Fabio Jermini, “Intervallo e fine”- Commento a una sezione di “Somiglianze” di Milo De Angelis

 
fabio_jermini_okNOTA DI FABIO JERMINI

Il libro nasce come approfondimento della mia tesi di laurea, che era già un commento a un nucleo di poesie della raccolta Somiglianze, discussa all’Università di Ginevra il 13 febbraio 2013, davanti al prof. Roberto Leporatti (direttore di tesi) e a Francesca Latini (giurata d’esame).
Sin dal liceo ero affascinato dalla poesia; amavo particolarmente Dante, Ariosto, Parini, D’Annunzio, Verlaine e Apollinaire. Ho scoperto De Angelis – assieme a molti altri – il primo anno di università, durante un seminario tenuto da un altro poeta, Fabio Pusterla. Dopo aver letto la poesia Due nelle forze, colpito dalla forza e dal lato enigmatico di quel tipo di poesia, “piana a intendere” sul piano morfologico, ambigua su quello sintattico, criptico su quello semantico, scelsi di lavorare su De Angelis, per il mio lavoro seminariale.

Spedii poi, su invito di Pusterla, quel lavoro a Milo, che mi scrisse entusiasta, m’invitò a Milano e mi incitò a continuare. Man a mano che procedevo con la lettura e i tentativi di esegesi, mi rendevo conto che avrei potuto trasformare quel lavoro personale nella mia tesi di laurea. E così fu.

Ho scelto di commentare Intervallo e fine, seconda sezione di Somiglianze (1976), principalmente per due ragioni: prima di tutto, vi è un dato cronologico essenziale, cioè che all’altezza del dicembre 1975, i diciotto testi della sezione sono già apparsi tutti in rivista. Le poesie costituiscono dei blocchi, che, riordinati al loro interno o incastrati l’uno coll’altro, formano la sezione. Secondariamente, è la sezione in cui, tanto dal passaggio dalla rivista alla raccolta, quanto tra le varie edizioni della stessa, si concentra il maggior numero di varianti (alcune sono state decisive nell’interpretazione di alcuni versi). Sono indizi che fanno sospettare un valore intrinseco di questo nucleo, quello di snodo concettuale fondamentale della prima fase della poesia di De Angelis.

intervallo_fineIl volume è così costruito: un’introduzione, che ricostruisce il contesto culturale in cui nasce la raccolta, descrive il processo evolutivo relativo all’ordinamento delle liriche e affronta la questione della versificazione. Ciascun componimento è preceduto da un cappello illustrante il significato principale. Il testo è accompagnato, a piè di pagina, dalle varianti genetiche ed evolutive. Alla poesia segue un’ampia sezione di commento.

L’obiettivo è stato quello di fornire un commento esplicativo il più possibile preciso e aderente al testo, valutando gli aspetti stilistici e retorici, l’evoluzione dei testi, la contestualizzazione nel clima culturale e politico degli anni Settanta, nonché di “illuminare” un orizzonte poetico-filosofico prima unicamente intuito, supposto o vagamente accennato dai critici: l’influenza lessicale e concettuale di Essere e tempo di Heidegger, gli aforismi di Nietzsche, dei Dialoghi con Leucò e i saggi sul mito di Pavese e del cinema.

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ESTRATTI

Da: MILO DE ANGELIS  “Intervallo e fine” Commento a una sezione di Somiglianze (1976) a cura di FABIO JERMINI

OGNI METAFORA (pp 99-103)

Lirica pubblicata nell’Almanacco dello Specchio 1975, in terza posizione, tra Essere qui e Non lasciarci (che nella raccolta cambia il titolo in L’isola sarà guardata nella sua bellezza).

Il titolo, enigmatico, catalizza e sintetizza forse il dissenso, espresso nella lirica, verso la realtà, deformata da discorsi che circuiscono il senso, che non lo affrontano e non fanno altro che ‘portare oltre’: μετα φέρω. È forse significativo, a sostegno di questa interpretazione, il verso, presente solo in A75 e Pub75, apposizione di «le cose» (v. 13): «ogni volta vere e poi false». La metafora, infatti, non è né vera né falsa, perché il rapporto d’intersezione che stabilisce tra due elementi indipendenti s’iscrive nell’uni- verso della realtà ipotetica. Essa è ‘falsa’ sul piano letterale, ma ‘vera’ su quello semantico.

