Laure Gauthier, “La Città dolente”

CITENota dell’autrice

La Città dolente è un testo estremo. Ma vedo il nostro mondo come un mondo che spinge all’estremo le tendenze antipoetiche, le violenze che già sopraffavano Kaspar Hauser e Woyzeck sono gonfie come palloncini caricaturali, talmente sono estreme, tragicomiche, sintomi palloncini che provo a far scoppiare nella mia poesia. La minaccia ha cambiato processo, la voce che lotta suona differentemente.

I mie vari testi, marie weiss rot / marie blanc rouge (Delatour, 2013), La cité dolente (Châtelet-Voltaire, 2015) o ancora kaspar de pierre (di prossima uscita, La lettre volée, 2016) offrono immagini di seppellimenti del poetico e di affogamento della voce ma, come nei quadri di Pierre Soulages, sotto il nero, spunta la luce. Ne La Cité dolente, l’inferno è questo punto in cui l’essere viene seppellito sotto lo zucchero e immagini vuote di sostanze, immagini ninfee stereotipate, senza radici, che sacrificano l’intimo, o ancora i fatti di cronaca e i titoloni che fanno gioire i lettori dell’orrore, come al tempo in cui esisteva la ruota in piazza pubblica, fatti di cronaca onnipresenti che congelano la sintassi nei superlativi.

Ne La cité dolente, esiste un movimento, un’apparenza di movimento, come la partenza del narratore ne Il Decameron che fugge la pesta. Il testo, tra prosa e poesia, sviluppa un argomento smilzo – un uomo anziano, già cantante d’opera si rinchiude volontariamente in un ospizio in un paese non suo. Il testo si compone di otto canti in cui questo personaggio disincantato lascia sfogare il suo disappunto di fronte al mondo che egli osserva dalla finestra, nel refettorio o in uno dei corridori dell’ospizio. Per fuggire le immagini della città, si rinchiude e tenta di riafferrare il senso della sua storia alla confluenza delle immagini del suo passato e di quella della morte che egli anticipa. I confini della lingua sono anche quelli della ragione. Ma l’onda mediatica, le immagini sensazionali, le storie di bambini torturati minacciano l’isolamento del « detenuto » volontario.

Non si va da un canto all’altro nell’incantesimo, ma questo filo prosaico ci confronta alla materia stessa della disperazione e tocca al lettore trasformare il fango in oro, lasciar spuntar la luce sotto il nero prosaico. Sono in effetti contraria ad una poesia del RACCOGLIERE. Concepisco questo testo, e la poesia più generalmente, alle prese con il prosaico. Espongo al massimo la voce poetica. Non ci sono dunque parole poetiche su una pagina o due che si seguono, collana di perle del linguaggio, ma in mezzo al ribrezzo o al fango sorgono in contro-ritmo il rapimento di momenti di estasi, come il ricordo di un toccare.

La voce interiore del narratore anonimo è senza tregua minacciata nel suo soffio, la sua sintassi e la sua tipografia per via dei pericoli dei titoloni e del « fattidicronacazione » della società. Il titolo è mutuato al verso che apre il III canto dell’’Inferno di Dante (Porta e vestibolo dell’Inferno) : « Per me si va nella città dolente ». Ho rielaborato poeticamente la caduta nelle bolge dell’Inferno. Ogni canto è concepito come un anello autonomo nelle sue reti semantiche, ritmiche, metaforiche che girano, si contamino a vicenda e si propagano come delle sequenzi musicali. Ma ogni canto circolare rimanda algli altri e l’ultimo al primo. Così ci si precipita senza sapere se si va verso l’oscurità o verso la luce. Si rimane sulla soglia. Di un infermo-mente. Ci si sta sulla cresta tra il dentro e il fuori. Non vi è né Paradiso né Inferno ma una soglia costante. È al Canto quinto che viene citata un’unica volta il Canto III. È qui che i fatti di cronaca inventati o poeticamente rielaborati invadono la pagina e lo spirito e annunciano la caduta dell’io lirico, così come l’incontro non dei grandi nomi della mitologia e della Storia, ma degli anonimi seviziati.

Se questo testo dialoga in modo più o meno sotterraneo con la lettratura italiana, Boccaccio e Dante, offre una riflessione sulla natura umana e la violenza di immagini plurali, segnatamente quella del torero che torna, lancinante. Al contrario di un Michel Leiris in « La lettratura come tauromachia », qui vi è questione della dignità della « ballerina », dell’ultimo sguardo del bambino andato a finire nella lavatrice (ancora un movimento circolare delle cerchie dell’Infermo-mente), luogo comune interiore mai sviluppato, pieno di amore. È una poesia della fragilità, dell’animalità « senza gradino », senza lo spettacolo marziale che pretendeva riallaciarsi al mito, che trionfa. Una poesia prosaica che lascia scopiare dello splendore nonostante l’oscurità. Senza dimenticare l’umorismo che viene a capovolgere i significanti e offrire un respiro ai momenti più asfissiati.

