rapporto tra vita e poesia, e pensa al protagonista del racconto di Mann che “ha voluto mostrare a costo di che sangue ci si fa chiamare poeti: e l’errore di chi crede che si possa – cogliere una fogliolina sola dell’alloro dell’arte – sans la payer de sa vie”.

Pozzi non si è limitata a cogliere soltanto una pallida foglia dall’alloro dell’arte, ma ha pagato con tutta la fronda della sua vita. Ha pagato col sangue il suo essere poeta, il suo essere bambina e ragazza eterna, avvolta per sempre nel velo della poesia.

La sua opera non si legge soltanto in modo contemplativo, ma è respiro di carne e vita, e la sua poesia può insegnare molto anche a chi non scrive in versi, ma in prosa.

Personalmente, io ho imparato molto da Antonia Pozzi, pur occupandomi di narrativa: Pozzi insegna il valore delle parole, il loro peso specifico e il lato materico. Quando leggo Antonia Pozzi, mi sembra di assaporare il calore di ogni sua sillaba, che brucia nel bianco della pagina. Ogni sua parola, come una gemma, è scelta con cura; il periodare, anche se modellato in base alla sinuosità della poesia, insegna il respiro da mantenere.

“In riva alla vita”

Ritorno per la strada consueta,
alla solita ora,
sotto un cielo invernale senza rondini,
un cielo d’oro ancora senza stelle.
Grava sopra le palpebre l’ombra
come una lunga mano velata
e i passi in lento abbandono s’attardano,
tanto nota è la via
e deserta
e silente.
Scattano due bambini
da un buio andito
agitando le braccia:
l’ombra sobbalza
striata da un tremulo volo
di chiare stelle filanti.
Gridano le campane,
gridano tutte
per improvviso risveglio,
gridano per arcana meraviglia,
come a un annuncio divino:
l’anima si spalanca
con le pupille
in un balzo di vita.
Sostano i bimbi
con le mani unite
ed io sosto
per non calpestare
le pallide stelle filanti
abbandonate in mezzo alla via.
Sostano i bimbi cantando
con la gracile voce
il canto alto delle campane: ed io sosto
pensandomi ferma stasera
in riva alla vita
come un cespo di giunchi
che tremi
presso un’acqua in cammino.

(Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, Luca Sossella Editore)

 

Le immagini usate da Pozzi formano un vero e proprio tappeto di sensazioni tattili, visive, sonore. Ogni sua immagine è vivida e concreta; questo è un prezioso dono che pesco dalle sue poesie, come conchiglie che raccolgo sul bagnasciuga e metto in tasca: ogni tanto, le lucido con gratitudine e le strofino col dorso della mano.

Il cielo d’oro senza stelle, l’ombra come una grande mano velata: sono tutte immagini delicate e sapienti, mai espressionistiche o troppo ricalcate, ma sempre dosate con la grazia di chi ha tra le mani un cesello.

Pozzi mi ha insegnato a tratteggiare immagini efficaci, a gestire gli elementi naturali e a rappresentarli in modo credibile: nelle sue montagne, madri e matrigne, della Lombardia, ci ho rivisto quelle del mio Cilento. Montagne selvagge e inospitali, madri spigolose che però sanno diventare docili all’occorrenza.

“Radici”

Radici
profonde nel grembo di un monte
a Primavera votate
si celano.

E conosco
io sola
il nome d’ogni fiore
che fiorirà,
la luce ed il pezzo di zolla
in cui prima riappaia la tenera
esistenza delle foglie.

Radici
profonde nel grembo di un monte
conservano un sepolto segreto
di origini –
e quello per cui mi riapro
stelo
di pallide certezze.

15 febbraio 1935

 

(Antonia Pozzi, Tutte le opere, Garzanti)

In questi versi tratti da “Radici”, Pozzi ha qualcosa di Pavese, della sua flessuosa prosa lirica.

Zolle, natura, tenera esistenza delle foglie, segreto sepolto, grembo di un monte: le immagini di Pozzi sono tutte eleganti e visionarie insieme. L’urlo di Pozzi non è mai espresso, ma si annida tra le pieghe delle parole, va colto con sensibilità e amore.
La sua poesia mi ha insegnato la disperazione placida, l’arte di descrivere paesaggi e stati d’animo, la bontà di addomesticare un dolore: dovrebbero leggerla tutti, non soltanto i poeti, perché riesce a sprigionare una potenza capace di valicare i confini tra un linguaggio e l’altro.

Pozzi è l’utero della natura, la sillaba al di là dei secoli, il sorriso sepolto sotto la neve, la poesia che arde e diventa fuoco. Insegna il valore sacro dell’aggettivo, la cura di ogni parola, la giustapposizione tra i termini, la vibrante angoscia di un verso capace di svelare un universo.

Pozzi è oro puro per i narratori: per me è stata preziosissima, e mi sento di ringraziare questa ragazza che ha lasciato questo mondo quasi alla mia stessa età. Lei mi ha aiutata a viaggiare in quei non-luoghi evanescenti, a volteggiare sulla soglia del non detto.
Spesso ripenso ai suoi ultimi giorni, che furono una matassa di emozioni diverse e inesplicabili. Negli ultimi giorni della sua vita, Antonia Pozzi sognava Pasturo, sognava il raccoglimento eterno nel grembo della natura che l’avrebbe accolta per sempre in posizione fetale.

Prima di prendere la bicicletta verso l’abbazia di Chiaravalle, Antonia Pozzi scriveva così ai genitori: chiedeva di essere sepolta “sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro”. “Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato, e non piangete, perché ora io sono in pace”.

Io continuo a immaginarla così: in pace, in quel firmamento di astri fissi dove riposa soltanto chi ha pagato la propria poesia con la vita.

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