La poesia, costituita da un unico periodo, al cui centro – al v. 8, isolato
– c’è il predicato della frase reggente, «resiste», sviluppa una dialettica interno-esterno-interno. Nella prima parte (vv. 1-5) è presentata una situazione d’intimità, indifferente all’esterno, descritto come plumbeo e caotico. Nella seconda parte (vv. 6-12) l’attenzione si sposta su ciò che contemporaneamente sta accadendo all’esterno («mentre fuori», v. 6), nella Storia, identificata con un «millennio» (v. 14) che non sa abbandonarsi alla “catastrofe” e che rimane attaccato pervicacemente ai suoi valori inventati e falsi.
Nella terza parte (vv. 13-16), lo sguardo ritorna all’interno, a chi osserva la Storia con uno sguardo oggettivo.

milo_deangelisL’io lirico è anche qui assente. L’inizio è sostanzialmente nominale: le «mani» e gli «occhi», in un certo modo, assumono qualità di soggetto, anche se in realtà o “sono agiti” («chiamate dal corpo», v. 3) o non agiscono («fermi», v. 13); ma il primo vero soggetto è «l’europa», che regge i due presenti «resiste» e «difende».

Commenta De Angelis, da noi interrogato: «la poesia parte da una vicenda personale (l’accenno corporeo, l’inguine) per entrare poi in una vicenda storica. La difficoltà di perdersi in un amore s’intreccia con quella di un’intera civiltà (l’europa come forma di pensiero, dici bene) e con il suo tempo lineare, i suoi concetti che corrono sulle autostrade, la sua intelli- genza mantenuta fino all’ultimo, resistendo alla dolcezza del naufragio (“e il naufragar m’è dolce…”) e alle scoperte del mondo subacqueo, con una possibile allusione (viste le mie letture vediche di quegli anni) al mondo indiano e alla sua qualità di immersione in zone ignote dell’essere… forse… sotterraneamente…… Così, anche se non c’è un evento preciso, “oggi” è avvenuto qualcosa, oggi e solo oggi tutto questo mi è parso chiaro».

L’intessitura fonica della lirica consiste sostanzialmente in alcune rime imperfette (1 stesso : basso [interna]; 2 turbamento : 12 punto; 3 chiamate : 7 inventato [interna]; 4 opporre : 5 stupore [interna]; 7 finito : 14 esitato) unite all’allitterazione di alcuni elementi lessicali (3-4 cORPO / PeR OPPOR- Re; 13 oCCHI : CHIudono).

 

               

              OGNI METAFORA

                Lo stesso cielo basso
                di ambulanze e di pioggia, nel turbamento
                e le mani sull’inguine, chiamate dal corpo
5              per opporre
                uno stupore minimo alle cose
                mentre fuori, tra i semafori, l’europa
                che ha inventato il finito
                resiste
10            lontana dall’animale, difende
                concetti reali e irrilevanti
                lungo le autostrade, nel tempo lineare
                verso un punto

                e gli occhi non si chiudono contro le cose, fermi
                dove un millennio oggi ha esitato
15            tra cedere e non cedere

                perdendosi sempre tardi, e con intelligenza.

 

[2 turbamento] turbamento, A75 Pub75             11-12 un unico verso A75 Pub75
13 e gli occhi non si chiudono contro le cose, fermi] gli occhi non si chiudono
contro le cose / ogni volta vere e poi false A75 Pub75

1-5. Lo stesso cielo basso: dall’intimità del “dentro” il “soggetto” della poesia descrive l’atmosfera della «periferia plumbea» che rappresenta «una sorta di altrove assoluto, infinitamente ripetitivo [il sintagma «stesso cielo» indica ripetitività], dove ogni cosa non è più sé stessa» (CUCCHI 2004, p. 841). L’atmosfera è «il limite interno, contrappunto visibile a uno spazio testuale dove l’io mette[va] in scena il proprio spaesamento esistenziale» (ATTANASIO 1989, p. 20). – di ambulanze e di pioggia: specificazioni con effetto iperrealistico dovuto al particolare uso della preposizione di, che stabilisce nessi semantici non convenzionali (TABACCO 2001, p. 151). Procedimento stilistico che risente dell’influenza della poesia di Fortini: «in queste lente / sere di fumo e calce» (FORTINI,VS, Al di là della speranza, 7). – pioggia: «E anche adesso la pioggia / sui vetri lucidi / non può essere natura né storia / ma un episodio / che ogni inverno sa ripetere / vivente e circolare» («L’ascolto», Dove tutto è in relazione, 6-11). – turbamento: agitazione, batticuore dovuto all’erotismo dei primi versi, che si ricollega al caos rappresentato dalle sirene delle ambulanze, tra desiderio sessuale e vita minacciata dal lucreziano «eterno agitarsi dei corpi nel vuoto» (DE ANGELIS 2005, p. 17). Cfr. Essere qui, 12: «uno sguardo che le turba». – chiamate dal corpo: è l’unico “soggetto agente” di questa prima parte della poesia, assolutamente nominale, e svolge l’atto simbolico di chiamare, come un atto divino. È forse il corpo di un’amante, una donna solamente allusa in questa poesia che si concretizza nella successiva (Un perdente). Il corpo, con il suo “comportamento”, si contrappone all’«europa». Il gesto delle mani che «traducono la volontà del corpo» («L’ascolto», «Largo pomeridiano, 14) manifesta la volontà di sorpresa, di ricupero della compo- nente misteriosa delle cose, propria dell’infanzia. – per opporre / uno stupore minimo alle cose: ‘per attribuire alle cose [i fatti, le vicende, i doveri] uno stupore [ἔκπληξις, sbigottimento]’.