(Traduzione Jean-François Lattarico)

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ESTRATTI
CANTO 5

 

 

 

Poi alzarsi ancora. Vivente di muscolo. Ancora una vita palpebra. Nonostante l’essere sfintere. Molto più

 

VIVENTE

 

Degli insetti,

Inizio la mia ultima settimana.

Sette volte più d’eternità delle farfalle.

 

.

Uomo flora, il mio volo fragile

Una pesantezza morfina – humus,

Eccomi – ach ! – voi

 
.

Brulicate. Sotto il muschio. Ma,

Uomo di cavi, uomo sonda, o,

Il mio grido è diagonale, ancora ! Abbandono

I miei ricordi d’amore, le mie immagini e i miei suoni

Per lasciarmi seppellire di nascosto, lungi dalle mie icone,

Sotto un lenzuolo sintetico, nemmeno bianco.

 
.

 

Strano baratto di liquidi. Uomo nuvola,

Mi iniettano, io deietto.

Vite.

O nessuno contemplerà le immagini, ferme,

In questo corpo,

Settanta chili di memorie. – senza forze, io tento di incantarli, i miei frutti, maltrattati in questo focolaio di dolori novelli,

 

.

 

Dò loro il rosso mio, il bianco mio,

Il marrone mio, io-bestia

gioco ancora

Quanti scarti in me, ultime trincee, lasciatemi vivere,

Riconoscere, guardare dentro il fulcro doloroso dalla materia incerta. E pensare che ero pelle !

 

.

 

E a me piaceva toccare.

Le mie dita plastica non provano più il piacere dell’acrilico.

Avevo i capelli di Dürer e camminavo verso l’amore senza temere il momento sudario,

verso l’odore di bucato rosa che mi verrà messo sul viso fra qualche giro di quadrante

E poi il rumore del traghetto

            Caronte. Semiliquido. Giallo-marrone.

Non posso più scendere più giù.

 

Parole mediche.                       Sibilline.

 

                        Ma io perché venirvi ? e chi ’l concede ?

                        Io non Enea, io non Paulo sono :

                        Me degno a ciò io nè altri crede.

 

La forza dello svenimento –

                        Lascio lievemente il campo,

La cinepresa se ne va a filmare i buchi per caso, non vedo più.

Liquido, gassoso, arancio, clorato ; io-bacinella,

Curato alle strette, vedo ancora, palpebre chiuse,

Più in basso, implosione grigia, la sintassi si sgretola,

I piani succedono, arte grottesca,

Vado di alveolo in alveolo.

Senza amarezza di vivere.                                Incontro solo

Mani e sorrisi.

 

.

            Lascio il doloroso ospizio verso le voci vivide.

Solo sconosciuti – mi ripopolano.

Non sono ombre, che mi sfiorano inconsistenti, no, tutta la vita che mi resta, l’ultimo bonustrack, l’ultimo regalo, si gonfia il ricordo di una tua mano, ricordo palloncino.

 

Ogni sorriso delineato, passato, fa muovere l’ago, non

Vedo la stilla rossa che sgocciola in questa ancora-vita. Tutto il mio corpo si impenna per lasciar sbocciare il suono delle voci che ricopre

la mia vergogna incontinente.

Nessuna vecchia mano dalle parole fumetti, ritrose, che mi consolerebbe a metà cuore e

mi farebbero trasudare le dita morenti – no, in questa assenza radicale naufrago in queste carnazioni perdute, calde

 

Non

questi mucchi rosei, questi pacchi di mani disegnati a pizzo, mani di stile Largillière venute dal nulla,

Contorte in un artificio poco interessante, Fantebasso, Vinci, e poi ad un tratto Bandinelli. Devo abbandonare il carboncino Dürer, il dito teso, la sovrapposizione. Vegliardo nudo

Per terra. E studi di mano.

Perché questa posterità ? Non espongo le mie ubbie.

 .

A fatica volto le pagine interiore, per andare a scavare nel mio pozzo, far risalire la sensazione dei tu,

 

.

La non rappresentabile plasticità

Di una mano amorosa,

Il linguaggio senza sopratitoli

Che si impara allora

 

Laure Gauthier
(Traduzione Jean-François Lattarico)

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EXTRAIT
CHANT 5

 

Puis se relever encore. Vivant de muscle. Encore une vie paupière. Malgré l’être sphincter. Bien plus

 

VIVANT

 

Que les insectes,

J’entame ma dernière semaine.

Sept fois plus d’éternité que les papillons.

 

***

 

Homme flore, mon vol fragile

Une pesanteur morphine – humus,

Me voilà – ach ! – vous

 
.
Grouillez. Sous la mousse. Mais,

Homme de câbles, homme sonde, ô,

Mon cri est diagonal, encore ! J’abandonne

Mes souvenirs d’amour, mes images et mes sons

Pour me laisser ensevelir en catimini, loin de mes icônes,

Sous un drap synthétique, même pas blanc.

