Le lettere di Alejandra Pizarnik

Alejandra Pizarnik

A cura di Andrea Franzoni e Fabio Orecchini, è uscito per Giometti&Antonello L’altra voce, (2019) una raccolta di lettere di Alejandra Pizarnik. La corrispondenza è durata dal 1955 al 1972. Pubblichiamo una delle lettere, inviata da Alejandra a Jean Strarobinski.

Buenos Aires, 17 dicembre 1971
Caro Jean Starobinski,
La ringrazio immensamente del suo attestato e non di meno della sua lettera. Sì, lo dice perfettamente: «Le mie terribili esperienze devono essere ricoperte dei segni della poesia…». Sì, bisogna ricoprire di poesia le fratture, le crepe, i buchi… tutto quello che convoca la presenza dell’assenza (o dell’assente). Credo anche e soprattutto nella correzione dei testi. «Guarire» una poesia significa guarire questa frattura così ben definita da P.V. Troxler (Béguin: L’âme…) significa, anche, ricostruirsi. Artaud: «Ricostruirò l’uomo che sono».
Al tempo stesso, la mia sete di toccare, la mia sete animale è così grande che soffro molto (o troppo, se vi fosse una misura) per il semplice fatto di non potere, ad esempio, bere la parola «acqua».
So che si tratta di concetti un po’ ambigui. Fino al dicembre 1970 – data della mia frattura centrale – bevevo la poesia, avevo nella poesia una piccola casa per me sola (sono solo venuta a vedere il giardino – dice l’Alice di Carroll), avevo un giardino minuscolo nelle mie poesie e, soprattutto, vedevo in esse «gli occhi che porto nel mio ventre disegnati» (San Giovanni della Croce). Ora le mie poesie sono sorprendentemente orali o colloquiali e soprattutto procaci (metafisiche anche, ma è un termine, questo, che mi dà vergogna, e lo sostituisco con le strane melodie di Scardanelli – immaginarle, queste melodie («dissonanti» come dicono i prof.) mi ossessiona…).
C’è un canto degli indios dell’America del Sud che fa: «Cantare… cantare… / Preferisco (o voglio) mangiare le pietre…». Solo («c’è sempre un solo» – Lautréamont, mio adorato carnefice) che questo canto ricorda anche questi versi:
«ma con la lingua fredda e morta in bocca
non vedrò la voce a te dovuta».

Garcilaso (sec. XVII)
Mi perdoni le citazioni. Testimoniano, tra le altre cose, che non è molto semplice vivere con una memoria d’elefante abbandonato. E la paura che le mie voci, da sole, non bastino per dirle con bellezza quale lieta certezza significhi la sua presenza al mondo.
Con grande affetto,
Alejandra Pizarnik
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Le lettere incluse in questa raccolta ricoprono l’intero arco della «vita poetica» di Alejandra Pizarnik. Nata a Buenos Aires il 29 aprile 1936, secondogenita di una famiglia di ebrei russi emigrata in Argentina, Pizarnik è oggi considerata una delle voci più significative e originali della letteratura sudamericana del Novecento. Studiò giornalismo e filosofia presso la Facoltà di Lettere di Buenos Aires, senza mai laurearsi ma instaurando sin da giovanissima una precoce rete di relazioni letterarie con i più influenti poeti argentini della sua epoca. Pubblicò il suo primo libro di poesia nel 1955, a 19 anni. Tra il 1960 e il 1964 si trasferì a Parigi, dove lavorò per alcune importanti riviste letterarie come traduttrice e saggista. Pur lamentando difficoltà nel sostentamento, continua gli studi presso l’Università della Sorbona, ma soprattutto continua a scrivere e frequenta gli ambienti culturali parigini, stringendo nuove amicizie testimoniate in questo epistolario. Per un breve periodo visse anche a New York, città verso cui non riuscì mai a superare una radicale diffidenza. Al suo ritorno in Argentina, ormai nota poetessa, pubblicò le sue opere più importanti come Extracción de la piedra de locura (1968) e El infierno musical (1971). Il suo valore è stato riconosciuto con l’assegnazione delle borse di studio Guggenheim (1969) e Fullbright (1971). Gli ultimi anni della sua vita sono stati segnati da gravi crisi depressive che l’hanno portata a tentare il suicidio in diverse occasioni. Trascorse i suoi ultimi mesi in un centro psichiatrico di Buenos Aires. Il 25 settembre 1972, nel corso di un fine settimana di permesso che trascorse in casa, concluse la sua vita con un sovradosaggio di sodio seconale. Aveva 36 anni. Questo epistolario, nel ripercorrere tutte le tappe della vicenda biografica «alejandrina» è anche la storia di un’iniziazione all’altra voce della scrittura poetica.

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