copertina-milo-de-angelis-somiglianze16-12. mentre fuori: indica la contemporaneità,“l’esserci assolutamente” che chiama l’uomo all’obbedienza. Divide nettamente la lirica in un “dentro” e un “fuori”. Lo sguardo descrittivo si sposta all’esterno (non solo dello spazio intimo ma anche dell’esperienza), in una realtà «regno totalitario del “finito”» (TESTA 2005, p. 303), limitativo del potenziale umano. – semafori: come in Un secondo (v. 17) definiscono l’ordine imposto, tra il traffico e nella confusione dell’esterno. – europa: l’iniziale minuscola riconduce il luogo geografico a concetto mentale (cfr. «l’occidente», Bisognava, 12) – quasi una “prosopopea all’inverso” per il pensiero filosofico occidentale –, opposto alle filosofie orientali («le letture vediche» a cui accenna De Angelis; vedi il cappello introduttivo). – ha inventato il finito: ha ideato la Storia: il «finito» in cui la Storia e gli eventi hanno un senso. Ciò che è definito è rifiutato a causa della sua «insussistenza di fronte al male, alla tragicità della vita» (TESTA 2005, p. 303). Dice De Angelis: «e il naufragar mi è dolce in questo mare… altro verso che mi aveva colpito: dunque un naufragio poteva essere dolce… dunque perdersi poteva essere bello… abbandonare il rovello dei pensieri e delle paure… entrare in un luogo infinito… in un tempo senza confine» (D. RONDONI, «Una domanda a Milo De Angelis», in Colloqui […], cit., pp. 143-4, corsivi miei). – resiste: nonostante la crisi dei propri fondamenti filosofici. È il verbo della frase reggente. Cfr. MONTALE, OC, Nuove stanze, 28-30: «Ma resiste / e vince il premio della solitaria / veglia». – lontana dall’animale: ‘distante dall’irrazionalità, lontano dall’animalità’. Il verso segnala l’opposizione fra ra- zionalità inventata (v. 7) e animalità. La filosofia occidentale si oppone alla componente fisica e istintiva, e all’eros (riscontrabile ai vv. 3-5). Forse il riferimento è all’uomo come animale razionale che Nietzsche, in Al di là del bene e del male, definisce il das noch nich festgestellte Tier, “l’animale non ancora stabilmente definito”, perché non si è ancora liberato di ciò che doveva perire e dunque non riesce a superare la propria condizione di mi- seria (NIETZSCHE 1996, pp. 93-6). – concetti reali e irrilevanti: la coppia aggettivale caratterizza i fondamenti filosofici, ma anche economici, dell’Occidente, che, «reali», ma non decisivi, si oppongono al gesto tragico «inessenziale ma necessario» («L’ascolto», La posizione, 9; cfr. nota a Non c’è ragione, 9). – difende: il verbo ripete e amplia il significato di «resiste». S’individua una catena semantica, accentuata dalla collocazione: «resiste» (isolato), «difende» (esposto), «fermi» (esposto). – autostrade: non sono le strade polverose della periferia, tra parchi giochi e campetti di calcio, bensì, all’opposto, la manifestazione del «tempo lineare»: lunghe tangenziali irrimediabilmente dirette «verso un punto». Sullo stesso registro lessicale dell’attacco («ambulanze», v. 2). – tempo lineare / verso un punto: espressione di valore ossimorico indicante convergenza, perché pur essendo lineare, il tempo, l’«europa», vuole procedere «verso un punto». Il «tempo lineare» si oppone al tempo circolare dell’eterno ritorno: l’eterno ripre- sentarsi di situazioni e sfide nella dimensione costrittiva dell’essere orien- tata verso l’assolutamente oltre (TESTA 2005, p. 303). È valido quanto Musumeci dice per Pavese: «gli eventi non accadono in un’ideale pro- gressione lineare come momenti univoci di una storia continuamente evolventesi, ma riaccadono in onde di riflessione reminiscenti le réverbérations di Proust.Tutto ciò che avviene è già avvenuto e trova nel suo mo- dello originario il proprio vero significato» (A. Musumeci, L’impossibile ritorno. La fisiologia del mito in Cesare Pavese, Longo, Ravenna 1980, p. 68).  – verso un punto: il verso è isolato (non era così nella versione di A75), come già «verso lui» (La somiglianza, 15).

