Giuseppe Capitano, “Impastare la calce”

Opera di Giuseppe Capitano

DI
GIUSEPPE CAPITANO

 

Come immagino il dopo quarantena?
Io penso che animarsi di BUONI sentimenti è sempre BENE.
Questi sentimenti in quanto tempo si esauriranno?
Quanti potranno permettersi di conservarli?

Sentimenti generati dal pensarsi meglio di quello che si è , secondo una visione cristiana nella quale il passato è male , il presente è espiazione e il futuro redenzione.

Sentimenti ancora assorbiti da una società disillusa e scissa nei suoi mattoni base: la famiglia, le istituzioni, la chiesa. Piena di bisogni non tutti primari ma comunque bisogni, non per nulla disposta a cambiare vita.

I cambiamenti coatti degli ultimi mesi sono stati imposti con la forza per limitare il contagio e aiutare la gente a prendere maggiore consapevolezza di un distanziamento che era già in atto anche prima della diffusione del virus.

La crisi di identità che i più dementi esplicano con un ego smisurato , con cattiverie di vario genere (neanche troppo nascoste ), mostra la fragilità di uno schema che risulta ai più lucidi, superato .

Opera di Giuseppe Capitano

I sogni per il futuro erano già annichiliti prima del male comune, tolto il domani, oggi si rosicchia l’oggi. Mi spiego meglio: l’ ordine sociale è garantito da regole condivise non solo dalla legge ma da un senso comune.

Il discorso dell’ uomo è un discorso evidentemente di specie e non di individuo; la politica economica che ci ha amministrato ha diffuso un modello che sviluppa l’ individualismo, ai fini del prestigio, della ricchezza e della notorietà.

Questo modello tende alla monade , la monade però non ha né porte né finestre , così cresce in noi un senso di smarrimento che pare verso gli altri ma è prima di tutto verso noi stessi.

Già prima del virus avevamo disimparato a stare insieme, oggi è legge non formare assembramenti .

I cambiamenti di costume , anche se forzati servono alla maggior parte per sentirsi parte di qualcosa che vorrebbero essere e non saranno mai se non a discapito di qualcun altro , 60000 volontari per vigilare contro gli assembramenti è un evidente principio di fascismo.

Il blocco ha avuto degli effetti positivi ? Certo.

Porre l’ attenzione su problematiche che sono più profonde : qual è lo scopo del nostro vivere insieme? Dimostrare di essere un po’ meglio del vicino? Certo che no.

Possedere più cose per aumentare la distanza dagli altri? Certo che no.

Avere la capacità di provare empatia anche per chi non ci è vicino? Certo.

Saper rinunciare a qualcosa per un bene superiore: la collettività?

Quando questa collettività diventa l’ intero ecosistema è chiaro che sfioriamo l’ utopia. Tra i fanatici ecologisti e gli eco scettici vedo una cosa in comune: la necessità di condividere un modello di convivenza che non sia solo retorica.

La delocalizzazione, il ritorno alla vita in campagna , la decongestione delle città , sono un buon esempio di nuovo inizio.Nuovo perchè chiaramente non si tornerà a zappare e odiare la terra come un tempo, ne’ ad allontanassi dalla megalopoli perché troppo congestionate, ma per scelta; una scelta che ha come primo argomento la qualità della vita ,del cibo e dei rapporti umani.

I dada da buona avanguardia avevano già mostrato il non senso del nostro agire. Come le regole in ogni caso siano folli e inadatte, sia che peschino nell’ assurdo che nel senso comune .

Opera di Giuseppe Capitano

Sopravvivere è l’ eterno comandamento dell’uomo, le giustificazioni più adatte poi verranno con belle parole e un senso causale degli eventi per spiegare l’ inspiegabile e illudere ancora.

Il filosofo Severino spiegava la nostra epoca come l’ epoca della tecnica dove lo scopo è quello di creare scopi, ma se tutto ha, e deve avere uno scopo,
dal primo momento in cui ci alziamo sino al nostro ultimo gesto , nessuna cosa lo può più avere; perché uno scopo esiste se si contrappone ad un non senso (evento spontaneo) altrimenti non è più possibile distinguerli .

Questa è la grande confusione in cui ci troviamo.

La dimensione animale è rigettata perché primitiva , anche la dimensione pensante dell’individuo, perché conduce a una contraddittorietà di scopi.

Dall’ unione, in sintesi, di queste due incoerenze nasce l’ alienazione e il nichilismo della condizione umana : morbo assai più contagioso e letale dei virus.

Quando si parla ai sordi si può dire quello che si vuole, raccontare i più grandi segreti o mentire spudoratamente, il risultato non cambierà e si farà muro .

Muro che da gomma diverrà pietra.

L’ uomo in gabbia non è felice , già nell’Eden era così, eppure uscire da questa prigionia può avvenire ogni giorno, sulle proprie gambe, aprendo la porta .

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2 pensieri su “Giuseppe Capitano, “Impastare la calce”

  1. Dalle parole e dalle opere di Giuseppe Capitano, artista della natura, dobbiamo reimparare a stare insieme, oltre l’umano…a cambiare il senso del “noi”…

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