.

 

Étrange troc de liquides. Homme nuage,

On m’injecte, je déjecte.

Vies.

O personne ne contemplera les images, arrêtées,

Dans ce corps,

Soixante-dix kilos de mémoires. – sans forces, je tente de les

incanter, mes fruits, malmenés dans ce brasier de douleurs

nouvelles,

Je leur donne mon rouge, mon blanc,

Mon brun, moi-bête

Joue encore

Que d’écarts en moi, dernières tranchées, laissez-moi vivre,

reconnaître, regarder au-dedans de l’enveloppe douloureuse à

la matière indéterminée. Et dire que j’étais peau !

 

.

 Et j’aimais à toucher.

Mes doigts plastiques n’ont plus de plaisir à l’acrylique.

J’avais les cheveux de Dürer et je marchais à l’amour sans

craindre le moment linceul,

à l’odeur de lessive rose que l’on mettra sur mon visage dans

quelques tours de cadran

Et puis le bruit du bac

               Charon. Semi-liquide. Jaune-brun.

Je ne peux plus descendre plus bas.

 

.
 

Propos médicaux. Sybilins.

 

Ma io perchè venirvi ? o chi ‘l concede ?

Io non Enëa, io non Paulo sono :

Me degno a ciò nè io nè altri crede

 

La force de l’évanouissement –

                  Je quitte faiblement le champ,

La caméra part filmer les trous au hasard, je ne vois plus.

Liquide, gazeux, orange, chloré ; moi-bassine,

Soigné aux abois, vois encore, paupières fermées,

En contre bas, implosion grise, la syntaxe se délite,

Les plans arrivent, art grotesque,

Je vais d’alvéole en alvéole.

Sans amertume de vivre.                                                                                                      

                                                                        Je ne rencontre

que mains et sourires.

 

.
 

                    Je quitte le douloureux hospice vers les voix vives.

Que des inconnus – me repeuplent.

Ce ne sont pas des ombres, qui me frôlent inconsistantes, non,

toute ma vie restante, le dernier bonustrack, l’ultime cadeau,

se gonfle le souvenir d’une de tes mains, souvenir baudruche.

 
.

Chaque sourire esquissé, passé, fait bouger l’aiguille, je ne

Vois pas la goutte rouge qui perle dans cette encore-vie. Tout

mon corps se cabre pour laisser éclore le son des voix qui

recouvre

ma honte incontinente.

Pas de vieilles mains aux paroles bulles, revêches, qui me

consoleraient à demi coeur et

feraient transpirer mes doigts mourants – non, dans cette

absence radicale je sombre dans ces carnations perdues, chaudes

 

 

Non

pas ces amas rosés, ces paquets de mains dessinés endentellés,

mains larguillières, sorties de nulle part,

Contorsionnées dans un artifice inintéressant, Fantebasso,

Vinci, et puis soudain Bandinelli. Je dois abandonner le fusain

Dürer, le doigt tendu, la juxtaposition. Vieillard nu

À terre. Et étude de main.

Pourquoi cette postérité ? Je n’expose pas mes lubies.

.
Je tourne les pages intérieures à grand peine, pour aller creuser

au puits de moi, faire remonter la sensation des toi,

 
.

 

L’irreprésentable plasticité

D’une main amoureuse,

Le langage sans surtitre

Que l’on apprend alors,

 

laure-gauthierLaure Gauthier è autrice di testi poetici, libretti d’opera e saggi sulla musica. Nei suoi testi poetici, tenta di far sganciare il linguaggio. Interroga lo spazio poetico tra le lingue, decostruisce le opposizioni tra i generi per poter inventare una lingua musicale che si nutre della banalità del quotidiano : marie weiss rot / marie blanc rouge (Delatour – France, 2013), La cité dolente (Châtelet-Voltaire, juin 2015) e Kaspar de pierre (La Lettre volée, in uscita a gennaio 2016). I tre testi costituiscono una « trilogia della trasparenza » : la fragilità e la trasparenza dell’essere vi entrano in tensione con le ossessioni della società – la violenza, il soffocamento del linguaggio poetico, il sacrificio dell’intimo segnatamente attraverso fotografie e fatti di Cronaca, l’ossessione dell’origine e dell’esotismo. Lavora per altro a opere vocali e multimedia. Il testo marie weiss rot / marie blanc rouge è stato adattato dal compositore J.M. Chouvel in e-book multimedia (video, musica elettroacustica, voce, testo). Sono in corso di scrittura, tra vari progetti, il libretto per Zapping life, un’opera da camera di André Serre-Milan, nonché un libretto per un’opera del compositore Gérard Pape intorno alla nozione di oracolo e di proferazione (Il termine dei lamenti).

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