MiloDeAngelis

13-16. e gli occhi non si chiudono contro le cose: la congiunzione in posizione d’apertura rimanda ai vv. 3-5: «e le mani sull’inguine, chiamate dal corpo / per opporre / uno stupore minimo alle cose». I versi sono in rapporto di parallelismo: «gli occhi» : «le mani» (v. 3), «chiudono contro» : «opporre» (v. 4) e le «cose» (vv. 5 e 13). Cfr. «L’ascolto», Largo pomeridiano, 3-4: «lo sguardo / si chiude sulle ragioni»: il chiudere gli occhi è un atto di fede auspicabile, che, mancato, «fuori», determina l’estraneità del “soggetto” rispetto al mondo, la sua alterità, chiusa nel “dentro”. Le «cose», in A75, erano qualificate da un verso, «ogni volta vere e poi false», che amplifica il pre- cedente ossimoro, e il cui significato è vicino alla chiusa di Non c’è ragione: «sapendo che è vero anche il contrario». È l’intenzione di ribadire una fede a quegli ideali; una riflessione sul senso dei fondamenti filosofici ed economici della Storia. – fermi: ‘fissi’. Il referente sono gli occhi. Concettualmente vicino al «cedere e non cedere» (v. 15). – dove un millennio oggi ha esitato / tra cedere e non cedere / perdendosi sempre tardi: un millennio
di coerenza, eppure «oggi» per qualche ragione ha tentennato: haesitāre, intensivo di haerēre, ‘pendere, essere sospeso’ «tra cedere e non cedere». Non ha saputo perdersi, se non «tardi». Come dice De Angelis: «La difficoltà di perdersi in un amore [cfr. Bisognava] s’intreccia con quella di un’intera civiltà […] la sua intelligenza mantenuta fino all’ultimo, resistendo alla dolcezza del naufragio». La scelta di sacrificare qualcosa è quella giusta: «Non aggrapparti, accetta, / accetta / di perdere qualcosa» («L’ascolto», Vie- ne la prima, 20-22). – sempre tardi:‘sempre [in maniera ostinata] quando or- mai è troppo tardi’. L’atteggiamento di difesa («resiste […] difende») è mantenuto fino all’ultimo. Cfr. MONTALE, OC, Dora Markus, II, 31-33: «Che vuole da te? Non si cede / voce, leggenda o destino… / Ma è tardi, sempre più tardi». – con intelligenza:‘aggrappato fino all’ultimo a quel fondamento di razionalità che è l’essenza dell’Europa’.

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FABIO JERMINI (Lugano, 1988) è assistente di letteratura italiana del Medioevo e del Rinascimento all’Università di Ginevra e lavora a una tesi di dottorato in filologia sui sonetti di Cecco Angiolieri sotto la direzione del professor Roberto Leporatti. Ha collaborato all’Atlante dei canzonieri in volgare del Quattrocento (a cura di Tiziano Zanato e Andrea Comboni, SISMEL, Firenze, in corso di stampa), redigendo la scheda del canzoniere del poeta petrarchista Rosello Roselli. Ha partecipato al convegno internazionale, organizzato dall’Università di Ginevra e dalla Conférence Universitaire de Suisse Occidentale, dedicato al filologo Aldo Francesco Massèra – Aldo Francesco Massèra tra Scuola storica e Nuova filologia (3-4 dicembre 2015) –, con un intervento dal titolo Sulle definizioni del realismo letterario nella poesia del Due-Trecento.
Si occupa anche di poesia contemporanea: laureatosi nel 2013 con una tesi sulla poesia di Milo De Angelis, ha recentemente pubblicato il volume «Intervallo e fine». Commento a una sezione di «Somiglianze» (1976) («Quaderni Per Leggere», Pensa MultiMedia, Lecce-Brescia, 2015). Ha curato, assieme a Carmelo Pistillo, l’antologia di poesia dell’Ottocento romantico europeo e del Novecento italiano Perché tu mi dici: Poeta? (Milano, La Vita Felice, 2015) – del quale ha firmato anche la postfazione (intitolata Sondaggi sulle dinamiche intertestuali nell’Ottocento romantico e nel Novecento italiano). Collabora, con recensioni di poesia e saggistica, alla rivista «Cenobio. Rivista trimestrale di cultura della Svizzera Italiana». Ha esordito come poeta con la plaquette Corpi gabbia d’ali e unghie (alla chiara fonte, Lugano, 2015).

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